Sul fondo

Non so perché quel ponte e non un altro. Trovo parcheggio lì vicino. Sono così sicura di me, così certa di quello che devo fare. Il cielo è già blu scuro, ma non sarà certo un evento in solitaria, lì alle porte di Trastevere: luci, suoni, clacson, motori accesi, auto che sfrecciano, vociare, turisti, ragazzi, un musicante che suona, ambulanti, piccole bancarelle, e ancora voci, gruppi di persone, fotografie.
Dopo essermi guardata intorno, siccome il parapetto verso valle è del tutto ingombro delle persone che scattano foto e si sporgono, mi dirigo all’altro parapetto, quello che vede il Tevere scendere da Ponte Mazzini, verso le luci del tramonto, che disegnano ancora le cupole sul blu. Lì mi fermo soltanto un momento ad osservare la massa d’acqua sotto di me scorrere pesante e inesorabile. Apro la scatoletta rossa – mi sento e sono osservata, in verità, ma non mi scompongo, che ne sanno, penso – e li lancio con forza lontano da me, e addio. Addio, dico a mezza voce, tra me e me, ma vale come un urlo, addio, così detti simboli dell’amore.
Uno alla volta, fanno un lungo tuffo e li vedo inabissarsi. Penso, chissà quant’è profondo. Quanto ci vorrà perché tocchino il fondo? Non mi è venuto in mente subito che, mentre affondano, saranno trascinati a valle, toccheranno il fondo forse sotto al ponte oppure ancora oltre, saranno travolti dai gorghi e dalla corrente. Poi penso, chissà se mai saranno ritrovati sotto il limo, e stabilisco che è impossibile. Troppo piccoli, troppo potente il fiume. Nessuno saprà di loro e di questo amore vissuto e perduto, nessuno mai più li toccherà. Penso anche, chissà quanti altri pegni d’amore si sono inabissati qui.
Fisso per qualche momento le acque; ma questi atti devono avere una durata breve, asciutta, non è previsto il raccoglimento. Il mio soffermarmi dura dunque forse un minuto. Mi volto e mi dirigo al primo cestino, dove getto la scatoletta rossa.
Scena dalla finestra

La pioggia cade e tutto rinfresca. Lievi le gocce scivolano dalle foglie per cadere nel prato e tutto beve, rinverdisce e cresce rigoglioso. Dolce è il loro suono, come un soffice tamburellare. Qualcosa sembra vibrare, i rametti del glicine e dei gelsomini al peso dell’acqua. Poi si sente un frullare, è un piccolo essere alato dal manto nero e dalla lunga coda puntuta che va a riposarsi su un ramo, proprio davanti alla finestra, non sembra avere paura. Ascolto e penso che non vorrei la notte. Mi serve la luce del cielo che, anche oscurata dalle nuvole, come una lancia tocca ogni cosa e la rende brillante. Il verde lucidissimo delle piante, gli alari in ferro delle persiane, i vasi, le pietre dei vialetti argentee. Come una bacchetta magica quella luce. Ho bisogno della luce. Cos’è la materia, senza luce.
Le cose
…
Le cose morte.
Morte.
Cose. Le cose.
Le cose morte. La morte. La morte delle cose.
Morte, parola aspra. La morte di chi ami fa male per sempre, finché sei vivo. Le cose che rimangono si possono toccare, annusare, appoggiare sulla guancia, indossare, gettare nel cestino. Le cose che rimangono sono tutto ciò che resta di toccabile e osservabile. Le cose che restano non so dove metterle. Alcune le ho riposte su una mensola dove, verso il tramonto, un raggio di sole che penetra dalla finestra le illumina. Le ho messe in bella mostra, ma soltanto io so che cosa significano quei tre libri con un segnalibro all’interno, appoggiati vicino a un piccolo tucano di legno colorato. Soltanto io so che cosa significa quel tucano che mi pare di aver sempre visto sulle mensole. Sulle mensole di altre case.
Cose. Le cose non sono morte perché non sono mai state vive. Eppure le cose, nel momento in cui esprimono un ricordo profondo che pesca in fondo ai meandri della vita intera, si animano come di una specie di vita. E questo è molto importante, o forse, è abbastanza importante, semplicemente perché è l’unica cosa che resta, oltre a tutti gli innumerevoli ricordi racchiusi nelle sinapsi del cervello. È abbastanza importante perché succede di pensare a quelle cose e di amarle, come se le cose in se stesse rappresentassero la persona perduta
Morte.
Morte è qualcosa di così forte quando ti priva di una persona amata, che poi succede di pensare alla propria quasi con indifferenza. È tutto cambiato. Io sono cambiata. Non penso più come prima. Non ho più pazienza. Alcune cose che facevo e che prima mi interessavano, adesso non mi interessano più. Altre mi interessano ancora. Altre mi interessano ancora ma le faccio in un modo diverso, anche se talvolta con meno cura. Altre le faccio comunque con cura, ma ho l’impressione di farle in modo diverso, come se fosse la prima volta che le faccio. Per esempio oggi ho messo delle nuove piante in alcuni vasi e l’ho fatto con una certa cura, mi è sempre piaciuto molto farlo, ma è come se lo facessi con una certa indifferenza, come se una parte di me non partecipasse fino in fondo. Ma lascio comunque che il mio cervello i miei occhi e il mio olfatto scelgano i fiori e le piante, e lascio comunque che le mie mani le mettano nei vasi a dimorare. Li lascio fare mentre una parte di me è lì che osserva. E’ lì che si guarda la scena, ma sa che quel cervello e occhi e olfatto sono i suoi.
…
Mani sulla testa

.
Il freddo sale
percorre
le linee dei nervi
dalle falangi al cuore
tutto trema
arti lingua ventre
.
Non è più vibrare
di ali leggere
come allora la tua creatura
non è vibrazione d’amore
quel tremolio
.
E’ mancanza
presente futura
tensione
prima dello strappo
sensazione annunciata
ben conosciuta ahimé
fedele compagna
inevitabile
.
Così attendi con le mani
sulla testa
§
Torno spesso al mio mare

Torno spesso al mio mare
luogo di pensiero,
lascio orme
nella sabbia molle.
Non resiste lo sguardo
alle conchiglie sperse
come gemme nella sabbia,
all’osso di seppia
prezioso lascito dell’acqua.
Osservo le nuvole riflesse,
si specchia il bianco
sul nero brillante e questo nero
limo di un mare scuro di sabbia scura
fa nera l’onda, volitiva inesorabile
base ritmica, motore mobile.
E quando tra tonfi e gorghi l’onda
si ritira, resta
quel sottile specchio
nero trasparente
e lì ti ritrovo, mia immagine,
nero bianco di luce,
nero e acqua e specchio e nuvole,
mio riflesso interno, io.
E tu? Anche tu ami
il nero trasparente
e il tuo interno riflesso?
E l’onda che rimescola,
e accarezza forte la riva?
L’abbraccio – 2.

Il silenzio ci inquieta soltanto quando non si accorda con il nostro senso interno, cioè quando trova dentro di noi uno spazio in cui amplificarsi. Quello spazio di amplificazione può essere generato da ciò che siamo abituati a sentire. Gli aerei, per esempio, se si vive non lontano da qualche rotta di atterraggio. Oppure certe strade a grande percorrenza, che di solito si avvertono anche di notte, come un lontano ronzio. E poi le voci dei vicini di casa, le televisioni accese, lo sbattere delle porte e dei cancelletti, le auto che parcheggiano vicino. E il parlarsi da un giardino all’altro, un richiamo dalla finestra del primo piano, l’abbaiare di un cane. Già prima dell’inizio della primavera (quando le finestre iniziano ad aprirsi, un po’ come i fiori), tutti questi suoni cullano la nostra abitudine e il nostro senso dell’udito li riconosce come rassicuranti, anche nella loro banalità (o proprio per la loro banalità).
Poco fa, nella notte, ho udito il richiamo di una civetta (le adoro, ma sfuggono sempre allo sguardo anche se volano vicino). In questo immane silenzio, è stato come un abbraccio consolatorio, un sorso d’acqua preziosa; niente di metafisico, ma come se quella civetta volesse riportarmi alla maggior consolazione, ovvero riconoscere che la realtà dell’esistenza (lo scorrere del tempo, delle stagioni) non corrisponde, non è quella che percepiscono i miei sensi stanchi, la realtà fluisce indipendentemente dal mio sentire. La civetta vola, plana, si rifugia sul suo ramo, è indifferente al silenzio, ignara, al di sopra delle umane cose; vive, cerca le sue prede, fa il suo richiamo, aspetta la primavera, fa il suo nido, canta. Non posso imitarla, posso ascoltarla, ricordarmi che c’è e sperare che torni a planare qui vicino.
§
L’abbraccio – 1.
Proprio adesso che dall’alto ci intimano di restare a debita distanza l’uno dall’altro perché potenzialmente contagiosi o contagiabili, proprio adesso che ci comunicano l’entità di questa distanza minima (un metro, due metri), ecco che si affaccia, sui miei rami, una maturazione tardiva. E’ ancora presto per parlare di maturazione, in realtà si tratta di un piccolo frutto acerbo. Ma è spuntato, da quel piccolo globo del fiore. Insomma, vorrei abbracciare il mondo intero delle persone a cui sono legata. Abbracciare l’intero mondo dei miei affetti. Non perdere altro tempo, e semplicemente abbracciarlo, il più spesso possibile.
Il passato ha inaridito tutta la mia terra, ma è il presente che conta. Abbracciare tutti, adesso.
§
Quella luna, quel blu
Potrei dire che si tratta del dipinto più importante della mia vita e che, insieme ad alcuni altri, ha segnato la mia storia d’amore per l’arte figurativa. Lo scoprii ai tempi del liceo, su un qualche libro stropicciato, ma iniziai a conoscerlo all’università; 
e finalmente, alla fine degli anni novanta, ebbi la prima occasione di vederlo dal vivo, esposto senza tanti onori: un’emozione che ricordo ancora, insieme alla commozione (pochissime altre volte mi ha commosso la vista di un quadro). Oggi sono ritornata a trovarlo a Viterbo, esposto in un museo, questa volta con tutti gli onori (ma in un allestimento ingrato: i riflessi dei faretti nascondevano la luna! Quella meravigliosa e potente luna abbracciata da un cielo blu scuro). L’ho ritrovato e l’ho amato di nuovo. Il Cristo livido morto,
ma di apollinea bellezza (il profilo nobile, il corpo muscoloso dalle proporzioni perfette), sua Madre matrona possente e anche lei ammantata di blu. E più di tutto, ho ammirato di nuovo il cupo scenario, vuoto di altra umanità, vuoto del sole inghiottito dall’orizzonte (quel lieve chiarore rossastro che evoca solo sangue), fatto di toni freddi, di abbandono. È un dramma solitario, vuoto di dio. Dio si indovina nella corporeità impossibile del Cristo, solo un dio può apparire così, da morto. Quanto mi incanta il blu sul quale si staglia la luna; blu scuro come un mare profondo. Non so come abbia potuto l’immaginazione di un uomo, un artista del cinquecento, concepire un’immagine della tradizione iconografica in modo così rivoluzionario. Come abbia saputo uscire dai canoni del suo tempo fino a rappresentare questa scena in un luogo abbandonato e avvolto dalla notte, esprimendo insieme l’umano e il sublime, il senso del tragico e una sensibilità romantica ante litteram.
Che meraviglia, quella luna.
§
Sebastiano del Piombo, Pietà. Viterbo, Museo Civico
Dello stato di trance e delle sue conseguenze più immediate

trancesostantivofam.•estens. Estasi; momento di assoluta astrazione dalla realtà circostante.
Che lo stato di trance sia una condizione che ultimamente mi succede di attraversare, è una recente constatazione, anzi, una presa di coscienza. Come dire: se succede questo, dovevo trovarmi in uno stato di trance, di abbandono. In quei frangenti, il mio cervello funziona bene, perché è ben governato – ma non governato da me. Cedo la sua leva del comando, lasciando che s’inserisca su un nuovo binario, dove tutto scorre e procede senza la possibilità di fermarsi (le pause sono pochissime e brevissime! un istante!). Non di rado, la velocità richiesta aumenta ulteriormente, non quella relativa, ma la velocità generale. In più, qualche volta chi tiene il comando si comporta come se dovesse domare un cavallo impazzito, che deve essere incitato, un po’ frustato e slanciato, spinto in avanti con forza furibonda (ma sempre amabile, è necessario che sia così). Così ci troviamo tutti a navigare in un mare un po’ teso e tempestoso.
Alla fine, siamo esausti. Tutti abbiamo attraversato un canale liberatorio, siamo un po’ frastornati, ma sentiamo il sangue scorrere. Torna la calma. Il mio cervello esce come da un torpore, ma era appunto quello stato di trance: non si trattava di torpore, era una forma di costrizione alla lucidità, senza possibilità di uscita.
E la conseguenza immediata è che poi il mio cervello continua a procedere su quei binari come se non ne fosse uscito, ritrovandosi un po’ spaesato in altri contesti. Alla fine ritrova i suoi passi consueti (con qualche accecante reminescenza che lo riporta per un istante dov’era, come un nuovo sangue dorato che ormai scorre da qualche parte dentro di me, e si fa sentire ogni tanto, tirandomi la manica, il ricordo) – ma non vede l’ora di ritrovarsi di nuovo in quel flusso, non più del tutto padrone di sé e così ben governato.
§
Il bene prezioso
“Sei strano, Maurice. Hai conosciuto la gente più cinica, più disincantata, eppure non sei infelice, voglio dire, non nell’intimo! Sbaglio?”
“No.”
“Ma insomma, allora che cos’è che ti consola?”
“La certezza della mia libertà interiore” le rispose dopo averci riflettuto, “quel bene prezioso e inalterabile che dipende soltanto da me perdere o conservare. La certezza che le passioni spinte all’estremo come in questo periodo sono destinate a spegnersi. Che tutto ciò che ha avuto un inizio avrà una fine. In due parole, che le catastrofi finiscono e che dobbiamo cercare di non finire prima di loro, ecco tutto. Dunque, per prima cosa vivere: primum vivere. Alla giornata. Resistere, aspettare, sperare.”I. Némirovsky, Suite francese






