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Vicini di casa

1 aprile 2013

nanidagiardino

Ma voi che vicini di casa avete? Gente comune, vecchiette, famiglie come tante? Perché i miei, di vicini, non sono mica tutti normali. Oggi ve li racconto, eccoli qua.

C’è il Sardo, anzi dovrei dire c’era, perché non abita più qui, ha affittato casa sua ad una giovane coppia appassionata di balli latino-americani, videogiochi e Smart. Quando c’era, nei primi tempi trapanava come un pazzo. Si vede che l’appartamento non gli piaceva: l’avrà ridotto ad un colabrodo. Ha anche costruito una casetta abusiva in giardino, poi subaffittata a più riprese; oggi è occupata solo dal gatto grigio, che dorme sulle tegole. E poi litigava, sempre urlando come un pazzo, con la ex moglie al telefono e con le sue compagne dal vivo (credo anche con lanci di oggetti). Fa il regista – voci di condominio riferiscono: regista di film porno. Ma sono solo voci.

Poi c’è il Biondo. Il Biondo è un uomo di mezza età, già in pensione (o vive di rendita…?), che trascorre parte del suo tempo a girare per il comprensorio con la sua Graziella (non la moglie, la bicicletta) e tutto il resto lo passa a tingersi i capelli, portati un po’ lunghetti, di un biondo paglierino inesistente.

Un altro è l’Amico tuo. Sarà anche un tipo cordiale, ma parcheggia l’automobile negli spazi comuni pur possedendo i suoi posti auto. C’è tutta una comunità di sostenitori del Diritto a parcheggiare negli spazi comuni ma davanti al proprio cancello, perché il cancello è mio, ma lo spazio no, è un passaggio comune che così viene ostruito, avete tutti i vostri posti auto, ma noi parcheggiamo lo stesso anche davanti al muro, il muro è nostro (un Diritto che non potrebbe mai essere di tutti, pena l’ostruzione totale di tutti i passaggi comuni).

C’è l’Imbecille, quello che ha quattro auto, e come fa? Come fa, domanda suo figlio all’assemblea attonita dei condomini, dove le mette? Deve per forza parcheggiarne almeno una negli spazi comuni. Un giorno l’Imbecille è riuscito a parcheggiare in uno spiazzo enorme una sua auto in doppia fila impedendomi di uscire. Da quel giorno è l’Imbecille.

Bè, sì, le regole qui non sono molto amate. C’è una proliferazione di casette abusive nei giardini, di verande e coperture e chiusure e persino pannelli solari, lodevole scelta, ma sempre attuata abusivamente, in barba al condominio e a qualsiasi legge di convivenza civile.

Ma torniamo agli esemplari rari.

La Pazza, dopo esser stata denunciata per maltrattamenti nei confronti dei vari cani che si susseguivano nel suo giardino, si è data agli animali da cortile (non letteralmente, beninteso): ha comprato qualche gallina ed è contenta così.

La Bionda è separata, sta sempre uscendo elegantissima, i figli non so dove li metta mentre è fuori, ma il cane rimane in giardino perlopiù ad abbaiare per la solitudine. Prima c’è stato un cane lupo enorme, che faceva davvero pena in quel giardinetto, poi il cane enorme è sparito e qualche mese dopo si è materializzato un cucciolo, tanto carino, sempre di cane lupo. Spero, anche per lui, che non diventi enorme.

E siamo alla famiglia di F. Una famiglia allargata: rumorosa, litigiosa. Una difficile condivisione del pianerottolo. Per anni hanno approfittato senza ritegno di una loro presunta sistemazione provvisoria, è una seconda casa, ma c’è sempre qualcuno… Oggi, dopo moltissime discussioni anche a livello condominiale, anche a causa della morosità, la situazione si sta normalizzando. Quindi non posso dire nulla se sulle scale, discretamente curate anche da loro, sono comparsi dei nani. Dei nani? Prima uno, poi tre, poi…sette. Detesto i nani da giardino. Spero che non compaia anche Biancaneve, o Bambi.

Naturalmente ci sono anche i simpatici e le famiglie civili. Per esempio Anna e G. , coppia in pensione. Sanno tutto, di tutti. Credo siano appassionati di mobili antichi, specialmente medioevali. Almeno, il loro soggiorno è strapieno di mobilia e di quadri e di pizzi e anche il terrazzo è pieno zeppo, sulle pareti esterne c’è di tutto, orologi a cucù e senza cucù, quadri, pale da fornaio, oggetti in ceramica, fiori finti: orror vacui. Poi c’è la famiglia di I. Una delle case più pulite del mondo. Anche loro amano le cose antiche, le pietre finte e gli archetti vicino al caminetto. E infine La nonna: una vecchietta arzillissima, piena di figli nipoti e pronipoti, una colonna, che ritira i pacchi per tutti e tra un lavoro di casa e l’altro prende il sole sulla sdraio in giardino.

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Vapore

29 marzo 2013

tajina

(…) Anche ai confini settentrionali del Sahara, dove le popolazioni della steppa praticano la transumanza, si cucina il couscous. Tuttavia questo piatto non appartiene alle popolazioni dell’estremo sud e soprattutto  a quelle dei nomadi, poiché in un paese dove “amen imen”, l’acqua è la vita, questo bene è troppo prezioso per lasciare che si dissolva in vapore.

H. Mouhoub, C. Rabaa, Le avventure del couscous

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Canzoncine per piccoli cantanti

15 marzo 2013

D. Velazquez, Las MeninasIl nonno ci adorava, penso, e cercava di realizzare ogni nostro desiderio. L’unica cosa che non condivideva del tutto era quello che potremmo chiamare il “nostro” credo politico; io lo sapevo, e fin da piccola trovavo irresistibile la tentazione di alzare il pugno (con aria birichina) quando ci inquadrava in qualche foto (i nipotini più fotografati al mondo: dal nonno fotografo).

In casa nostra si aborrivano tutte le forme di esibizione dei bambini: le competizioni, le pubblicità e lo Zecchino d’oro. Ma chissà, forse ne avevamo letto o discusso insieme, o forse il nonno ci aveva visto interessati all’idea di esibirci come cantanti: un giorno riuscì a convocare a casa un collaboratore del mago Zurlì che faceva il talent scout per lo Zecchino d’oro, e mia madre, appena capì perchè era venuto, lo cacciò fuori di casa (ma forse non lo fece nemmeno entrare) a suon di urla, forse anche a pedate. Pochi anni dopo il nonno sostenne con fervore la mia ammirazione per Nikka Costa, procurandomi delle foto rarissime in cui la piccola cantante impastava la pasta della pizza (foto che presero subito il posto d’onore sulle pareti della mia camera).

Oggi mia figlia unenne ama ascoltare musica, ballare (!) e battere le manine, da qualche giorno fa anche delle piccole giravolte. Quando era appena nata talvolta mettevo musica classica in sottofondo, adesso riconosco che la sua musica è quella semplice dei bambini, la musica delle filastrocche, preferibilmente ritmica, su melodie elementari e ripetitive;  mi è capitato di ascoltare anche qualche disco dello Zecchino d’oro. Le vocine dei bambini sono quasi sempre commoventi, è emozionante sentirli, così inizialmente mi sono lasciata rapire e commuovere, dopodichè è riaffiorato un po’ del mio senso critico. Ho notato che vengono scelti i bambini più piccoli: se hanno ancora la vocina paperosa, e se non scandiscono ancora bene le consonanti, è meglio. Inoltre, non è certamente un caso se la bimba che canta Il valzer del moscerino non sa pronunciare la V, e il bimbo che canta I tre corsari ha una pronuncia particolare della R ed S; quello che canta Il torero Camomillo la R non ce l’ha ancora, non la dice proprio. Sono tenerissimi… e ben inquadrati. Tengono le note lunghe come si deve e curano il fraseggio con carattere, così come gli è stato insegnato. Nessuna spontaneità: hanno studiato dai maestri e cantano come vogliono i maestri. Sono intonati per dono di natura ma l’unica libertà che gli viene concessa è quella di impastare un po’ le parole, come è naturale che sia, a quell’età – benchè mi sorga il dubbio che sia proprio tutto calcolato, persino le piccole sbavature.

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Post al vetriolo

24 febbraio 2013

U. Boccioni, Rissa in galleriaHo deciso di scrivere un post micidiale, come si suol dire al vetriolo, dapprima pensando vigliaccamente di mascherarlo da post ironico e leggiero, infine optando per lasciarlo così com’è, tagliente e infido (e lungo).

Ordunque, la riforma Berlinguer ha stabilito che il massimo titolo di studio in ambito artistico (arte, musica, danza) rilasciato in Italia abbia lo stesso valore dei titoli analoghi rilasciati nel resto dell’UE. In tal modo gli Istituti d’arte, musica e danza sono diventati pari a delle università, perchè rilasciano lauree di primo e secondo livello secondo il sistema europeo dei crediti.

Musica e danza, tuttavia, sono percorsi che si intraprendono da giovanissimi: tradizionalmente l’ammissione negli istituti avviene dagli undici anni d’età. La riforma ha stabilito, in via teorica, che la formazione di base non sia più appannaggio (competenza?) degli istituti AFAM. Il che sorprende, se ci si pensa bene (almeno, sorprende me, che in questo frangente mi riconosco un po’ retrograda, avversa alle riforme e attaccata al vecchio): è profonda la dicotomia tra le due figure, quella del docente che forgia corpi e menti ancora non formate e quella del professore che perfeziona corpi e menti già formate.

Così, i docenti (insegnanti e pianisti) dell’AND sono stati promossi. Alcuni sostengono di essersi stufati di insegnare ai giovanissimi, e di essere, dopo 30 anni o giù di lì, ormai maturi per formare i professionisti. E agiscono correttamente: è la riforma che glielo consente, anzi, glielo impone.

Naturalmente, certi hanno i numeri per farlo. C’è chi ha alle spalle un egregio curriculum di danzatore professionista e di primo ballerino, chi si è perfezionato come insegnante e a sua volta ha continuato a studiare, chi tiene stages e seminari in Italia e all’estero.

Altri non ce li hanno. Ci sono alcuni insegnanti che non sono mai stati ballerini professionisti né si sono mai aggiornati né hanno mai insegnato al di fuori dell’AND, e pianisti che non hanno mai accompagnato la danza al di fuori da lì né si sono mai interessati di come si possa svolgere la loro professione nei teatri e nelle istituzioni europee di…alta cultura.

Altri ancora ce li hanno, ma preferirebbero continuare ad insegnare ai giovanissimi, perchè l’hanno sempre fatto ed è la loro vocazione.

Infine, c’è un manipolo di individui (e sembra incredibile, ma sono tra quelli che fanno la voce più grossa) che non amano il proprio lavoro, non lo hanno mai saputo fare bene e da tempo affermano il proprio diritto  di fare altro, cioè di insegnare altro o di non suonare più per la danza, per sedersi dietro una scrivania (qualcuno c’è già riuscito) o per fare qualunque altra cosa che non sia il lavoro per il quale hanno firmato un contratto 30 anni fa e per il quale vengono regolarmente pagati dallo stato italiano; vogliono riconvertirsi, riciclarsi, altrimenti continueranno a collezionare mesi ed anni di assenza per esaurimento nervoso. Dodici (12) ore di lavoro alla settimana sono dure da sostenere, per così tanti anni.

[Impossibile farla breve].

Oggi, da quasi tre mesi, gli studenti dei corsi universitari sono in una fase di protesta. Qualcuno dice che sono pilotati da alcuni docenti infidi e spinti dalle proprie ambizioni ed interessi personali, ed io penso che certamente alcuni docenti stiano cavalcando l’onda per ottenere soddisfazione all’interno di lotte intestine di vecchia data, ma comunque, attraverso documenti prolissi, mal scritti e scorretti sotto diversi punti di vista (strategico, politico, etico, ortografico), gli studenti sono arrivati da soli ai canali d’informazione e sempre più spesso i quotidiani riportano lo stato della loro protesta.

Nell’agone lo scontro si è acutizzato sempre più: oggi gli studenti (?) chiedono le dimissioni del Direttore, benchè io non credo che si possa imputare la situazione generale di decadenza, dalla pulizia dei bagni alla didattica, soltanto al Direttore. Ultimamente gli studenti scrivono al ministro e ai giornalisti per avvisarli di qualunque loro richiesta disattesa (“la dir. non ha firmato il regolamento!” ” la dir. non ha avvisato il tale che la scuola era chiusa!”).

Alle voci degli studenti si sono unite anche quelle di molti docenti. In quarantasette (47) hanno sottoscritto un documento in cui si richiedeva un nuovo direttore attraverso la pratica, abbastanza diffusa tutto sommato, dell’elezione democratica. Sono anch’io tra i 47, per due motivi. Uno è che la nomina per chiara fama mi piacerebbe per una persona davvero super partes… altrimenti, meglio adottare il sistema elettorale. L’altro è che non ho mai condiviso le scelte artistiche dell’attuale direzione, specialmente il denaro sonante speso per i maestri ospiti. Ma, come anticipavo sopra, non credo che la Direzione sia responsabile della decadenza di quest’istituzione. In parte, sì. La gestione “centralistica”, ad esempio, nella gestione dei licei coreutici, ha esasperato la situazione. Per il resto… i problemi sono altrove. (Per la cronaca, anche lo scontro tra la direzione e i docenti si è acuito: i quarantasette hanno ricevuto una lettera di richiamo, nella quale sono tutti accusati di comportamento diffamatorio per aver sottoscritto il documento di cui sopra).

L’avrete capito, quello che mi irrita profondamente è l’autoreferenzialità. E poi ciò che questa riforma consente ed incoraggia: l’agire indisturbato di chi può permettersi di dire “siamo diventati alta formazione”. Ma può un’istituzione svecchiare se stessa mantenendo tutti i componenti al proprio posto? Può e deve farlo, perchè è statale. Ma un po’ di onestà, no? Ognuno di noi sa che cosa sa fare e che cosa no. Non è solo un’opportunità, ma anche un dovere, la mission di formare i danzatori al massimo livello. E’ un dovere, quindi, offrire un percorso di eccellenza nell’Alta formazione, che dovrebbe avvalersi anche di docenti e coreografi e studiosi ospiti non saltuari, perchè tra i docenti dell’AND le competenze non sono sufficienti.

Qualcuno dice che da tempo i fasti dell’AND sono tramontati, e non ne escono stelle della danza se non i rari talenti citati fino alla nausea. Ma io, dalla mia prospettiva di professionista e precaria, penso che uno dei tarli sia il posto fisso: prima o poi si ammalano quasi tutti, di pigrizia o di ignavia. Tanto che alcuni, chiusi nella dimora dorata dell’Aventino (e lo è veramente), chiusi lì da quando avevano undici anni se si considerano anche gli anni di studi, non sanno più che cosa c’è al di fuori. Troppo comodo sedersi su vetustissimi allori, su regolari stipendi, nella polvere accademica, quando non si ha concorrenza, quando si è “gli unici”, quando non si deve rendere conto della qualità del proprio lavoro, quando la fame di lavoro o l’ambizione di sfondare nel mondo nella danza suggerita da certi programmi televisivi muove torme di giovani dalla scarsa cultura generale verso i titoli “facili” dell’accademia.

L’AND deve ritornare ad essere una scuola selettiva, anche se pubblica. Una scuola statale non può forse essere selettiva, nei limiti della sopravvivenza?  Deve essere esigente con gli allievi (e con gli insegnanti). Deve pretendere un alto livello agli allievi fin dall’ammissione e deve pretendere l’aggiornamento degli insegnanti. Deve laureare solo i meritevoli, senza sconti. I talenti saranno sempre pochissimi, altrimenti non sarebbero talenti.

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Per voi che siete arrivati in fondo a questo post: avete vinto un cane di pezza! Se non specificate nei commenti di che colore lo volete, ve lo mando marrone.

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Una folle corsa

22 gennaio 2013

pop art

Il fatto che quell’uomo cercò davvero di uccidermi è ben presente nella mia memoria, nitido come ogni attimo di quei lunghi minuti di corsa sull’autostrada. E concentrando proprio lì il pensiero, voleva davvero uccidermi,  si fa viva anche quella stessa sensazione di pericolo imminente che accelera i battiti e fa sudare freddo e tremare le estremità.

Tutto cominciò da un gestaccio, uno di quelli di cui si servono gli automobilisti per far conoscere la propria opinione ai loro simili i quali, chiusi nelle proprie auto, non possono riuscire a sentire gli improperi pronunciati a voce. Non sono mai stata avvezza ai gestacci, anzi, ma ero esasperata e già leggermente spaventata dai fari lampeggianti del furgone nero che sopraggiungeva ad alta velocità e non mi lasciava il tempo di superare l’altra automobile: più veloce di così non potevo andare, con la mia piccola utilitaria.

L’uomo alla guida del furgone nero non la prese bene, l’idea del gestaccio, che comunque non era stata pensata, ma mi era venuta lì per lì. Lo intuii dagli insulti che indovinavo nel suo labiale, mentre mi superava appena riuscii a rientrare sulla destra. Non la prese affatto bene. Ecco ciò che accadde: improvvisamente, deve non aver più sentito la necessità della fretta. L’urgenza era un’altra: farmela pagare. Sbandando, alla sua velocità, virò quindi sulla mia corsia, davanti a me, e subito dopo frenò violentemente, all’ improvviso. Non potrò mai dimenticare il portellone nero farsi vicinissimo inesorabile ai miei occhi. Mi salvarono i miei riflessi, ancora funzionanti nonostante stessi già tremando: riuscii a rallentare a sufficienza per sterzare a sinistra, nella corsia di sorpasso per fortuna sgombra in quel momento. Mi toccò dunque superarlo, il furgone nero, molto più grosso e pesante della mia auto, rientrai e mi ritrovai davanti, separata da una terza vettura. Tremante, invocavo la comparsa di un’area di servizio dove cercare aiuto, la quale però non comparve, in quei chilometri di fuga. Invece, purtroppo, il furgone nero non volle ancora demordere, superò l’altra auto e si piantò dietro alla mia. Per chilometri, sforzandomi di mantenere la calma, mantenni la mia velocità e la mia traiettoria, ostentai una sorta di indifferenza, di placidità ritrovata (con  il cuore in subbuglio) mentre sbirciavo nello specchietto l’uomo alla guida del furgone che imprecava e gesticolava e temevo il peggio, temevo un precipitare delle sue intenzioni aggressive.

Ci rinunciò, a proseguire nella sua foga criminale. Sempre imprecando alla mia volta, finalmente mi superò e riprese la sua corsa.

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Cercatore che mi trovi

17 gennaio 2013

lente

E già il secondo post sull’argomento, ma non riesco a resistere: devo assolutamente raccontarvi come fanno, alcuni, a trovare Pioggia di note nell’oceanomare del web attraverso la lente di Google. Scopro dei termini di ricerca davvero assurdi e spesso divertenti; perdipiù, inserendoli, non so come, trovano me.

Quelli che non si sa come arrivino a Pioggia di note:

Disegni di botti di vino (qui?)

Presepi bizzarri (tipo con il bue e la giraffa?)

Presepi sui caloriferi (si sciolgono? si appiccicano?)

Note musicali pericolose (a parte il diabolus in musica…a ben pensarci conosco un po’ di pezzi che mordono)

Qui danza Allevi spartito (che non si pronunci qui quel nome, prego)

Gli sgrammaticati:

La pioggia di schopen (auguri! Prepara l’ombrello!)

Siluette caravaggio (e infatti non la trova! è all’ombra)

Una domanda esistenziale:

Pioggia di colori chi è l’artista sconosciuto (ma se è sconosciuto, è sconosciuto!)

I precisini (col punto di domanda):

Quale musica per lezione danza moderna? (ah, siamo messi bene…)

Si trovano funghi a bad gastein? (nemmeno Google lo sa, e vi manda a cercarli qui)

Il mondo con un aquila cosa rappresenta? (uhm…e l’apostrofo?)

Come si chiamano le ragazze al piano di Renoir? (cioè, di cognome…?)

Quelli che si rivolgono al signor Google:

Che cosa ne pensi della poesia ‘le osterie’? (il sig. G. ancora non si è ancora fatto un’idea in proposito…)

Dulcis in fundo:

Homer malato (Homer Simpson qui? E perdipiù malato? DOH!)

Film porno avventure di ulisse (ditemi se esiste davvero, voglio saperlo)

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Il suono di Pan

10 gennaio 2013

Il Grechetto, Scena pastorale

(…) Mentre tornava a casa, quella sera, una strana esultanza insegnò ai suoi piedi a danzare. Essa volteggiava qua e là, ora precedendo le sue bestie, ora seguendole. I suoi piedi saltellavano battendo un ritmo capriccioso. Aveva un motivo nelle orecchie e ballava con esso, buttando le braccia infuori e al di sopra del capo, e ondeggiando e piegandosi nell’andare. (…)

L’indomani sentì di nuovo quella musica, fievole e vaga, meravigliosamente dolce eppure sfrenata come il canto di un uccello, ma era una melodia che nessun uccello avrebbe saputo ripetere. C’era un tema che tornava sempre. In un fiotto di trilli, passaggi, volate e ritornelli, eccolo riaffiorare con una solennità strana, quasi sacra – una melodia che imponeva il silenzio, sottile, estremamente austera e distaccata. C’era in essa qualcosa che le faceva battere il cuore, qualcosa verso cui le sue orecchie e le sue labbra si tendevano con desiderio. Era gioia, minaccia, spensieratezza? Non lo sapeva; ma una cosa sapeva: che per quanto terribile fosse, era soltanto sua. Era il suo pensiero non nato divenuto misteriosamente suono, e sentito con l’anima più che compreso con la mente. (…)

Da La pentola dell’oro di J. Stephens

Ho pensato a questa…un movimento di sonata che in gioventù amavo molto:

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