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Genoma del mio primo mattino – IV

12 luglio 2026

Uscire dalla porta d’ingresso, che chiudo tirando un batacchio a forma di grossa ape, stamattina significa trovarsi ad un passo dalla banchina del Surrey Quays. E io non aspetto neanche un momento, pochi passi di corsa e mi si apre un nuovo scorcio, quello della Isle of dogs, che mi saluta dall’altra riva. Chiatte, i battelli Uber che sfrecciano. Le acque scure si muovono verso sud e io corro con loro. La luce fa brillare tutto ciò che può, anche le case un po’ grigie, il silenzio e l’epica desolazione. Incrocio un corridore, uomo di colore muscoloso, poi raggiungo un limite, un grosso muro invalicabile che scelgo di non aggirare, disegno la curva a C con i passi, corro verso nord.

Respiro i cancelli di ferro e i balconi dei Docks aperti sul fiume, le piccole onde scure, i grattacieli del Canary Wharf che specchiano i raggi obliqui del sole.

Corro e raggiungo le chiuse del piccolo porto, corro sulle passerelle di metallo, incrocio donna con passeggino, corridori.

Proseguo verso nord, trovo un ostacolo e questa volta lo aggiro, rientro tra le vie del quartiere  e riprendo una via per la banchina, corro.

Dopo l’ingresso in un piccolo parco, curva a C con i passi, corro di nuovo verso sud, l’aria è ancora tersa, respiro.

Uno sguardo allo specchio dei grattacieli è il mio saluto a questa meraviglia. E penso che trovare qualcosa di sé in un altro essere umano sia un’esperienza simile allo specchiarsi. La luce dell’altro risplende raddoppiata, la sua ombra è conosciuta e amica e per un attimo si è stupiti, incantati. Quasi non serve parlarsi… anche se poi le parole servono lo stesso, per comprendere tutto quello che dell’altro (il suo mondo intero) non possiamo capire e per sostenere insieme l’incredibile, inspiegabile leggerezza. Senza parole, lo specchio diventa un vetro invalicabile e non rimane che guardarsi da lì dietro, senza potersi toccare.

***

Genoma del mio primo mattino- III

11 luglio 2026

È un po’ tardi oggi, il sole alle 8 è già alto a queste latitudini. Scendo le scale ripide di legno, apro la porta, sono fuori. E corro subito, dalla strada già si scorge il mare, se procedessi diritta potrei immaginare di tuffarmi direttamente. Superato il piccolo parco raggiungo il parapetto, e da lì capisco quanto sono in alto; quanto sia immenso questo mare-oceano, quanto profonda e magnifica la spiaggia che continua all’infinito nelle due direzioni, quanto ampio l’orizzonte che conduce fino alle scogliere bianchissime di Old Harry Rocks.

Corro, cerco la scalinata per scendere, finalmente la trovo e sono al livello del mare, corro verso destra. Corro vicino alla sabbia ocra finissima, lo sguardo attratto dalla superficie immobile, interrotta dai segnali di secca e confine sicuro delle acque.

Corro, a destra le cabine di legno dai colori pastello, una coppia di anziani ha già disposto le sedie e acceso il bollitore del té. Corro e incrocio donne con cane e senza cane. Corro e penso che vorrei continuare per tutte le miglia che mi separano dalle scogliere bianche.

Proseguo, le cabine alla mia destra, sabbia fine e cane con palla a sinistra, corridore.

Raggiungo un crocevia e disegno la mia curva a C con i passi, e corro. Il percorso è all’inverso, il sole in fronte, l’oceano-mare sulla destra, sempre immobile, le cabine pastello a sinistra, incrocio corridore, mi superano due giovani atletiche, altri anziani dispongono le sedie, ma nessuno ha ombrelloni qui, solo cappelli a larghe falde.

Corro, riconosco la scala, risalgo con i passi rallentati, il respiro si calma.

Un gabbiano plana sul prato, vicino a me. Cespugli carichi di more mature.

L’ultimo sguardo è verso la linea dell’orizzonte, luogo fisico o metafisico sempre cercato, attrazione inevitabile. Fulcro indefinibile del mio desiderio, l’orizzonte è luogo e non-luogo, è linea in divenire. E nessuno potrà mai sapere dove sia.

***

Genoma del mio primo mattino- II

7 luglio 2026

Annuso l’aria dalle enormi finestre, che si aprono sulla profondità di un cielo chiaro già da ore e sulla torre della Tate modern, mentre sullo sfondo si scorge lo skyline della North Bank.

La musica inizia, ascensore, attraverso l’atrio e sono fuori, nell’aria fresca e tersa, sorrido. Corro subito, appena scese le scale, non vedo l’ora di raggiungere la riva, e di scoprire che cosa c’è dietro ogni curva, ogni ponte.

Costeggio la Tate, preferisco passare dalla strada tra i grattacieli con gli inserti rossi, che poi risale a destra e conduce sulla South Bank. E lì, mentre piego a sinistra, prima di incrociare da sotto il primo ponte pedonale, mi volto con lo sguardo e la testa verso destra, i grattacieli della City, il vento, le onde e i rivoli sul Tamigi dal colore del fango, che scorre impetuoso giù dal ponte dei Frati neri. Sorrido, felicità.

Ogni angolo, edificio o nuovo scorcio mi nutre. Respiro ogni cosa attraverso l’aria, respiro i graffiti, le luci, le ombre, respiro le pietre lisce del selciato, respiro le chiatte, il rumore dell’acqua, le nuvole e il cielo stesso.

Corro e incrocio altri corridori, atletici e meno, quasi tutti già magri, molti più giovani di me, ma non tutti, come l’uomo dagli occhiali che ho appena incrociato, lui corre a passi pesanti e con la bocca aperta e tanto giovane non è. Bisogna tenere la sinistra, anche qui, con un certo rigore. Incrocio il corridore che si riprende in tempo reale, mentre la donna atletica mi supera a gran velocità. Attraverso il sottopasso del Blackfriars, saluto il murale di Frida Khalo, stretta galleria, tengo la sinistra.

Scorgo un’orizzonte più lontano, non interrotto dal ponte, i palazzi della North Bank si riconoscono uno a uno, corro sotto i portici, costeggio una parte di fiume bordata dalla spiaggia, corridore, lavoratori con lo zaino, corro.

Adesso corro sotto gli alberi, ma preferisco sempre restare sul bordo del fiume, sento poco il suo rumore perché ascolto altra musica, ma ho bisogno della sua vicinanza. Supero la coppia di cinesi anziani seduti su una panchina, corridore, scorgo Westminster.

Mi avvicino e il Big Ben si fa più grande, illuminato dal sole, segna le 7.35, dietro c’è Westminster, incrocio corridori in gruppo con la stessa maglietta blu, scorgo la ruota.

Raggiunta la ruota, disegno una elegante forma a C e torno indietro. Corridori, selciato liscio, si corre bene, l’aria è ancora fresca. Sotto gli alberi, spiaggia, giovani, i portici. Un uomo non magro si intrattiene con una grossa papera, che è volata fin sopra il parapetto per un banchetto imprevisto.

Di nuovo il ponte, corro sempre felice, il chiosco grande, la ghiaia, costeggio la Tate, rallento, cammino.

Un ultimo sguardo al fiume prima di calmare il respiro.

***

Genoma del mio primo mattino- I

5 luglio 2026

La musica inizia, le gambe accelerano il passo verso la corsa, sorrido. E appena uscita verso la campagna, osservo il campo d’erba medica sulla destra, e l’apertura del cielo, e il viale di eucalipti, e rido. Salto sull’erba secca, primo formicaio.

Corro, svolto a sinistra, percorro lo sterrato accanto al mais, due metri di altezza alla mia destra, sulla sinistra le stalle abbandonate, in alto le nuvole, sorrido. In fondo, al crocevia tra i campi, le case abbandonate dalla forma strana, e svolto ancora a destra. La ghiaia sotto i miei passi, sulla sinistra il grano è d’oro, a destra il mais.

L’orizzonte è lontano, incrocio i pini marittimi, le pigne scrocchiano sotto i miei piedi. Corro fino all’incrocio con il penultimo attraversamento tra i campi prima delle stalle nuove. E qui svolto, il terreno è dissestato, salto tra le pozze d’acqua dell’irrigazione, le nuvole lontane, un aereo, l’uomo con il cane.

Intravedo altra felicità, al termine dell’attraversamento, una striscia gialla splendente. Li raggiungo, sono i girasoli, sorrido. Corro, i girasoli a sinistra rivolti verso destra, alla mia destra il mais alto due metri, il cielo, salto un formicaio.

Corro ancora, accelero, formicaio, erba secca, eucalipti. In fondo al viale, passaggio verso il centro agricolo, non c’è nessuno a quest’ora, nessuno, rallento, cammino. Evito un passaggio di formiche, e un altro.

Giro dietro il fienile, ascolto di più, è il momento di Né pani né pesci o di Romeo & Juliet, ascolto più intensamente, mura scrostate, cespugli, vista sui campi. La linea gialla lontana.

Se fossi un pesce

3 luglio 2026

Fa male il taglio nella gola. L’amo ha lacerato la carne, subito sotto al mento, ha trapassato la lingua e la punta si è fermata a contatto con il palato. Il foro più grande è quello dove L’amo è penetrato per primo, lì la carne si è slabbrata intorno allo squarcio; il ferro attraversa la gola, l’inizio della trachea. Se fossi un pesce, avrei le branchie e potrei ancora respirare. Ma non sono un pesce, e respiro con difficoltà. La gola si chiude per la paura, mentre un po’ d’aria esce da sé direttamente dal foro. Il foro più doloroso è quello sulla lingua, quella parte così sensibile. Non la muovo più a causa del dolore intenso. Infine, la punta dell’amo taglia il mio palato, così evito ogni movimento.

E resto ferma. Resto ferma per un tempo indefinito. Mi chiedo se mi abituerò al dolore. Il mio pensiero intraprende tentativi di svago, prova a distrarsi, ma può farlo solo per pochissimi secondi. La stasi, in questa situazione, è una tortura, ma se mi agito il dolore diventa lancinante. Non riesco a perdere i sensi.

Mi chiedo dove sia il pescatore. Se mi ha catturata, perché non mi afferra e non mi divora subito, o non mi getta via? A che cosa servo così?

Credo che se ne sia andato. Ma si è scordato di estrarre l’amo, di lasciarmi libera.

Non so come fare per salvarmi. Se cerco di liberarmi, la lacerazione peggiora. Se resto ferma, nessuno verrà a cercarmi.

Immagino che in questi casi, non so con quali forze, bisogna fare da sé.

Non avrei mai immaginato questo, mai.

Sul fondo

24 giugno 2026
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Non so perché quel ponte e non un altro. Trovo parcheggio lì vicino. Sono così sicura di me, così certa di quello che devo fare. Il cielo è già blu scuro, ma non sarà certo un evento in solitaria, alle porte di Trastevere: luci, suoni, clacson, motori accesi, auto che sfrecciano, vociare, turisti, ragazzi, un musicante che suona, ambulanti, piccole bancarelle, e ancora voci, gruppi di persone, fotografie.

Dopo essermi guardata intorno, siccome il parapetto verso valle è del tutto ingombro dalle persone che scattano foto e si sporgono, mi dirigo all’altro parapetto, quello che vede il Tevere scendere da Ponte Mazzini e guardare le luci del tramonto, che disegnano ancora le cupole sul blu. Lì mi fermo soltanto un momento ad osservare la massa d’acqua sotto di me scorrere pesante e inesorabile. Apro la scatoletta rossa – mi sento e sono osservata, in verità, ma non mi scompongo, che ne sanno, penso – e li lancio con forza lontano da me, e addio. Addio, dico a mezza voce, tra me e me, ma vale come un urlo, addio, così detti simboli dell’amore.

Uno alla volta, fanno un lungo tuffo e li vedo affondare. Penso, chissà quant’è profondo. Quanto ci vorrà perché tocchino il fondo? Non mi è venuto in mente subito che, mentre s’inabissano, saranno trascinati a valle, toccheranno il fondo forse sotto al ponte oppure ancora oltre, saranno travolti dai gorghi e dalla corrente. Poi penso, chissà se mai saranno ritrovati sotto il limo, e stabilisco che è impossibile: troppo piccoli, troppo potente il fiume. Nessuno saprà di loro e di questo amore vissuto e perduto, nessuno mai più li toccherà. Penso anche, chissà quanti altri pegni d’amore si sono inabissati qui.

Fisso per qualche momento le acque; ma questi atti devono avere una durata breve, asciutta, non è previsto il raccoglimento. Il mio soffermarmi dura dunque forse un minuto. Mi volto e inizio a camminare, facendomi strada.

[Pubblicato postumo].

Scena dalla finestra

10 agosto 2023
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La pioggia cade e tutto rinfresca. Lievi le gocce scivolano dalle foglie per cadere nel prato e tutto beve, rinverdisce e cresce rigoglioso. Dolce è il loro suono, come un soffice tamburellare. Qualcosa sembra vibrare, i rametti del glicine e dei gelsomini al peso dell’acqua. Poi si sente un frullare, è un piccolo essere alato dal manto nero e dalla lunga coda puntuta che va a riposarsi su un ramo, proprio davanti alla finestra, non sembra avere paura. Ascolto e penso che non vorrei la notte. Mi serve la luce del cielo che, anche oscurata dalle nuvole, come una lancia tocca ogni cosa e la rende brillante. Il verde lucidissimo delle piante, gli alari in ferro delle persiane, i vasi, le pietre dei vialetti argentee. Come una bacchetta magica quella luce. Ho bisogno della luce. Cos’è la materia, senza luce.

Le cose

15 aprile 2023

Le cose morte.

Morte.

Cose. Le cose.

Le cose morte. La morte. La morte delle cose.

Morte, parola aspra. La morte di chi ami fa male per sempre, finché sei vivo. Le cose che rimangono si possono toccare, annusare, appoggiare sulla guancia, indossare, gettare nel cestino. Le cose che rimangono sono tutto ciò che resta di toccabile e osservabile. Le cose che restano non so dove metterle. Alcune le ho riposte su una mensola dove, verso il tramonto, un raggio di sole che penetra dalla finestra le illumina. Le ho messe in bella mostra, ma soltanto io so che cosa significano quei tre libri con un segnalibro all’interno, appoggiati vicino a un piccolo tucano di legno colorato. Soltanto io so che cosa significa quel tucano che mi pare di aver sempre visto sulle mensole. Sulle mensole di altre case.

Cose. Le cose non sono morte perché non sono mai state vive. Eppure le cose, nel momento in cui esprimono un ricordo profondo che pesca in fondo ai meandri della vita intera, si animano come di una specie di vita. E questo è molto importante, o forse, è abbastanza importante, semplicemente perché è l’unica cosa che resta, oltre a tutti gli innumerevoli ricordi racchiusi nelle sinapsi del cervello. È abbastanza importante perché succede di pensare a quelle cose e di amarle, come se le cose in se stesse rappresentassero la persona perduta
Morte.
Morte è qualcosa di così forte quando ti priva di una persona amata, che poi succede di pensare alla propria quasi con indifferenza. È tutto cambiato. Io sono cambiata. Non penso più come prima. Non ho più pazienza. Alcune cose che facevo e che prima mi interessavano, adesso non mi interessano più. Altre mi interessano ancora. Altre mi interessano ancora ma le faccio in un modo diverso, anche se talvolta con meno cura. Altre le faccio comunque con cura, ma ho l’impressione di farle in modo diverso, come se fosse la prima volta che le faccio. Per esempio oggi ho messo delle nuove piante in alcuni vasi e l’ho fatto con una certa cura, mi è sempre piaciuto molto farlo, ma è come se lo facessi con una certa indifferenza, come se una parte di me non partecipasse fino in fondo. Ma lascio comunque che il mio cervello i miei occhi e il mio olfatto scelgano i fiori e le piante, e lascio comunque che le mie mani le mettano nei vasi a dimorare. Li lascio fare mentre una parte di me è lì che osserva. E’ lì che si guarda la scena, ma sa che quel cervello e occhi e olfatto sono i suoi.

Mani sulla testa

31 gennaio 2022
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.

Il freddo sale

percorre

le linee dei nervi

dalle falangi al cuore

tutto trema

arti lingua ventre

.

Non è più vibrare

di ali leggere

come allora la tua creatura

non è vibrazione d’amore

quel tremolio

.

E’ mancanza

presente futura

tensione

prima dello strappo

sensazione annunciata

ben conosciuta ahimé

fedele compagna

inevitabile

.

Così attendi con le mani

sulla testa

§

Torno spesso al mio mare

17 marzo 2020

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Torno spesso al mio mare

luogo di pensiero,

lascio orme

nella sabbia molle.

Non resiste lo sguardo

alle conchiglie sperse  

come gemme nella sabbia,

all’osso di seppia

prezioso lascito dell’acqua.

Osservo le nuvole riflesse,

si specchia il bianco 

sul nero brillante e questo nero

limo di un mare scuro di sabbia scura

fa nera l’onda, volitiva inesorabile

base ritmica, motore mobile.

E quando tra tonfi e gorghi l’onda

si ritira, resta

quel sottile specchio

nero trasparente

e lì ti ritrovo, mia immagine,

nero bianco di luce, 

nero e acqua e specchio e nuvole,

mio riflesso interno, io.

 

E tu? Anche tu ami

il nero trasparente

e il tuo interno riflesso?

E l’onda che rimescola,

e accarezza forte la riva?