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Torno spesso al mio mare

17 marzo 2020

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Torno spesso al mio mare

luogo di pensiero,

lascio orme

nella sabbia molle.

Non resiste lo sguardo

alle conchiglie sperse  

come gemme nella sabbia,

all’osso di seppia

prezioso lascito dell’acqua.

Osservo le nuvole riflesse,

si specchia il bianco 

sul nero brillante e questo nero

limo di un mare scuro di sabbia scura

fa nera l’onda, volitiva inesorabile

base ritmica, motore mobile.

E quando tra tonfi e gorghi l’onda

si ritira, resta

quel sottile specchio

nero trasparente

e lì ti ritrovo, mia immagine,

nero bianco di luce, 

nero e acqua e specchio e nuvole,

mio riflesso interno, io.

 

E tu? Anche tu ami

il nero trasparente

e il tuo interno riflesso?

E l’onda che rimescola,

e accarezza forte la riva?

 

 

 

L’abbraccio – 2.

13 marzo 2020

civetta

Il silenzio ci inquieta soltanto quando non si accorda con il nostro senso interno, cioè quando trova dentro di noi uno spazio in cui amplificarsi.  Quello spazio di amplificazione può essere generato da ciò che siamo abituati a sentire. Gli aerei, per esempio, se si vive non lontano da qualche rotta di atterraggio. Oppure certe strade a grande percorrenza, che di solito si avvertono anche di notte, come un lontano ronzio. E poi le voci dei vicini di casa, le televisioni accese, lo sbattere delle porte e dei cancelletti, le auto che parcheggiano vicino. E il parlarsi da un giardino all’altro, un richiamo dalla finestra del primo piano, l’abbaiare di un cane. Già prima dell’inizio della primavera (quando le finestre iniziano ad aprirsi, un po’ come i fiori), tutti questi suoni cullano la nostra abitudine e il nostro senso dell’udito li riconosce come rassicuranti, anche nella loro banalità (o proprio per la loro banalità).

Poco fa, nella notte, ho udito il richiamo di una civetta (le adoro, ma sfuggono sempre allo sguardo anche se volano vicino). In questo immane silenzio, è stato come un abbraccio consolatorio, un sorso d’acqua preziosa; niente di metafisico, ma come se  quella civetta volesse riportarmi alla maggior consolazione, ovvero riconoscere che la realtà dell’esistenza (lo scorrere del tempo, delle stagioni)  non corrisponde, non è quella che percepiscono i miei sensi stanchi, la realtà fluisce indipendentemente dal mio sentire. La civetta vola, plana, si rifugia sul suo ramo, è indifferente al silenzio, ignara, al di sopra delle umane cose; vive, cerca le sue prede, fa il suo richiamo, aspetta la primavera, fa il suo nido, canta. Non posso imitarla, posso ascoltarla, ricordarmi che c’è e sperare che torni a planare qui vicino.

§

L’abbraccio – 1.

4 marzo 2020

 

Proprio adesso che dall’alto ci intimano di restare a debita distanza l’uno dall’altro perché potenzialmente contagiosi o contagiabili, proprio adesso che ci comunicano l’entità di questa distanza minima (un metro, due metri), ecco che si affaccia, sui miei rami, una maturazione tardiva. E’ ancora presto per parlare di maturazione, in realtà si tratta di un piccolo frutto acerbo. Ma è spuntato, da quel piccolo globo del fiore. Insomma, vorrei abbracciare il mondo intero delle persone a cui sono legata. Abbracciare l’intero mondo dei miei affetti. Non perdere altro tempo, e semplicemente abbracciarlo, il più spesso possibile.

Il passato ha inaridito tutta la mia terra, ma è il presente che conta. Abbracciare tutti, adesso.

§

 

 

Quella luna, quel blu

23 febbraio 2020

Potrei dire che si tratta del dipinto più importante della mia vita e che, insieme ad alcuni altri, ha segnato la mia storia d’amore per l’arte figurativa. Lo scoprii ai tempi del liceo, su un qualche libro stropicciato, ma iniziai a conoscerlo all’università; Sebastiano_del_piombo,_pietà

e finalmente, alla fine degli anni novanta, ebbi la prima occasione di vederlo dal vivo, esposto senza tanti onori: un’emozione che ricordo ancora, insieme alla commozione (pochissime altre volte mi ha commosso la vista di un quadro). Oggi sono ritornata a trovarlo a Viterbo, esposto in un museo, questa volta con tutti gli onori (ma in un allestimento ingrato: i riflessi dei faretti nascondevano la luna! Quella meravigliosa e potente luna abbracciata da un cielo blu scuro). L’ho ritrovato e l’ho amato di nuovo. Il Cristo livido morto, sebastiano-del-piombo-particolare-2-300x276ma di apollinea bellezza (il profilo nobile, il corpo muscoloso dalle proporzioni perfette), sua Madre matrona possente e anche lei ammantata di blu. E più di tutto, ho ammirato di nuovo il cupo scenario, vuoto di altra umanità, vuoto del sole inghiottito dall’orizzonte (quel lieve chiarore rossastro che evoca solo sangue), fatto di toni freddi, di abbandono. È un dramma solitario, vuoto di dio. Dio si indovina nella corporeità impossibile del Cristo, solo un dio può apparire così, da morto. Quanto mi incanta il blu sul quale si staglia la luna; blu scuro come un mare profondo. Non so come abbia potuto l’immaginazione di un uomo, un artista del cinquecento, concepire un’immagine della tradizione iconografica in modo così rivoluzionario. Come abbia saputo uscire dai canoni del suo tempo fino a rappresentare questa scena in un luogo abbandonato e avvolto dalla notte, esprimendo insieme l’umano e il sublime, il senso del tragico e una sensibilità romantica ante litteram.

Che meraviglia, quella luna.

§

Sebastiano del Piombo, Pietà. Viterbo, Museo Civico

Dello stato di trance e delle sue conseguenze più immediate

22 dicembre 2019
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trance
sostantivo
fam.estens. Estasi; momento di assoluta astrazione dalla realtà circostante.

Che lo stato di trance sia una condizione che ultimamente mi succede di attraversare, è una recente constatazione, anzi, una presa di coscienza. Come dire: se succede questo, dovevo trovarmi in uno stato di trance, di abbandono. In quei frangenti, il mio cervello funziona bene, perché è ben governato – ma non governato da me. Cedo la sua leva del comando, lasciando che s’inserisca su un nuovo binario, dove tutto scorre e procede senza la possibilità di fermarsi (le pause sono pochissime e brevissime! un istante!). Non di rado, la velocità richiesta aumenta ulteriormente, non quella relativa, ma la velocità generale. In più, qualche volta chi tiene il comando si comporta come se dovesse domare un cavallo impazzito, che deve essere incitato, un po’ frustato e slanciato, spinto in avanti con forza furibonda (ma sempre amabile, è necessario che sia così). Così ci troviamo tutti a navigare in un mare un po’ teso e tempestoso.

Alla fine, siamo esausti. Tutti abbiamo attraversato un canale liberatorio, siamo un po’ frastornati, ma sentiamo il sangue scorrere. Torna la calma. Il mio cervello esce come da un torpore, ma era appunto quello stato di trance: non si trattava di torpore, era una forma di costrizione alla lucidità, senza possibilità di uscita.

E la conseguenza immediata è che poi il mio cervello continua a procedere su quei binari come se non ne fosse uscito, ritrovandosi un po’ spaesato in altri contesti. Alla fine ritrova i suoi passi consueti (con qualche accecante reminescenza che lo riporta per un istante dov’era, come un nuovo sangue dorato che ormai scorre da qualche parte dentro di me, e si fa sentire ogni tanto, tirandomi la manica, il ricordo) – ma non vede l’ora di ritrovarsi di nuovo in quel flusso, non più del tutto padrone di sé e così ben governato.

§

Il bene prezioso

6 giugno 2019

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“Sei strano, Maurice. Hai conosciuto la gente più cinica, più disincantata, eppure non sei infelice, voglio dire, non nell’intimo! Sbaglio?”
“No.”
“Ma insomma, allora che cos’è che ti consola?”
“La certezza della mia libertà interiore” le rispose dopo averci riflettuto, “quel bene prezioso e inalterabile che dipende soltanto da me perdere o conservare. La certezza che le passioni spinte all’estremo come in questo periodo sono destinate a spegnersi. Che tutto ciò che ha avuto un inizio avrà una fine. In due parole, che le catastrofi finiscono e che dobbiamo cercare di non finire prima di loro, ecco tutto. Dunque, per prima cosa vivere: primum vivere. Alla giornata. Resistere, aspettare, sperare.”

I. Némirovsky, Suite francese

Viaggio d’inverno – 1

13 marzo 2019

Neve nera come la cenere cade leggera e scomposta sui danzatori. Ad ogni passo, e ad ogni movimento del corpo quando il corpo è a terra, essa si solleva formando piccole nuvole di fiocchi, troppo e stranamente leggeri per apparire veri cristalli di neve.

Come i fiocchi neri, piovendo dall’alto, evocano ceneri di giorni trascorsi, di storie d’amore concluse e dunque di vita alla fine, così i danzatori evocano l’anima del viandante. Lui è tra noi: incede verso il proscenio in Güte nacht, scende le scale e si dirige a sinistra, accostandosi al suo alter ego dell’anima, ovvero il pianoforte; lì si ferma e da lì pronuncia il suo canto, ora sussurrato, ora declamato. Quel canto ci racconta la disperazione e la rassegnazione di un’anima al declino; e lo fa con fermezza, conscio dell’ineluttabilità del suo destino.

Intanto i corpi muovono secondo geometrie rigorose, in un misurato repertorio di gesti e movimenti, aderendo ad un’estetica elegante e composta. Spaziano in formazioni sempre diverse , da due a dodici, sovente in numero pari. Nell’esprimere in danza le vicissitudini interiori cantate dai versi di Müller e dalle note di Schubert fanno sovente ricorso a dinamiche rallentate, fino a raggiungere episodi di assoluta, inquietante sospensione: in effetti, lo slow motion riesce idealmente a corrispondere ai silenzi, al canto di Schubert assorto e su se stesso concentrato .

I colori dominanti, nell’idea registica di Preljocaj, sono il bianco ed il nero, confinando l’incedere del viandante in un quadro epico, nel quale i concetti di vecchiaia e di morte si specchiano, e la speranza è assente, se non in forma illusoria e fugace (come la missiva di Die post, e i tre astri nel cielo di Nebensonnen). Nelle tonalità neutre (con qualche eccezione intorno a toni vicini al rosso) sono anche i costumi, talora drappeggiati, leggeri (proposti appunto in diverse varianti); così come le scarne scene e il magistrale disegno luci, dove l’adozione di luci a piombo, specialmente nei primi lieder, e di luci laterali combinate con effetti di controluce, genera sensazioni di vertiginosa profondità e l’illusione di piani asimmetrici.

Raro è il ricorso agli oggetti di scena (un ventaglio, fogli bianchi); in due occasioni ascoltiamo la voce dei danzatori sferzare o punteggiare il lamento del protagonista allo stesso modo delle luci taglienti; sono quasi assenti i ricorsi alla mimica: nessun accenno di descrittivita’, insomma, e invece pura danza, movimento intelligente e rigoroso.

Dunque Preljocaj non attinge al di fuori dei codici della danza. Forse è vincolato proprio dalla scelta di portare in scena i musicisti dal vivo, perché in questo modo il viandante è lì, rivolto verso di noi, a narrarci del suo viaggio esistenziale quasi alla fine: la danza quindi non può limitarsi a “dipingere” con il movimento la poesia in musica. Non dipinge, ma evoca, nel senso che uno, due, sei danzatori vivono ed esprimono gli stati d’animo del viandante. Misteriosamente, essi “danno vita” alle sensazioni espresse nel canto, ma in modo caleidoscopico, tridimensionale.

Ogni lied corrisponde ad un quadro coreografico, collegato al successivo solo da un filo – e dal silenzio. Devo rilevare che questa successione rischia di apparire un po’ didascalica, alla stregua di un elenco di codici espressivi della danza. Tuttavia il coreografo si è tenuto a sufficienza lontano dalla tentazione della teatralità, attingendo come dicevamo ad un linguaggio astratto ed evocativo, e in questo modo non ha mai corso il rischio di apparire prevedibile o sterile. Inoltre, la coreografia è stata pensata per il Corpo di Ballo della Scala, quindi per danzatori per natura votati al linguaggio classico, e solo occasionalmente avvicinati a linguaggi più contemporanei (si è trattato infatti di danzatori scelti): tale destinazione ha certamente influenzato il coreografo nel mantenersi all’interno di un repertorio di movimento costruito appositamente per loro.

Tatzl ha un volume di voce votato al repertorio cameristico, un timbro morbido e forse un po’ uniforme, apparentemente velato. E’ presente in scena ma, giustamente, non fa teatro: rappresenta il fulcro dello spettacolo ed è la sua voce a condurci nel viaggio. Vaughan suona con lui e gestisce il rapporto della partitura con i danzatori, in un ruolo quindi inconsueto, considerata la vocazione cameristica di queste pagine schubertiane. Cantante e pianista si trovano sul confine della quarta parete e, proprio perché si trovano sul confine, la aprono per noi, paradossalmente riportandoci nel ruolo di spettatori incantati e allo stesso tempo introdotti in contesto espressivo intimo e sublime.

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Winterreise

Coreografia di A. Preljocaj

Musica di F. Schubert

Danzatori del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala

Basso baritono, T. Tatzl

Pianista, J. Vaughan

Scene di C. Guisset, Luci di E. Soyer, Costumi di A. Preljocaj

Teatro alla Scala, 8-9 marzo 2019

§

 

 

 

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