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Appartenenza

23 febbraio 2019
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Non lo avrei mai creduto. Non pensavo mi avrebbe suscitato quel tipo di emozione.

Ritenevo che l’avrei semplicemente riconosciuto e mi sarei detta, ecco, lì ci sono stata, ma guarda. Ma quando, nello scorrere delle immagini, ho intravisto il suo profilo così familiare, e l’arco delle montagne, ed i loro colori cangianti con  la profondità della prospettiva;

e ancora, non appena ho scorto il delinearsi delle vette intorno al lago, disposte come la più perfetta delle cornici, ho avuto uno slancio incontenibile d’affetto.

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Un senso di gelosia, come se quell’abbraccio delle montagne dovesse esser rivolto soltanto a me e non a chiunque, mi ha attraversata e quella speciale emozione è risalita su fino al mio cuore dal ventre. E questo sentimento mi ha pervasa per diverse ore: il pensiero di quel luogo, che pareva accantonato almeno nei suoi richiami più affettivi, era tornato ad occupare il suo posto tra i desideri più vivi della mia mente.

Naturalmente, non esiste la facoltà di possedere un luogo simile. Non potrebbe mai essere di mia proprietà. Ma niente potrà mai opporsi alla mia vocazione di appartenenza. Né la distanza, né la rarità dei miei ritorni. A quello scorcio di lago, certamente appartengo, come alle sue acque e, d’intorno, alle mulattiere, ai muri delle case, ad ogni odore e ad ogni suo riflesso, persino all’umidità che pervade ogni anfratto, percorso e vissuto fin da bambina.

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A weird wire

12 febbraio 2019
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E mi chiedo, dove sei. Dove, dove? Non posso parlarti, né cercarti. Dove cercarti? Come parlare con te? Non vi è modo.

L’innamorato è il semiologo selvaggio allo stato puro! Passa il proprio tempo a leggere segni. Fa solo questo: segni di felicità, segni di infelicità. Sul viso dell’altro, nei suoi comportamenti. È veramente in preda ai segni. […]

Non so se davvero, quando torcevi quel panno, ero in una di quelle gocce d’acqua cadute via. Forse semplicemente stavi strizzando il tuo cervello, e l’acqua era la tua sofferenza. Ma poteva anche trattarsi di rabbia o disgusto, che scivolavano spremuti fuori dalla tua esistenza.

Dove sei, dove sei. Non ho mai potuto trovarti, né parlarti. Non funziona più, d’improvviso, quell’incredibile – weird – filo che ci ha consentito di comunicare a distanza. Ha smesso di funzionare, ed io sono qui a chiedermi perché, e dove sei.

L’amore non è cieco. Al contrario, ha una potenza di decifrazione incredibile, che dipende dall’elemento paranoico che è in ogni innamorato.

Alla fine, non so nemmeno se sei blindato, rinchiuso contro la tua volontà, oppure sei blind, cieco, ovvero hai scelto tu di lasciar andare. E’ una questione di non poco conto…

Un innamorato […] coniuga estremi di nevrosi e di psicosi: è un tormentato e un pazzo. Vede chiaramente, ma il risultato è spesso lo stesso che se fosse cieco. […]

Correvano immagini su quel filo, il tuo pensiero mi arrivava, ed io sapevo che cosa stavi facendo, lo tiravi ed io, ad un’ora giovane di un certo giorno, mi risvegliavo; e anche tu sapevi quello che io avevo pensato. Adesso non funziona più perché, ora ne sono certo, tu l’hai lasciato andare.

[…] Perché non sa dove né come fermare i segni. Decifra perfettamente, ma non sa fermarsi su una certa decifrazione. Viene ripreso in un circolo perpetuo, che niente viene mai a placare. […]


L’hai lasciato andare: la questione è risolta.

§


R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso

Passaggio – 1.

3 febbraio 2019

(…) …..l’autunno riscoperto nella sua forza rigenerativa e non regressiva, involutiva, annichilente, potrà evocare fecondi miti di fecondazione, di elevazione spirituale, di riconciliazione. Accolto come esperienza di maturazione, di individuazione, di crescita, non potrà allora che emanciparsi esso stesso dagli archetipi della vecchiaia, dal sentore di morte, di finitudine, di futilità. Per chi pensa che ogni fine sia solamente se stessa e non un passaggio potenziale, anche crudele, penoso, ingrato, l’autunno diventa la metafora necessaria per comprendere che non vi è inizio se non c’è stata conclusione – che tardiamo a vedere, a comprendere, ad accettare.

…E’ un incanto contemplare il monte Citoro

che ondeggia di bossi e i pini resinosi di Nàrice,

un incanto guardare i campi

non soggetti al rastrello,

ad alcun lavoro dell’uomo.

[da Virgilio, Georgiche, Libro II]

D. Demetrio, Foliage

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In vettura!

24 febbraio 2018

automobile

La cinquecento grigia con i sedili rossi, metallica e arrugginita, faceva quel rumore all’avviamento che prospettava senza indugio l’eventualità che non riuscisse affatto ad avviarsi. La renault quattro, rossa tra l’altro, al confronto pareva lunga, era l’auto dei viaggi e poteva essere caricata all’inverosimile sul tetto  (nei viaggi oltremare, poi, si usava ancora caricare le automobili sulle navi traghetto servendosi di una rete, che le piazzava una ad una direttamente nella pancia della nave); e quel gesto di spinta in avanti per il cambio delle marce la rendeva volitiva, forse coraggiosa, una che sapeva dove andare.

Poi c’è stata la centoventotto bianca, che aveva spazio dietro e davanti e solo una volta è stata caricata sul tetto per il trasporto di due biciclette, legate al portapacchi come due povere valigie. Non era bella, ma poteva considerarsi una vera automobile; non faceva lunghi viaggi. Allo stesso tempo, altrove, una serie di citroen venivano di anno in anno caricate sopra e nel baule e tra i sedili, fino a schiacciarle rasoterra più di quanto già non fossero, per avventurarsi in viaggi estivi ancora quasi a zonzo…benchè fosse già arrivata l’epoca del pulmino azzurro. Il pulmino era nato per i viaggi. Freddissimo, dotato solo dei due posti anteriori, dietro custodiva uno spazio vuoto che era stato arredato con sedie da regista fissate al pavimento, quelle stesse che si mettevano intorno al tavolo in campeggio, e naturalmente poteva trasportare più bagagli e masserizie di tutte le altre che l’avevano preceduto.

In africa c’erano solo le centoventiquattro, spedite un mese prima via mare. Ma un anno c’è stato un fuoristrada da battaglia, tre posti davanti, due strettissimi sedili metallici paralleli dietro, un telone sopra, un’auto insomma, che siffatta induceva il conducente a sperimentare strade inesplorate che non sembravano nemmeno strade, dimenticandosi dei passeggeri sotto il telone, sballottati come noci in un paniere. Era necessario tenersi forte ai pali di sostegno, ma era bello vedere nel vano posteriore la terra scorrere e la boscaglia scoprirsi, e poter raggiungere i marigini delle spiaggie.

Ogni vettura ha una storia densissima e in fondo, anche le biciclette e i motorini degli anni novanta e duemila hanno accompagnato la mia vita e sono ricchi di storia: lo sky vetro che adoravo e col quale ho percorso tutta l’aurelia fino a maccarese (una follia), il peugeot che si fermava in continuazione specialmente se pioveva, lo scooter della maturità che è stato l’unico dei miei mezzi dotato di un garage, la fiesta che decise di perdere un finestrino durante un viaggio d’inverno.

Ho voluto bene anche ad auto altrui, naturalmente; la vita degli amici cari diventa anche un po’ nostra, le loro abitazioni ci diventano familiari e quindi stabiliamo un rapporto anche con le vetture: la mitica macchina del potere, certi scooter, l’auto che per prima ho guidato sulle stradine della campagna pavese, la panda che qualcuno riusciva a guidare mettendo la testa fuori dal tettuccio, tutte le auto gentili che gli amici e le amiche conducevano per accompagnarmi a casa, quando la via per la mia bicicletta era troppo lontana.

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La terra

5 marzo 2017
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Al principio la terra era uniforme, costituita da strati di sabbie e pietre, ondulati e sovrapposti, di tutte le sfumature di giallo, beige, ocra e rosso. Sempre in movimento erano i granelli, piccoli continui rotolii e risalite e scambi di posto, ma sempre l’aria minima tra l’uno e l’altro, sempre tutti vicini e scorrevoli. Talvolta penetrati dall’acqua, tendevano ad appiccicarsi l’uno con l’altro,  per poi separarsi di nuovo quando l’acqua evaporava o scendeva in profondità. Sopra, i tramonti e le albe, le tramontane e la calura, il suono del movimento che corre nell’aria. Sopra e sotto terra, l’odore di ogni materia, di ogni granello, profumo tenue, ma definito.

Dovrei definire involucro una forma che è in grado di contenere un’altra forma, avvolgendola; in questa accezione, tutta la terra è un involucro. Invece preferisco definire involucro lo spazio dell’esistente occupato da un essere vivente. Non so perchè senta mia questa definizione: forse perchè ogni essere vivente sa contenere altro in una misura che potebbe dirsi infinita – se non fosse che ogni essere vivente ha un tempo definito in cui esprimersi.

Nella terra di Pompei, gli involucri sono, per loro disgrazia e nostra informazione, rimasti disegnati anche oltre quel tempo definito. I contorni tridimensionali dei corpi si sono conservati nelle loro dimensioni originali, e descrivono fedelmente gli esseri viventi che si sono trovati, alla fine, parte integrante di quella terra.

La scomparsa di un essere vivente che è caro al mio cuore si può perfettamente rappresentare così, come un involucro vuoto nella terra. Dove la terra è l’esistenza, l’involucro era quell’essere vivente e il vuoto è la realtà presente. Un vuoto “incolmabile”. Impossibile, infatti, riempire l’involucro vuoto di una vittima di Pompei con il corpo di un altro. L’involucro vuoto è unico, come l’essere vivente che lo ha definito con i propri contorni.

§

 

 

 

Fuori e dentro

10 febbraio 2017
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E quindi rientro, basta

un passo, la luce dentro

è accesa, ma

l’aria

è morbida, vibra piano, sento

che ci sei

Scorgo una luce

là fuori, viene dall’interno

di te, trattengo i miei passi sulla porta

e sorrido, non pronuncio parole, nessun atomo

muove questa materia

indivisibile

.

Solo un pensiero

viaggia

su un’onda

lunga uguale

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L’indulgenza

7 novembre 2016

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Io sono così. Sono il risultato di quello che volevo e non volevo essere. Mi piace vedermi come una persona integra che ha deciso ogni aspetto di sé (“io mi sono educato da solo” dice Matthau in una commedia degli anni ’60, forse La strana coppia); tuttavia mi domando, quanto di ciò che io sono costituisce il riflesso, la reazione al mio vissuto e quanto è il risultato di un’autodeterminazione, di una definizione voluta e consapevole? “Non commetterò gli errori  altrui, che ho dovuto subire”. Ecco l’affermazione che forgia prima di tutte le nostre intenzioni.

Allora, per rispettare quell’intenzione, attuerò una sorta di austerity, di rigore nella mia condotta, che mi consentirà di avvicinarmi a un’idea di me stessa integra, che mi rassicura, nella quale trovo giusto e sano riconoscermi. Ma poi commetterò molti errori, di cui alcuni saranno nuovi ed originali, perfettamente cuciti sulla mia personalità, mentre altri saranno proprio quelli che volevo assolutamente evitare: così sbanderò più volte ed ogni volta dovrò sterzare, anche bruscamente, per non finire nella stessa, identica voragine di quell’errore che ho pari pari subito io (la sensazione di voragine è data solamente dagli errori che avevamo stabilito di non fare fin dall’inizio, gli altri ci sembrano sempre meno gravi). Quindi sterzerò, naturalmente; ma certe volte non farò in tempo. E tutta la mia vita sarà così. Non ne uscirò mai (ovvero, solo nell’uscire dalla vita, uscirò dagli errori).

Che cosa succederebbe in me, se decidessi di commettere quei disdicevoli errori tranquillamente, senza rifletterci più di tanto? Forse ne sarei meno soggiogata; alla lunga ne commetterei di meno e non avrei più bisogno di questa continua tensione, per costruire un’idea di me il più possibile vicino al modello che ho scelto. Saprei guardarmi allo specchio senza grandi aspettative. (Ma in tal caso potrei definirli ancora errori?). Oppure no: di fronte ad uno sbaglio commesso deliberatamente, forse non mi riconoscerei più. La mia immagine di me stessa ne uscirebbe così deteriorata, che perderei il mio baricentro e toglierei senso al mio intero percorso di vita. Chissà. Rompere gli argini è sempre un’operazione piuttosto imprevedibile. Probabilmente è una delle esperienze di cui non ci si dovrebbe privare, ma rimane rischiosa.

In verità, l’errore che detiene davvero il potere di privarmi di qualcosa di vitale, è mancare d’indulgenza, specialmente verso quell’immagine che vedo riflessa davanti a me. Di fronte a certe mie mancanze, dovrei semplicemente fermarmi ed osservare, ma non togliere lo sguardo. Quest’attitudine comprensiva mi aprirebbe scenari impensabili, nei quali non potrei che accettare l’impossibilità di corrispondere ad un’idea astratta di me. E non mi accadrebbe più di detestare a tal punto i miei errori da non riconoscermi, perchè tra l’altro non sarebbe più un’immagine fissa, quella a cui vorrei corrispondere. Saprei di possedere una precisa identità costituita da tasselli mobili, un’identità sontuosa, generosa;  saprei che tutto ciò che incontro al di fuori di me, dentro di me si riflette e diventa parte integrante e vera.

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