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Quella luna, quel blu

23 febbraio 2020

Potrei dire che si tratta del dipinto più importante della mia vita e che, insieme ad alcuni altri, ha segnato la mia storia d’amore per l’arte figurativa. Lo scoprii ai tempi del liceo, su un qualche libro stropicciato, ma iniziai a conoscerlo all’università; Sebastiano_del_piombo,_pietà

e finalmente, alla fine degli anni novanta, ebbi la prima occasione di vederlo dal vivo, esposto senza tanti onori: un’emozione che ricordo ancora, insieme alla commozione (pochissime altre volte mi ha commosso la vista di un quadro). Oggi sono ritornata a trovarlo a Viterbo, esposto in un museo, questa volta con tutti gli onori (ma in un allestimento ingrato: i riflessi dei faretti nascondevano la luna! Quella meravigliosa e potente luna abbracciata da un cielo blu scuro). L’ho ritrovato e l’ho amato di nuovo. Il Cristo livido morto, sebastiano-del-piombo-particolare-2-300x276ma di apollinea bellezza (il profilo nobile, il corpo muscoloso dalle proporzioni perfette), sua Madre matrona possente e anche lei ammantata di blu. E più di tutto, ho ammirato di nuovo il cupo scenario, vuoto di altra umanità, vuoto del sole inghiottito dall’orizzonte (quel lieve chiarore rossastro che evoca solo sangue), fatto di toni freddi, di abbandono. È un dramma solitario, vuoto di dio. Dio si indovina nella corporeità impossibile del Cristo, solo un dio può apparire così, da morto. Quanto mi incanta il blu sul quale si staglia la luna; blu scuro come un mare profondo. Non so come abbia potuto l’immaginazione di un uomo, un artista del cinquecento, concepire un’immagine della tradizione iconografica in modo così rivoluzionario. Come abbia saputo uscire dai canoni del suo tempo fino a rappresentare questa scena in un luogo abbandonato e avvolto dalla notte, esprimendo insieme l’umano e il sublime, il senso del tragico e una sensibilità romantica ante litteram.

Che meraviglia, quella luna.

§

Sebastiano del Piombo, Pietà. Viterbo, Museo Civico

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