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Riflessione

15 febbraio 2020

 

 

Adagio

 

Visto che non posso dirtelo,

forse dovrei amarti di meno.

Così provo a svuotarmi di te, fino a sentire

il corpo mio solo involucro. Fino a credere

– come una bambina – d’essere ancora

solo me, mia amante e padrona di me.

Ma quel contorno, che svanendo ha fuso

le nostre sostanze – anche se nell’aria –

quel contorno che un tempo disegnava

il mio confine,

da me non si fa più trovare. Fingo

di cercarlo. E nel mio sogno, spero

di trovarti ancora, un po’ spersa,

vagare dentro questa me.

E non voglio mai più chiudere

il nostro canale. E segnerò quel confine

solo quando saprò di certo

che tu

sarai dentro.

§

Dello stato di trance e delle sue conseguenze più immediate

22 dicembre 2019
trance.jpg
trance
sostantivo
fam.estens. Estasi; momento di assoluta astrazione dalla realtà circostante.

Che lo stato di trance sia una condizione che ultimamente mi succede di attraversare, è una recente constatazione, anzi, una presa di coscienza. Come dire: se succede questo, dovevo trovarmi in uno stato di trance, di abbandono. In quei frangenti, il mio cervello funziona bene, perché è ben governato – ma non governato da me. Cedo la sua leva del comando, lasciando che s’inserisca su un nuovo binario, dove tutto scorre e procede senza la possibilità di fermarsi (le pause sono pochissime e brevissime! un istante!). Non di rado, la velocità richiesta aumenta ulteriormente, non quella relativa, ma la velocità generale. In più, qualche volta chi tiene il comando si comporta come se dovesse domare un cavallo impazzito, che deve essere incitato, un po’ frustato e slanciato, spinto in avanti con forza furibonda (ma sempre amabile, è necessario che sia così). Così ci troviamo tutti a navigare in un mare un po’ teso e tempestoso.

Alla fine, siamo esausti. Tutti abbiamo attraversato un canale liberatorio, siamo un po’ frastornati, ma sentiamo il sangue scorrere. Torna la calma. Il mio cervello esce come da un torpore, ma era appunto quello stato di trance: non si trattava di torpore, era una forma di costrizione alla lucidità, senza possibilità di uscita.

E la conseguenza immediata è che poi il mio cervello continua a procedere su quei binari come se non ne fosse uscito, ritrovandosi un po’ spaesato in altri contesti. Alla fine ritrova i suoi passi consueti (con qualche accecante reminescenza che lo riporta per un istante dov’era, come un nuovo sangue dorato che ormai scorre da qualche parte dentro di me, e si fa sentire ogni tanto, tirandomi la manica, il ricordo) – ma non vede l’ora di ritrovarsi di nuovo in quel flusso, non più del tutto padrone di sé e così ben governato.

§

Il bene prezioso

6 giugno 2019

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“Sei strano, Maurice. Hai conosciuto la gente più cinica, più disincantata, eppure non sei infelice, voglio dire, non nell’intimo! Sbaglio?”
“No.”
“Ma insomma, allora che cos’è che ti consola?”
“La certezza della mia libertà interiore” le rispose dopo averci riflettuto, “quel bene prezioso e inalterabile che dipende soltanto da me perdere o conservare. La certezza che le passioni spinte all’estremo come in questo periodo sono destinate a spegnersi. Che tutto ciò che ha avuto un inizio avrà una fine. In due parole, che le catastrofi finiscono e che dobbiamo cercare di non finire prima di loro, ecco tutto. Dunque, per prima cosa vivere: primum vivere. Alla giornata. Resistere, aspettare, sperare.”

I. Némirovsky, Suite francese

Viaggio d’inverno – 1

13 marzo 2019

Neve nera come la cenere cade leggera e scomposta sui danzatori. Ad ogni passo, e ad ogni movimento del corpo quando il corpo è a terra, essa si solleva formando piccole nuvole di fiocchi, troppo e stranamente leggeri per apparire veri cristalli di neve.

Come i fiocchi neri, piovendo dall’alto, evocano ceneri di giorni trascorsi, di storie d’amore concluse e dunque di vita alla fine, così i danzatori evocano l’anima del viandante. Lui è tra noi: incede verso il proscenio in Güte nacht, scende le scale e si dirige a sinistra, accostandosi al suo alter ego dell’anima, ovvero il pianoforte; lì si ferma e da lì pronuncia il suo canto, ora sussurrato, ora declamato. Quel canto ci racconta la disperazione e la rassegnazione di un’anima al declino; e lo fa con fermezza, conscio dell’ineluttabilità del suo destino.

Intanto i corpi muovono secondo geometrie rigorose, in un misurato repertorio di gesti e movimenti, aderendo ad un’estetica elegante e composta. Spaziano in formazioni sempre diverse , da due a dodici, sovente in numero pari. Nell’esprimere in danza le vicissitudini interiori cantate dai versi di Müller e dalle note di Schubert fanno sovente ricorso a dinamiche rallentate, fino a raggiungere episodi di assoluta, inquietante sospensione: in effetti, lo slow motion riesce idealmente a corrispondere ai silenzi, al canto di Schubert assorto e su se stesso concentrato .

I colori dominanti, nell’idea registica di Preljocaj, sono il bianco ed il nero, confinando l’incedere del viandante in un quadro epico, nel quale i concetti di vecchiaia e di morte si specchiano, e la speranza è assente, se non in forma illusoria e fugace (come la missiva di Die post, e i tre astri nel cielo di Nebensonnen). Nelle tonalità neutre (con qualche eccezione intorno a toni vicini al rosso) sono anche i costumi, talora drappeggiati, leggeri (proposti appunto in diverse varianti); così come le scarne scene e il magistrale disegno luci, dove l’adozione di luci a piombo, specialmente nei primi lieder, e di luci laterali combinate con effetti di controluce, genera sensazioni di vertiginosa profondità e l’illusione di piani asimmetrici.

Raro è il ricorso agli oggetti di scena (un ventaglio, fogli bianchi); in due occasioni ascoltiamo la voce dei danzatori sferzare o punteggiare il lamento del protagonista allo stesso modo delle luci taglienti; sono quasi assenti i ricorsi alla mimica: nessun accenno di descrittivita’, insomma, e invece pura danza, movimento intelligente e rigoroso.

Dunque Preljocaj non attinge al di fuori dei codici della danza. Forse è vincolato proprio dalla scelta di portare in scena i musicisti dal vivo, perché in questo modo il viandante è lì, rivolto verso di noi, a narrarci del suo viaggio esistenziale quasi alla fine: la danza quindi non può limitarsi a “dipingere” con il movimento la poesia in musica. Non dipinge, ma evoca, nel senso che uno, due, sei danzatori vivono ed esprimono gli stati d’animo del viandante. Misteriosamente, essi “danno vita” alle sensazioni espresse nel canto, ma in modo caleidoscopico, tridimensionale.

Ogni lied corrisponde ad un quadro coreografico, collegato al successivo solo da un filo – e dal silenzio. Devo rilevare che questa successione rischia di apparire un po’ didascalica, alla stregua di un elenco di codici espressivi della danza. Tuttavia il coreografo si è tenuto a sufficienza lontano dalla tentazione della teatralità, attingendo come dicevamo ad un linguaggio astratto ed evocativo, e in questo modo non ha mai corso il rischio di apparire prevedibile o sterile. Inoltre, la coreografia è stata pensata per il Corpo di Ballo della Scala, quindi per danzatori per natura votati al linguaggio classico, e solo occasionalmente avvicinati a linguaggi più contemporanei (si è trattato infatti di danzatori scelti): tale destinazione ha certamente influenzato il coreografo nel mantenersi all’interno di un repertorio di movimento costruito appositamente per loro.

Tatzl ha un volume di voce votato al repertorio cameristico, un timbro morbido e forse un po’ uniforme, apparentemente velato. E’ presente in scena ma, giustamente, non fa teatro: rappresenta il fulcro dello spettacolo ed è la sua voce a condurci nel viaggio. Vaughan suona con lui e gestisce il rapporto della partitura con i danzatori, in un ruolo quindi inconsueto, considerata la vocazione cameristica di queste pagine schubertiane. Cantante e pianista si trovano sul confine della quarta parete e, proprio perché si trovano sul confine, la aprono per noi, paradossalmente riportandoci nel ruolo di spettatori incantati e allo stesso tempo introdotti in contesto espressivo intimo e sublime.

§

Winterreise

Coreografia di A. Preljocaj

Musica di F. Schubert

Danzatori del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala

Basso baritono, T. Tatzl

Pianista, J. Vaughan

Scene di C. Guisset, Luci di E. Soyer, Costumi di A. Preljocaj

Teatro alla Scala, 8-9 marzo 2019

§

 

 

 

Appartenenza

23 febbraio 2019
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Non lo avrei mai creduto. Non pensavo mi avrebbe suscitato quel tipo di emozione.

Ritenevo che l’avrei semplicemente riconosciuto e mi sarei detta, ecco, lì ci sono stata, ma guarda. Ma quando, nello scorrere delle immagini, ho intravisto il suo profilo così familiare, e l’arco delle montagne, ed i loro colori cangianti con  la profondità della prospettiva;

e ancora, non appena ho scorto il delinearsi delle vette intorno al lago, disposte come la più perfetta delle cornici, ho avuto uno slancio incontenibile d’affetto.

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Un senso di gelosia, come se quell’abbraccio delle montagne dovesse esser rivolto soltanto a me e non a chiunque, mi ha attraversata e quella speciale emozione è risalita su fino al mio cuore dal ventre. E questo sentimento mi ha pervasa per diverse ore: il pensiero di quel luogo, che pareva accantonato almeno nei suoi richiami più affettivi, era tornato ad occupare il suo posto tra i desideri più vivi della mia mente.

Naturalmente, non esiste la facoltà di possedere un luogo simile. Non potrebbe mai essere di mia proprietà. Ma niente potrà mai opporsi alla mia vocazione di appartenenza. Né la distanza, né la rarità dei miei ritorni. A quello scorcio di lago, certamente appartengo, come alle sue acque e, d’intorno, alle mulattiere, ai muri delle case, ad ogni odore e ad ogni suo riflesso, persino all’umidità che pervade ogni anfratto, percorso e vissuto fin da bambina.

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A weird wire

12 febbraio 2019
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E mi chiedo, dove sei. Dove, dove? Non posso parlarti, né cercarti. Dove cercarti? Come parlare con te? Non vi è modo.

L’innamorato è il semiologo selvaggio allo stato puro! Passa il proprio tempo a leggere segni. Fa solo questo: segni di felicità, segni di infelicità. Sul viso dell’altro, nei suoi comportamenti. È veramente in preda ai segni. […]

Non so se davvero, quando torcevi quel panno, ero in una di quelle gocce d’acqua cadute via. Forse semplicemente stavi strizzando il tuo cervello, e l’acqua era la tua sofferenza. Ma poteva anche trattarsi di rabbia o disgusto, che scivolavano spremuti fuori dalla tua esistenza.

Dove sei, dove sei. Non ho mai potuto trovarti, né parlarti. Non funziona più, d’improvviso, quell’incredibile – weird – filo che ci ha consentito di comunicare a distanza. Ha smesso di funzionare, ed io sono qui a chiedermi perché, e dove sei.

L’amore non è cieco. Al contrario, ha una potenza di decifrazione incredibile, che dipende dall’elemento paranoico che è in ogni innamorato.

Alla fine, non so nemmeno se sei blindato, rinchiuso contro la tua volontà, oppure sei blind, cieco, ovvero hai scelto tu di lasciar andare. E’ una questione di non poco conto…

Un innamorato […] coniuga estremi di nevrosi e di psicosi: è un tormentato e un pazzo. Vede chiaramente, ma il risultato è spesso lo stesso che se fosse cieco. […]

Correvano immagini su quel filo, il tuo pensiero mi arrivava, ed io sapevo che cosa stavi facendo, lo tiravi ed io, ad un’ora giovane di un certo giorno, mi risvegliavo; e anche tu sapevi quello che io avevo pensato. Adesso non funziona più perché, ora ne sono certo, tu l’hai lasciato andare.

[…] Perché non sa dove né come fermare i segni. Decifra perfettamente, ma non sa fermarsi su una certa decifrazione. Viene ripreso in un circolo perpetuo, che niente viene mai a placare. […]


L’hai lasciato andare: la questione è risolta.

§


R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso

Passaggio – 1.

3 febbraio 2019

(…) …..l’autunno riscoperto nella sua forza rigenerativa e non regressiva, involutiva, annichilente, potrà evocare fecondi miti di fecondazione, di elevazione spirituale, di riconciliazione. Accolto come esperienza di maturazione, di individuazione, di crescita, non potrà allora che emanciparsi esso stesso dagli archetipi della vecchiaia, dal sentore di morte, di finitudine, di futilità. Per chi pensa che ogni fine sia solamente se stessa e non un passaggio potenziale, anche crudele, penoso, ingrato, l’autunno diventa la metafora necessaria per comprendere che non vi è inizio se non c’è stata conclusione – che tardiamo a vedere, a comprendere, ad accettare.

…E’ un incanto contemplare il monte Citoro

che ondeggia di bossi e i pini resinosi di Nàrice,

un incanto guardare i campi

non soggetti al rastrello,

ad alcun lavoro dell’uomo.

[da Virgilio, Georgiche, Libro II]

D. Demetrio, Foliage

§

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