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Il bene prezioso

6 giugno 2019

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“Sei strano, Maurice. Hai conosciuto la gente più cinica, più disincantata, eppure non sei infelice, voglio dire, non nell’intimo! Sbaglio?”
“No.”
“Ma insomma, allora che cos’è che ti consola?”
“La certezza della mia libertà interiore” le rispose dopo averci riflettuto, “quel bene prezioso e inalterabile che dipende soltanto da me perdere o conservare. La certezza che le passioni spinte all’estremo come in questo periodo sono destinate a spegnersi. Che tutto ciò che ha avuto un inizio avrà una fine. In due parole, che le catastrofi finiscono e che dobbiamo cercare di non finire prima di loro, ecco tutto. Dunque, per prima cosa vivere: primum vivere. Alla giornata. Resistere, aspettare, sperare.”

I. Némirovsky, Suite francese

Viaggio d’inverno – 1

13 marzo 2019

Neve nera come la cenere cade leggera e scomposta sui danzatori. Ad ogni passo, e ad ogni movimento del corpo quando il corpo è a terra, essa si solleva formando piccole nuvole di fiocchi, troppo e stranamente leggeri per apparire veri cristalli di neve.

Come i fiocchi neri, piovendo dall’alto, evocano ceneri di giorni trascorsi, di storie d’amore concluse e dunque di vita alla fine, così i danzatori evocano l’anima del viandante. Lui è tra noi: incede verso il proscenio in Güte nacht, scende le scale e si dirige a sinistra, accostandosi al suo alter ego dell’anima, ovvero il pianoforte; lì si ferma e da lì pronuncia il suo canto, ora sussurrato, ora declamato. Quel canto ci racconta la disperazione e la rassegnazione di un’anima al declino; e lo fa con fermezza, conscio dell’ineluttabilità del suo destino.

Intanto i corpi muovono secondo geometrie rigorose, in un misurato repertorio di gesti e movimenti, aderendo ad un’estetica elegante e composta. Spaziano in formazioni sempre diverse , da due a dodici, sovente in numero pari. Nell’esprimere in danza le vicissitudini interiori cantate dai versi di Müller e dalle note di Schubert fanno sovente ricorso a dinamiche rallentate, fino a raggiungere episodi di assoluta, inquietante sospensione: in effetti, lo slow motion riesce idealmente a corrispondere ai silenzi, al canto di Schubert assorto e su se stesso concentrato .

I colori dominanti, nell’idea registica di Preljocaj, sono il bianco ed il nero, confinando l’incedere del viandante in un quadro epico, nel quale i concetti di vecchiaia e di morte si specchiano, e la speranza è assente, se non in forma illusoria e fugace (come la missiva di Die post, e i tre astri nel cielo di Nebensonnen). Nelle tonalità neutre (con qualche eccezione intorno a toni vicini al rosso) sono anche i costumi, talora drappeggiati, leggeri (proposti appunto in diverse varianti); così come le scarne scene e il magistrale disegno luci, dove l’adozione di luci a piombo, specialmente nei primi lieder, e di luci laterali combinate con effetti di controluce, genera sensazioni di vertiginosa profondità e l’illusione di piani asimmetrici.

Raro è il ricorso agli oggetti di scena (un ventaglio, fogli bianchi); in due occasioni ascoltiamo la voce dei danzatori sferzare o punteggiare il lamento del protagonista allo stesso modo delle luci taglienti; sono quasi assenti i ricorsi alla mimica: nessun accenno di descrittivita’, insomma, e invece pura danza, movimento intelligente e rigoroso.

Dunque Preljocaj non attinge al di fuori dei codici della danza. Forse è vincolato proprio dalla scelta di portare in scena i musicisti dal vivo, perché in questo modo il viandante è lì, rivolto verso di noi, a narrarci del suo viaggio esistenziale quasi alla fine: la danza quindi non può limitarsi a “dipingere” con il movimento la poesia in musica. Non dipinge, ma evoca, nel senso che uno, due, sei danzatori vivono ed esprimono gli stati d’animo del viandante. Misteriosamente, essi “danno vita” alle sensazioni espresse nel canto, ma in modo caleidoscopico, tridimensionale.

Ogni lied corrisponde ad un quadro coreografico, collegato al successivo solo da un filo – e dal silenzio. Devo rilevare che questa successione rischia di apparire un po’ didascalica, alla stregua di un elenco di codici espressivi della danza. Tuttavia il coreografo si è tenuto a sufficienza lontano dalla tentazione della teatralità, attingendo come dicevamo ad un linguaggio astratto ed evocativo, e in questo modo non ha mai corso il rischio di apparire prevedibile o sterile. Inoltre, la coreografia è stata pensata per il Corpo di Ballo della Scala, quindi per danzatori per natura votati al linguaggio classico, e solo occasionalmente avvicinati a linguaggi più contemporanei (si è trattato infatti di danzatori scelti): tale destinazione ha certamente influenzato il coreografo nel mantenersi all’interno di un repertorio di movimento costruito appositamente per loro.

Tatzl ha un volume di voce votato al repertorio cameristico, un timbro morbido e forse un po’ uniforme, apparentemente velato. E’ presente in scena ma, giustamente, non fa teatro: rappresenta il fulcro dello spettacolo ed è la sua voce a condurci nel viaggio. Vaughan suona con lui e gestisce il rapporto della partitura con i danzatori, in un ruolo quindi inconsueto, considerata la vocazione cameristica di queste pagine schubertiane. Cantante e pianista si trovano sul confine della quarta parete e, proprio perché si trovano sul confine, la aprono per noi, paradossalmente riportandoci nel ruolo di spettatori incantati e allo stesso tempo introdotti in contesto espressivo intimo e sublime.

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Winterreise

Coreografia di A. Preljocaj

Musica di F. Schubert

Danzatori del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala

Basso baritono, T. Tatzl

Pianista, J. Vaughan

Scene di C. Guisset, Luci di E. Soyer, Costumi di A. Preljocaj

Teatro alla Scala, 8-9 marzo 2019

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Appartenenza

23 febbraio 2019
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Non lo avrei mai creduto. Non pensavo mi avrebbe suscitato quel tipo di emozione.

Ritenevo che l’avrei semplicemente riconosciuto e mi sarei detta, ecco, lì ci sono stata, ma guarda. Ma quando, nello scorrere delle immagini, ho intravisto il suo profilo così familiare, e l’arco delle montagne, ed i loro colori cangianti con  la profondità della prospettiva;

e ancora, non appena ho scorto il delinearsi delle vette intorno al lago, disposte come la più perfetta delle cornici, ho avuto uno slancio incontenibile d’affetto.

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Un senso di gelosia, come se quell’abbraccio delle montagne dovesse esser rivolto soltanto a me e non a chiunque, mi ha attraversata e quella speciale emozione è risalita su fino al mio cuore dal ventre. E questo sentimento mi ha pervasa per diverse ore: il pensiero di quel luogo, che pareva accantonato almeno nei suoi richiami più affettivi, era tornato ad occupare il suo posto tra i desideri più vivi della mia mente.

Naturalmente, non esiste la facoltà di possedere un luogo simile. Non potrebbe mai essere di mia proprietà. Ma niente potrà mai opporsi alla mia vocazione di appartenenza. Né la distanza, né la rarità dei miei ritorni. A quello scorcio di lago, certamente appartengo, come alle sue acque e, d’intorno, alle mulattiere, ai muri delle case, ad ogni odore e ad ogni suo riflesso, persino all’umidità che pervade ogni anfratto, percorso e vissuto fin da bambina.

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A weird wire

12 febbraio 2019
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E mi chiedo, dove sei. Dove, dove? Non posso parlarti, né cercarti. Dove cercarti? Come parlare con te? Non vi è modo.

L’innamorato è il semiologo selvaggio allo stato puro! Passa il proprio tempo a leggere segni. Fa solo questo: segni di felicità, segni di infelicità. Sul viso dell’altro, nei suoi comportamenti. È veramente in preda ai segni. […]

Non so se davvero, quando torcevi quel panno, ero in una di quelle gocce d’acqua cadute via. Forse semplicemente stavi strizzando il tuo cervello, e l’acqua era la tua sofferenza. Ma poteva anche trattarsi di rabbia o disgusto, che scivolavano spremuti fuori dalla tua esistenza.

Dove sei, dove sei. Non ho mai potuto trovarti, né parlarti. Non funziona più, d’improvviso, quell’incredibile – weird – filo che ci ha consentito di comunicare a distanza. Ha smesso di funzionare, ed io sono qui a chiedermi perché, e dove sei.

L’amore non è cieco. Al contrario, ha una potenza di decifrazione incredibile, che dipende dall’elemento paranoico che è in ogni innamorato.

Alla fine, non so nemmeno se sei blindato, rinchiuso contro la tua volontà, oppure sei blind, cieco, ovvero hai scelto tu di lasciar andare. E’ una questione di non poco conto…

Un innamorato […] coniuga estremi di nevrosi e di psicosi: è un tormentato e un pazzo. Vede chiaramente, ma il risultato è spesso lo stesso che se fosse cieco. […]

Correvano immagini su quel filo, il tuo pensiero mi arrivava, ed io sapevo che cosa stavi facendo, lo tiravi ed io, ad un’ora giovane di un certo giorno, mi risvegliavo; e anche tu sapevi quello che io avevo pensato. Adesso non funziona più perché, ora ne sono certo, tu l’hai lasciato andare.

[…] Perché non sa dove né come fermare i segni. Decifra perfettamente, ma non sa fermarsi su una certa decifrazione. Viene ripreso in un circolo perpetuo, che niente viene mai a placare. […]


L’hai lasciato andare: la questione è risolta.

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R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso

Passaggio – 1.

3 febbraio 2019

(…) …..l’autunno riscoperto nella sua forza rigenerativa e non regressiva, involutiva, annichilente, potrà evocare fecondi miti di fecondazione, di elevazione spirituale, di riconciliazione. Accolto come esperienza di maturazione, di individuazione, di crescita, non potrà allora che emanciparsi esso stesso dagli archetipi della vecchiaia, dal sentore di morte, di finitudine, di futilità. Per chi pensa che ogni fine sia solamente se stessa e non un passaggio potenziale, anche crudele, penoso, ingrato, l’autunno diventa la metafora necessaria per comprendere che non vi è inizio se non c’è stata conclusione – che tardiamo a vedere, a comprendere, ad accettare.

…E’ un incanto contemplare il monte Citoro

che ondeggia di bossi e i pini resinosi di Nàrice,

un incanto guardare i campi

non soggetti al rastrello,

ad alcun lavoro dell’uomo.

[da Virgilio, Georgiche, Libro II]

D. Demetrio, Foliage

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In vettura!

24 febbraio 2018

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La cinquecento grigia con i sedili rossi, metallica e arrugginita, faceva quel rumore all’avviamento che prospettava senza indugio l’eventualità che non riuscisse affatto ad avviarsi. La renault quattro, rossa tra l’altro, al confronto pareva lunga, era l’auto dei viaggi e poteva essere caricata all’inverosimile sul tetto  (nei viaggi oltremare, poi, si usava ancora caricare le automobili sulle navi traghetto servendosi di una rete, che le piazzava una ad una direttamente nella pancia della nave); e quel gesto di spinta in avanti per il cambio delle marce la rendeva volitiva, forse coraggiosa, una che sapeva dove andare.

Poi c’è stata la centoventotto bianca, che aveva spazio dietro e davanti e solo una volta è stata caricata sul tetto per il trasporto di due biciclette, legate al portapacchi come due povere valigie. Non era bella, ma poteva considerarsi una vera automobile; non faceva lunghi viaggi. Allo stesso tempo, altrove, una serie di citroen venivano di anno in anno caricate sopra e nel baule e tra i sedili, fino a schiacciarle rasoterra più di quanto già non fossero, per avventurarsi in viaggi estivi ancora quasi a zonzo…benchè fosse già arrivata l’epoca del pulmino azzurro. Il pulmino era nato per i viaggi. Freddissimo, dotato solo dei due posti anteriori, dietro custodiva uno spazio vuoto che era stato arredato con sedie da regista fissate al pavimento, quelle stesse che si mettevano intorno al tavolo in campeggio, e naturalmente poteva trasportare più bagagli e masserizie di tutte le altre che l’avevano preceduto.

In africa c’erano solo le centoventiquattro, spedite un mese prima via mare. Ma un anno c’è stato un fuoristrada da battaglia, tre posti davanti, due strettissimi sedili metallici paralleli dietro, un telone sopra, un’auto insomma, che siffatta induceva il conducente a sperimentare strade inesplorate che non sembravano nemmeno strade, dimenticandosi dei passeggeri sotto il telone, sballottati come noci in un paniere. Era necessario tenersi forte ai pali di sostegno, ma era bello vedere nel vano posteriore la terra scorrere e la boscaglia scoprirsi, e poter raggiungere i marigini delle spiaggie.

Ogni vettura ha una storia densissima e in fondo, anche le biciclette e i motorini degli anni novanta e duemila hanno accompagnato la mia vita e sono ricchi di storia: lo sky vetro che adoravo e col quale ho percorso tutta l’aurelia fino a maccarese (una follia), il peugeot che si fermava in continuazione specialmente se pioveva, lo scooter della maturità che è stato l’unico dei miei mezzi dotato di un garage, la fiesta che decise di perdere un finestrino durante un viaggio d’inverno.

Ho voluto bene anche ad auto altrui, naturalmente; la vita degli amici cari diventa anche un po’ nostra, le loro abitazioni ci diventano familiari e quindi stabiliamo un rapporto anche con le vetture: la mitica macchina del potere, certi scooter, l’auto che per prima ho guidato sulle stradine della campagna pavese, la panda che qualcuno riusciva a guidare mettendo la testa fuori dal tettuccio, tutte le auto gentili che gli amici e le amiche conducevano per accompagnarmi a casa, quando la via per la mia bicicletta era troppo lontana.

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La terra

5 marzo 2017
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Al principio la terra era uniforme, costituita da strati di sabbie e pietre, ondulati e sovrapposti, di tutte le sfumature di giallo, beige, ocra e rosso. Sempre in movimento erano i granelli, piccoli continui rotolii e risalite e scambi di posto, ma sempre l’aria minima tra l’uno e l’altro, sempre tutti vicini e scorrevoli. Talvolta penetrati dall’acqua, tendevano ad appiccicarsi l’uno con l’altro,  per poi separarsi di nuovo quando l’acqua evaporava o scendeva in profondità. Sopra, i tramonti e le albe, le tramontane e la calura, il suono del movimento che corre nell’aria. Sopra e sotto terra, l’odore di ogni materia, di ogni granello, profumo tenue, ma definito.

Dovrei definire involucro una forma che è in grado di contenere un’altra forma, avvolgendola; in questa accezione, tutta la terra è un involucro. Invece preferisco definire involucro lo spazio dell’esistente occupato da un essere vivente. Non so perchè senta mia questa definizione: forse perchè ogni essere vivente sa contenere altro in una misura che potebbe dirsi infinita – se non fosse che ogni essere vivente ha un tempo definito in cui esprimersi.

Nella terra di Pompei, gli involucri sono, per loro disgrazia e nostra informazione, rimasti disegnati anche oltre quel tempo definito. I contorni tridimensionali dei corpi si sono conservati nelle loro dimensioni originali, e descrivono fedelmente gli esseri viventi che si sono trovati, alla fine, parte integrante di quella terra.

La scomparsa di un essere vivente che è caro al mio cuore si può perfettamente rappresentare così, come un involucro vuoto nella terra. Dove la terra è l’esistenza, l’involucro era quell’essere vivente e il vuoto è la realtà presente. Un vuoto “incolmabile”. Impossibile, infatti, riempire l’involucro vuoto di una vittima di Pompei con il corpo di un altro. L’involucro vuoto è unico, come l’essere vivente che lo ha definito con i propri contorni.

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