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Uno splendido quadro

3 agosto 2016
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Increspature sull’acqua, tremule
dell’arancio e bianco e verde di luci
che si specchiano

E contorni delle montagne sul nero opaco
del cielo, e cielo
dove stelle sbucano da nuvole buie, e aerei
che solcano l’aria lassù, in alto
e satelliti come puntini lanciati in velocità
sulla curva della terra

E finestre illuminate, case scure,
fari che corrono sul bordo del lago,
carezzevole frescura

Questo quadro splendente, risonante di sé
è niente, se penso
all’incredibile silenzio
che sommerge le piccole onde, il tuffo di un pesce, il canto
della civetta, il rombo del tuono
lontano

Silenzio compiaciuto. Adagiato sull’erba,
amante amato,
luogo dell’estasi, mio cerchio
voluto, mio segreto
sempre svelato, come vaso
che raccoglie gocce
di pioggia

 

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Tifosi

18 giugno 2016

calcio

Il vicino, quello di lato, esce ululando dalla sua abitazione, per affacciarsi sul patio e poi correre in giardino, sempre berciando aaaaoghrrr sìsìsìììììììììììì evvaievvai, con voce cavernicola , dal timbro scuro e roco. Urla come un pazzo, da solo: la Fiorentina ha fatto un goal (la notizia spiega già da sé il motivo per cui esce da solo, ulula da solo: è assolutamente l’unico nel raggio di chilometri). Ci si può domandare perchè esca da casa per manifestare la sua soddisfazione: affinchè lo sappiano tutti, finanche gli dèi…? L’accadimento è, nondimeno, piuttosto raro.

Invece quello di sotto le guarda tutte, le segue tutte: ha una precisa posizione in merito ad ogni partita di calcio, anche tra squadre straniere mai sentite, dove parteggia sempre per una delle due con accorato trasporto. Non riesce mai a vederle con un certo distacco, insomma; non riesce a trovarsi mai al di sopra delle parti; non gli è possibile esprimere dissenso con un sorrisino, uno sbuffo, un’alzata di occhi al cielo, no. In caso di goal, infatti, sbraita urlando, certamente alzandosi se per caso era seduto, vocalizzando e articolando bestemmie; nel vagare per la stanza, molla calci ad oggetti che trova lì per lì, una poltrona, una gamba di tavolo. In caso di disfatta, un goal subìto, un’azione andata male, urla offeso la propria delusione additando l’incapacità del singolo giocatore. Quando si tratta di una partita che coinvolga la Roma, il tutto si amplifica ulteriormente; e si indovina la disfatta dal silenzio tombale che segue l’incontro, piuttosto che la vittoria dallo spalancare le persiane e mandare un garrulo cd di musiche di Venditti. Insomma, è persino prevedibile (perchè molta parte dell’umanità, in fondo, è prevedibile). Ma questa prevedibilità non mi rassicura, né mi consola: non potrei convivere mai con quella spaventosa rabbia, innescata dalla partita stessa; mi pare questa vicinanza sia già  più che sufficiente.

Qui nel condominio, il silenzio (cosa altrimenti rara) si materializza e diventa speciale quando deve giocare la Roma. I vicini si riuniscono in gruppetti; si invitano gli amici; l’attesa si taglia con il coltello. Meglio assecondare la maggioranza, non dico piazzandosi davanti alla partita di calcio, ma evitando perlomeno di sedersi davanti ad un pianoforte. In fondo si tratta di sole due ore; soltanto i morbosi (come il vicino di sotto) dedicheranno anche le ore successive all’ascolto di tutti i commenti, le moviole, i movioloni, i dibattiti e le sintesi.

Tra le eventualità più buffe, in un condominio, c’è senz’altro l’urlo isolato: quando qualcuno urla dal suo soggiorno, per una partita che sta seguendo soltanto lui, e dalla finestra aperta l’urlo raggiunge il cortile ed i giardini. Mi sveglio, o mi riprendo da un pensiero o da un’attività nella quale ero concentrata, pensando a che cosa mai sarà successo, e soltanto dopo aver ascoltato un po’ di silenzio, capisco che si trattava di un tifoso minore, di una partita minore, di una qualche categoria b o c.

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Ma quella rabbia che nei miei vicini di casa appare sintomo di qualcosa di malato, è bene che possa sfogarsi, quando è espressione di un’aggressività rimasta al chiuso per troppo tempo, raggelata, segregata: e che possa farlo non tanto nella tifoseria, ma nel gioco fisico, vero e proprio. In questo blog, che non posso che consigliare, si racconta anche di partite di calcio

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Il sesto senso

26 maggio 2016

Pontormo, Deposizione (part.)

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Il sesto senso è quello cinetico.

E’ il senso attraverso il quale percepiamo le vibrazioni vitali negli altri. Il corpo infatti non è mai davvero fermo; è impossibile che non succeda niente ad un corpo, anche quando è immobile. Agiscono il pensiero, il respiro, il cuore e gli organi interni,  e dall’esterno, la gravità. Il corpo quindi comunica, sempre. Persino quando muore, e resta solo la gravità: quando cessa di vivere, infatti, l’assenza del pensiero, del respiro, di ogni vibrazione, comunica agli altri la sua  morte.

Il sesto senso è un’attitudine del pensiero.

Un’attitudine davvero misteriosa, la telepatia: leggere nei pensieri altrui; consentire che altri leggano nei propri. Non penso che possa trattarsi di un’azione unidirezionale: funziona quando tra due soggetti si manifesta una sorta di compatibilità. Infatti, talvolta non funziona. Il mio pensiero non arriva a destinazione (o viene respinto). E in molte altre occasioni, invece, raggiunge l’altro senza che io lo voglia, come se i miei pensieri fossero leggibili, non solo attraverso la trasparenza del mio cranio, ma anche senza la compresenza dei due corpi, e persino dopo un’assenza prolungata di contatti! Qui il corpo non è immobile, ma si trova da un’altra parte!

Il sesto senso è un fenomeno dovuto all’interazione del pensiero con le increspature dello spazio-tempo

Una teoria, della cui origine non so spiegarvi, racconta che gli eventi futuri possano essere percepiti nel presente se l’evento è tanto potente, nel momento futuro in cui accade, da produrre lo stesso effetto che ottiene un sasso gettato nell’acqua: una serie di onde che si allontanano dall’evento raggiungendo ogni direzione del tempo, anche il passato. In tal caso,  il sesto senso non esiste. E’ una forma di percezione che si attiva soltanto se l’evento motore lo consente; non sei tu a percepire il futuro, è il futuro che raggiunge te.

Il sesto senso è una forma di intelligenza sensibile, acuta

Sapere in anticipo che un pomeriggio trascorrerà lietamente, o viceversa, dipende dalla nostra capacità di calcolare gli eventi, e dalla nostra abilità nel mettere in relazione i dati che conosciamo. Ma può bastare questa spiegazione? Che relazione abbiamo con un evento che deve ancora accadere, non abituale, di cui riusciamo a percepire in anticipo la manifestazione? Non possiamo in nessun caso intervenire sull’evento: percepiamo infatti direttamente la sua conclusione.

Il sesto senso è un amico

Caro amico, avvisami solo quando credi che sia necessario. Alcune specie di eventi preferisco ignorarle fino all’ultimo momento.

Per il resto, concedimi un cranio trasparente. Non mi dispiace: sono attratta dalla trasparenza come le mosche dal miele. E poi, facilita assai la comunicazione.

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Pianisti da soma

25 febbraio 2016

threelittlepigs19331

Pare che ci sia stata un’accesa discussione! Chissà com’è andata davvero. I ballerini sembravano divertiti, al ricordo; il Maître un po’ meno, forse perchè proprio lui aveva innescato la bomba ad orologeria. E che bomba! Veniva qui con questa faccia (e mostra la mimica di un uomo affranto), come si fa! Questi ballerini hanno bisogno d’essere sollevati…di lunedì, poi… (perchè in verità solo alcuni di loro lavorano in teatro, tutti gli altri vivono il lunedì come primo giorno della settimana…come qualunque impiegato). E le musiche! Che musiche suonava! I tre porcellini, capisce? I tre porcellini. Questi qui hanno bisogno di Don Chisciotte, Franz… Io faccio mostra di non conoscerlo, di non saperne niente. E non commento! Perchè sono certa che si sedesse con quella faccia, e che suonasse I tre porcellini. Ma so pure che i pianisti utili a quella lezione sono pianisti da soma. Ogni passo è veloce, atletico, strutturato in modo elementare; le musiche, quasi sempre sincopate anche in velocità, famose ma non troppo; musiche trascinanti, ma subito dimenticabili, da consumare in fretta. La classe procede in modo tanto veloce che credo di aver suonato lo stesso percorso armonico ad ogni passo; o forse no, chi se ne ricorda? Impossibile pensare di gettare l’occhio sul tablet, per pescare ad esempio per qualche valzerone che non sia proprio di grande repertorio e nemmeno improvvisato (giacchè i valzer brillanti non mi escono bene): impossibile, anche perchè non c’è il leggìo. Il mio ginocchio combatte con la tastiera troppo bassa per tutto il tempo; devo talvolta inseguire il pedale che si allontana da solo. Penso che la sala appaia grande, ma non lo sia: forse è troppo rettangolare, forse è troppo piena. Vorrei poter guardare qualche danzatore dotato di musicalità, qualcuno che conosco; ma sono tutti nascosti o troppo lontani. Davanti a me ho solo ballerini che fanno quello che gli pare.

Alla fine sono tutti contenti! Anche se ho smarrito un paio di solisti nei manège (non li vedevo).

Smarriti come i ricordi delle musiche che ho suonato.

Puf!

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Il corpo che non conoscevo

14 gennaio 2016

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In verità, ho omesso di parlare finora di un evento importante al quale ho partecipato, che risale all’ottobre scorso, questo Convegno qui. Forse ero talmente immersa lì dentro, che non ho saputo osservarlo abbastanza da fuori. Non subito, almeno: non per farne una notizia degna del suo prezioso contenuto. Ma diciamo la verità: sono tanto nauseata dalla meschinità che di questi tempi mi trovo a toccare con mano, così occupata a sorprendermi di quanto tempo da perdere abbiano certi individui con il vizio del parlare male e alle spalle e farsi gioco delle persone, e così sorpresa pure della debolezza che riconosco in certuni e non mi aspettavo, sorpresa dei voltafaccia e dei voltagabbana, insomma: così impegnata a costruirmi una vaga idea di che cosa sia l’umanità, che finisco per perdere un mucchio di tempo anch’io (problema mio, che alla mia età ancora ignoro certe forme di esperienza), tanto da smarrire, temporaneamente, il senso della mia…esistenza professionale. E’ proprio così che ho potuto presto annebbiare il ricordo di questo Convegno, dal taglio del tutto particolare e nato da un’idea che da subito, senza perdere tempo in preliminari didascalici, ha mostrato l’anima della questione corpo musica. Il Convegno si è materializzato apparentemente dal nulla, come una pepita d’oro nella sabbia.  Ma ero io a non aver saputo fino ad allora riconoscere che, tra i personaggi dickensiani che popolano il fotoromanzo a puntate, senza fine, dell’Accademia Nazionale di Danza, ci sono anche cervelli agganciati ad anime pulite. A volte scegliamo di collaborare ad un progetto, offrendo qualcosa del nostro tempo e delle nostre capacità, perchè in verità siamo consapevoli che riceveremo molto di più. Non siamo mossi quindi da una grande generosità, ma dalla convinzione di venire in qualche modo sfiorati dall’intelligenza altrui, nella speranza che possa propagarsi anche a noi, e sapendo di ricevere arricchimento dall’esperienza stessa.

Avrei preferito che durasse un po’ di più; invece, il Convegno, dopo la lunga e serrata preparazione, è durato tre giorni, come previsto… Mai che possa accadere qualcosa di autenticamente surreale! (bell’ossimoro)

Oltre quanto ci hanno offerto e comunicato i docenti relatori, mi ha favorevolmente colpita e rigenerata l’adesione interessata ed entusiasta dei convenuti; la partecipazione attiva, la fervida attenzione di tutti; la volontà di sapere di più, carpire, portarsi via qualcosa, fino alla propria postazione dietro al pianoforte, in una sala di danza. Mi ha incoraggiato fortemente la constatazione di far parte di una comunità che esiste davvero: non un piccolo agglomerato di musicisti, neanche di prim’ordine, così come siamo comunemente conosciuti (e come si sentono molti di noi, sprecati – annoiati: vedi post precedente), bensì una moltitudine di persone accomunate da una professione speciale, che può manifestarsi in mille sfumature e possibilità. Un corpo. Un gruppo di persone che pensano, e non semplicemente suonano,  e meno che mai “accompagnano”. Questa è stata una bella scoperta, di cui rammentarsi nei tempi bui.

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La noia

17 dicembre 2015
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F. Boucher, Mme Pompadour

No, no che non m’annoio! Rubo questo verso immortale per esprimere la mia temporanea rassegnazione verso uno status quo così candidamente impantanato nella sua immobilità, così poco equo e solidale, che quasi mi farebbe tenerezza – come un’anima perduta, da soccorrere – se non avesse invece il potere di schiacciare e limitare e ferire senza una giusta causa.

Mi domando quindi se dovrei esercitare benevolenza o comprensione verso una comunità di lavoratori che si annoia, ma non vuole che si sappia, e così pretende che nessuno dei suoi componenti possa manifestare abbastanza interesse, poichè rivelerebbe lo stato di tedio di tutti gli altri. Questo comportamento ci confessa che quella propensione crea loro imbarazzo (altrimenti, chissenefrega, no? Tanto, nessuno li sposta da lì); ci rivela che c’è una forma di lealtà verso la propria immagine di professionisti: manteniamo un profilo decente, echeccazzo! In un simile quadro, non sono ammesse le eccezioni, in nessun senso: è una costruzione fragile. Non sono possibili le più lievi espressioni di differenza, di diversa impostazione, di altra genesi. Non sono ammesse le parole. Sono bandite quelle di troppo.

Ma sul tavolo di questo gioco non ci sono solo le mie aspirazioni, la mia volontà di fare in un certo modo o in un altro. Ci sono delle difficoltà quotidiane assurde, se rapportate alla logica che le permette, se penso come fosse accessibile e indolore la soluzione per evitarle. Qualsiasi soluzione era però in contrasto con una gestione di tipo personalistico, tristemente contratta su di sè, che si fa baluardo di un suo ordinamento, come se il solo fatto di riferirsi ad un modello ordinato possa costituire l’applicazione di un sistema equo, nel quale evidentemente quella maggioranza non crede. Già, quella maggioranza in passato ha sofferto di un sistema ingiusto e punitivo. E allora oggi, che crede di aver raggiunto il miglior stato di libertà, non può fare a meno di sminuire le problematiche altrui, incapace di pensare e agire in modo costruttivo, incapace di rendersi conto che ogni generazione ha le sue croci.

Queste considerazioni riguardano in fondo soltanto la mia coscienza. Ho la tendenza a sopportare, alla fine, perchè non ho la forza di riconoscere sulla mia epidermide il male che soffro (ognuno di noi soffre un suo proprio male per la stessa cosa); temo di soccombere, e mi atteggio a non soffrire. Di tutto, mi fa male l’evidenza degli equivoci che le parole altrui possono suscitare e la forza che quelle parole possono esercitare per deviare il corso della comprensione, per guidare forzosamente la maggioranza verso un obiettivo, occultando la realtà, il vero motivo del contendere – che è appunto quella noia di cui parlavo prima.

Non si può aspettare, è necessario esporsi, e molto di più di quanto la mia indole non mi suggerisca. Non possiamo attendere il ricambio delle generazioni. L’immobilità spegne l’interesse verso ogni cosa e permea la vita di un’istituzione in modi subdoli, conducendola alla decadenza. Sempre è in agguato (per chi detiene il potere e la sicurezza, naturalmente) quello stato mentale che porta a dire dopo di me, il diluvio!

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Riesco comunque a suonare note speciali, opportune, persino allegre. Nei momenti solitari, proprio in quell’esilio in cui le aspirazioni sembrano non aver più posto, più aria da respirare, sommerse dall’apparente cecità, dall’omertà di quelli che, impegnati a ringraziare dei passati e continui reciproci favori, si ergono a difesa del proprio diritto di non apparire annoiati, proprio allora quelle aspirazioni respirano e fervono,  immaginano soluzioni e non (si) disperano.

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Le teche del Conte Hartig

21 settembre 2015

Le teche del Conte Hartig - ph. Runcini

La metamorfosi del baco in farfalla costituisce uno dei tòpoi del teatro e naturalmente anche della coreografia, di solito proposta nel suo significato più comune di superamento o raggiungimento di un obiettivo di grado superiore nell’evoluzione di un individuo, di una specie o di un’idea. Nella prima parte dello spettacolo di Cristina Caponera Le teche del conte Hartig la rappresentazione della metamorfosi era ospitata dallo spazio insolito e grezzo del Mulino Costantini di Ferentillo. Sebbene luogo ed atmosfera fossero suggestivi (anche perchè avvolti da una notte stellatissima, rischiarata soltanto dal lume delle candele) questa parte non mi ha colpito quanto la successiva, che si svolgeva invece intorno ad una vecchia chiesa del paesino di Castellone Basso. Il pubblico ha raggiunto la seconda location in una breve passeggiata sotto le stelle, appunto a lume di candela, e devo riconoscere che è stato impossibile non accogliere l’invito iniziale a lasciarsi avvolgere dal luogo, dai suoi profumi e colori -non si poteva infatti rimanere indifferenti a quella frescura, a quel buio fermo e pulito, alla nitidezza della volta. A ridosso del muro della chiesetta, le farfalle hanno danzato la loro nascita e poi i loro ultimi frulli d’ali prima di essere imprigionate nelle teche dal Conte Hartig, un feticista delle farfalle che, come ogni collezionista, le inseguiva per possederle e infine ammirarle chiuse nelle teche. Nell’invenzione assai convincente dei riquadri (teche) sospesi entro i quali danzano le farfalle c’era forse l’intenzione di rappresentarle sotto una luce edonistica, come fossero oggetti del desiderio finalmente conquistati che, anche racchiusi lì dentro, conservano il passato splendore fino a saperlo rievocare in modo dinamico. Eppure, personalmente ne ho colto l’aspetto (per forza presente) drammatico, e quella danza mi pareva più una sequenza di gesti disperati e soffocati di animali imprigionati, che rivelano tutto l’inganno nascosto dietro la smania di possesso propria di un collezionista: ovvero l’impossibilità di possedere degli animali vivi e liberi – l’insensatezza del concetto di possesso riguardo a qualsivoglia oggetto del desiderio.

LetechedelConteHartig-ph.RunciniQuesta riflessione sul desiderio e il possesso mi ha accompagnato anche dopo la performance, nel momento in cui quell’incredibile cielo ci ha regalato una stella che precipitava luminosissima verso di noi, per poi spezzarsi in due frammenti ancora più luminosi e infine spegnersi spargendo ovunque scintille: uno spettacolo fuori programma… Inutile dire che ero naturalmente troppo sorpresa e incantata per riuscire ad esprimere in tempo un qualsiasi desiderio (non ne trovavo uno all’altezza dello spettacolo).

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Le teche del conte Hartig, coreografia di Cristina Caponera, musiche di Marco Melia. Danzatrici: Federica Cucinotta, Claudia Fumato, Denise Patané. Per Ferentillo e le residenze d’arte – Le relazioni armoniche. Ferentillo, Castellone Basso, 12 settembre 2015.

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