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Pianisti da soma

25 febbraio 2016

threelittlepigs19331

Pare che ci sia stata un’accesa discussione! Chissà com’è andata davvero. I ballerini sembravano divertiti, al ricordo; il Maître un po’ meno, forse perchè proprio lui aveva innescato la bomba ad orologeria. E che bomba! Veniva qui con questa faccia (e mostra la mimica di un uomo affranto), come si fa! Questi ballerini hanno bisogno d’essere sollevati…di lunedì, poi… (perchè in verità solo alcuni di loro lavorano in teatro, tutti gli altri vivono il lunedì come primo giorno della settimana…come qualunque impiegato). E le musiche! Che musiche suonava! I tre porcellini, capisce? I tre porcellini. Questi qui hanno bisogno di Don Chisciotte, Franz… Io faccio mostra di non conoscerlo, di non saperne niente. E non commento! Perchè sono certa che si sedesse con quella faccia, e che suonasse I tre porcellini. Ma so pure che i pianisti utili a quella lezione sono pianisti da soma. Ogni passo è veloce, atletico, strutturato in modo elementare; le musiche, quasi sempre sincopate anche in velocità, famose ma non troppo; musiche trascinanti, ma subito dimenticabili, da consumare in fretta. La classe procede in modo tanto veloce che credo di aver suonato lo stesso percorso armonico ad ogni passo; o forse no, chi se ne ricorda? Impossibile pensare di gettare l’occhio sul tablet, per pescare ad esempio per qualche valzerone che non sia proprio di grande repertorio e nemmeno improvvisato (giacchè i valzer brillanti non mi escono bene): impossibile, anche perchè non c’è il leggìo. Il mio ginocchio combatte con la tastiera troppo bassa per tutto il tempo; devo talvolta inseguire il pedale che si allontana da solo. Penso che la sala appaia grande, ma non lo sia: forse è troppo rettangolare, forse è troppo piena. Vorrei poter guardare qualche danzatore dotato di musicalità, qualcuno che conosco; ma sono tutti nascosti o troppo lontani. Davanti a me ho solo ballerini che fanno quello che gli pare.

Alla fine sono tutti contenti! Anche se ho smarrito un paio di solisti nei manège (non li vedevo).

Smarriti come i ricordi delle musiche che ho suonato.

Puf!

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Il corpo che non conoscevo

14 gennaio 2016

warholgina

In verità, ho omesso di parlare finora di un evento importante al quale ho partecipato, che risale all’ottobre scorso, questo Convegno qui. Forse ero talmente immersa lì dentro, che non ho saputo osservarlo abbastanza da fuori. Non subito, almeno: non per farne una notizia degna del suo prezioso contenuto. Ma diciamo la verità: sono tanto nauseata dalla meschinità che di questi tempi mi trovo a toccare con mano, così occupata a sorprendermi di quanto tempo da perdere abbiano certi individui con il vizio del parlare male e alle spalle e farsi gioco delle persone, e così sorpresa pure della debolezza che riconosco in certuni e non mi aspettavo, sorpresa dei voltafaccia e dei voltagabbana, insomma: così impegnata a costruirmi una vaga idea di che cosa sia l’umanità, che finisco per perdere un mucchio di tempo anch’io (problema mio, che alla mia età ancora ignoro certe forme di esperienza), tanto da smarrire, temporaneamente, il senso della mia…esistenza professionale. E’ proprio così che ho potuto presto annebbiare il ricordo di questo Convegno, dal taglio del tutto particolare e nato da un’idea che da subito, senza perdere tempo in preliminari didascalici, ha mostrato l’anima della questione corpo musica. Il Convegno si è materializzato apparentemente dal nulla, come una pepita d’oro nella sabbia.  Ma ero io a non aver saputo fino ad allora riconoscere che, tra i personaggi dickensiani che popolano il fotoromanzo a puntate, senza fine, dell’Accademia Nazionale di Danza, ci sono anche cervelli agganciati ad anime pulite. A volte scegliamo di collaborare ad un progetto, offrendo qualcosa del nostro tempo e delle nostre capacità, perchè in verità siamo consapevoli che riceveremo molto di più. Non siamo mossi quindi da una grande generosità, ma dalla convinzione di venire in qualche modo sfiorati dall’intelligenza altrui, nella speranza che possa propagarsi anche a noi, e sapendo di ricevere arricchimento dall’esperienza stessa.

Avrei preferito che durasse un po’ di più; invece, il Convegno, dopo la lunga e serrata preparazione, è durato tre giorni, come previsto… Mai che possa accadere qualcosa di autenticamente surreale! (bell’ossimoro)

Oltre quanto ci hanno offerto e comunicato i docenti relatori, mi ha favorevolmente colpita e rigenerata l’adesione interessata ed entusiasta dei convenuti; la partecipazione attiva, la fervida attenzione di tutti; la volontà di sapere di più, carpire, portarsi via qualcosa, fino alla propria postazione dietro al pianoforte, in una sala di danza. Mi ha incoraggiato fortemente la constatazione di far parte di una comunità che esiste davvero: non un piccolo agglomerato di musicisti, neanche di prim’ordine, così come siamo comunemente conosciuti (e come si sentono molti di noi, sprecati – annoiati: vedi post precedente), bensì una moltitudine di persone accomunate da una professione speciale, che può manifestarsi in mille sfumature e possibilità. Un corpo. Un gruppo di persone che pensano, e non semplicemente suonano,  e meno che mai “accompagnano”. Questa è stata una bella scoperta, di cui rammentarsi nei tempi bui.

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La noia

17 dicembre 2015
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F. Boucher, Mme Pompadour

No, no che non m’annoio! Rubo questo verso immortale per esprimere la mia temporanea rassegnazione verso uno status quo così candidamente impantanato nella sua immobilità, così poco equo e solidale, che quasi mi farebbe tenerezza – come un’anima perduta, da soccorrere – se non avesse invece il potere di schiacciare e limitare e ferire senza una giusta causa.

Mi domando quindi se dovrei esercitare benevolenza o comprensione verso una comunità di lavoratori che si annoia, ma non vuole che si sappia, e così pretende che nessuno dei suoi componenti possa manifestare abbastanza interesse, poichè rivelerebbe lo stato di tedio di tutti gli altri. Questo comportamento ci confessa che quella propensione crea loro imbarazzo (altrimenti, chissenefrega, no? Tanto, nessuno li sposta da lì); ci rivela che c’è una forma di lealtà verso la propria immagine di professionisti: manteniamo un profilo decente, echeccazzo! In un simile quadro, non sono ammesse le eccezioni, in nessun senso: è una costruzione fragile. Non sono possibili le più lievi espressioni di differenza, di diversa impostazione, di altra genesi. Non sono ammesse le parole. Sono bandite quelle di troppo.

Ma sul tavolo di questo gioco non ci sono solo le mie aspirazioni, la mia volontà di fare in un certo modo o in un altro. Ci sono delle difficoltà quotidiane assurde, se rapportate alla logica che le permette, se penso come fosse accessibile e indolore la soluzione per evitarle. Qualsiasi soluzione era però in contrasto con una gestione di tipo personalistico, tristemente contratta su di sè, che si fa baluardo di un suo ordinamento, come se il solo fatto di riferirsi ad un modello ordinato possa costituire l’applicazione di un sistema equo, nel quale evidentemente quella maggioranza non crede. Già, quella maggioranza in passato ha sofferto di un sistema ingiusto e punitivo. E allora oggi, che crede di aver raggiunto il miglior stato di libertà, non può fare a meno di sminuire le problematiche altrui, incapace di pensare e agire in modo costruttivo, incapace di rendersi conto che ogni generazione ha le sue croci.

Queste considerazioni riguardano in fondo soltanto la mia coscienza. Ho la tendenza a sopportare, alla fine, perchè non ho la forza di riconoscere sulla mia epidermide il male che soffro (ognuno di noi soffre un suo proprio male per la stessa cosa); temo di soccombere, e mi atteggio a non soffrire. Di tutto, mi fa male l’evidenza degli equivoci che le parole altrui possono suscitare e la forza che quelle parole possono esercitare per deviare il corso della comprensione, per guidare forzosamente la maggioranza verso un obiettivo, occultando la realtà, il vero motivo del contendere – che è appunto quella noia di cui parlavo prima.

Non si può aspettare, è necessario esporsi, e molto di più di quanto la mia indole non mi suggerisca. Non possiamo attendere il ricambio delle generazioni. L’immobilità spegne l’interesse verso ogni cosa e permea la vita di un’istituzione in modi subdoli, conducendola alla decadenza. Sempre è in agguato (per chi detiene il potere e la sicurezza, naturalmente) quello stato mentale che porta a dire dopo di me, il diluvio!

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Riesco comunque a suonare note speciali, opportune, persino allegre. Nei momenti solitari, proprio in quell’esilio in cui le aspirazioni sembrano non aver più posto, più aria da respirare, sommerse dall’apparente cecità, dall’omertà di quelli che, impegnati a ringraziare dei passati e continui reciproci favori, si ergono a difesa del proprio diritto di non apparire annoiati, proprio allora quelle aspirazioni respirano e fervono,  immaginano soluzioni e non (si) disperano.

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Le teche del Conte Hartig

21 settembre 2015

Le teche del Conte Hartig - ph. Runcini

La metamorfosi del baco in farfalla costituisce uno dei tòpoi del teatro e naturalmente anche della coreografia, di solito proposta nel suo significato più comune di superamento o raggiungimento di un obiettivo di grado superiore nell’evoluzione di un individuo, di una specie o di un’idea. Nella prima parte dello spettacolo di Cristina Caponera Le teche del conte Hartig la rappresentazione della metamorfosi era ospitata dallo spazio insolito e grezzo del Mulino Costantini di Ferentillo. Sebbene luogo ed atmosfera fossero suggestivi (anche perchè avvolti da una notte stellatissima, rischiarata soltanto dal lume delle candele) questa parte non mi ha colpito quanto la successiva, che si svolgeva invece intorno ad una vecchia chiesa del paesino di Castellone Basso. Il pubblico ha raggiunto la seconda location in una breve passeggiata sotto le stelle, appunto a lume di candela, e devo riconoscere che è stato impossibile non accogliere l’invito iniziale a lasciarsi avvolgere dal luogo, dai suoi profumi e colori -non si poteva infatti rimanere indifferenti a quella frescura, a quel buio fermo e pulito, alla nitidezza della volta. A ridosso del muro della chiesetta, le farfalle hanno danzato la loro nascita e poi i loro ultimi frulli d’ali prima di essere imprigionate nelle teche dal Conte Hartig, un feticista delle farfalle che, come ogni collezionista, le inseguiva per possederle e infine ammirarle chiuse nelle teche. Nell’invenzione assai convincente dei riquadri (teche) sospesi entro i quali danzano le farfalle c’era forse l’intenzione di rappresentarle sotto una luce edonistica, come fossero oggetti del desiderio finalmente conquistati che, anche racchiusi lì dentro, conservano il passato splendore fino a saperlo rievocare in modo dinamico. Eppure, personalmente ne ho colto l’aspetto (per forza presente) drammatico, e quella danza mi pareva più una sequenza di gesti disperati e soffocati di animali imprigionati, che rivelano tutto l’inganno nascosto dietro la smania di possesso propria di un collezionista: ovvero l’impossibilità di possedere degli animali vivi e liberi – l’insensatezza del concetto di possesso riguardo a qualsivoglia oggetto del desiderio.

LetechedelConteHartig-ph.RunciniQuesta riflessione sul desiderio e il possesso mi ha accompagnato anche dopo la performance, nel momento in cui quell’incredibile cielo ci ha regalato una stella che precipitava luminosissima verso di noi, per poi spezzarsi in due frammenti ancora più luminosi e infine spegnersi spargendo ovunque scintille: uno spettacolo fuori programma… Inutile dire che ero naturalmente troppo sorpresa e incantata per riuscire ad esprimere in tempo un qualsiasi desiderio (non ne trovavo uno all’altezza dello spettacolo).

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Le teche del conte Hartig, coreografia di Cristina Caponera, musiche di Marco Melia. Danzatrici: Federica Cucinotta, Claudia Fumato, Denise Patané. Per Ferentillo e le residenze d’arte – Le relazioni armoniche. Ferentillo, Castellone Basso, 12 settembre 2015.

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Follia

15 settembre 2015

Follia-patrick-mcgrath-recensione-libro

Quando non si riesce più a definire se la follia che si avverte in una relazione tra due persone è la propria o l’altrui, è il momento giusto per allontanarsene il più possibile. Anzi, l’ultimo momento: aspettare ancora significa varcare una soglia dalla quale sempre più difficilmente si potrà uscire. Il senso di conservazione farà così. Il senso di autoaffermazione, dal canto suo, ci racconterà che la follia era l’altrui e che noi eravamo plagiati, condotti da fili più forti e abili dei nostri che si appoggiavano sulla nostra debolezza, temporanea o permanente. E chissà se avevamo ragione (se esiste poi, una ragione, una spiegazione univoca). Forse la spiegazione è sempre quella banalmente intermedia fra le due? No, può anche trovarsi da una parte sola, ma è sempre più complessa di quanto non si voglia ammettere, e la complessità, si sa, rivela sempre degli aspetti contrari a quell’evidenza che sola sappiamo riconoscere nella rappresentazione di noi stessi, e così la ignoriamo, e preferiamo le spiegazioni manichee (e non mi riferisco agli errori di manovra…ma alla sostanza del contendere). Comunque, se avevamo in gran parte torto ed era quindi nostra la follia che ci mostrava la realtà come non era, tanto più dovremo allontanarcene. Se era radicata in noi (e non occasionale), riemergerà quanto prima, e la riaffronteremo; ma almeno non rischieremo ancora di nuocere all’altro – e a noi stessi. Se invece quella follia non era affatto in noi ed è stata l’altra parte ad indurci a crederlo – e lo abbiamo creduto per insicurezza e confusione – allora è un’altra questione: in questo caso si tratta di un sintomo di altrui follia e di patologico egoismo, da cui evidentemente ci si deve allontanare.

C’è chi decide persino di morire, di finire se stesso consegnando ad una (un’altra) mente folle la propria identità – come Stella nel romanzo (vecchio best seller) di McGrath. Stella però, in cambio, guadagna una specie di libertà, l’unica che è in grado di concepire. Una libertà che conquista attraverso un processo di distorsione della realtà: un radicale annullamento di se stessa, una definitiva negazione di tutto ciò che ha scelto ed è stata – e quindi è. In questa vicenda la follia diventa un fine cui tendere – non è uno stato della mente a priori, è un modo, infine impossibile per chi non è realmente folle, di cercare l’oblio da se stessi. E appunto, lei non ci riesce: se non decidendo di farsi fuori.

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L’incontro fatale

8 settembre 2015

Chagall_coppia_di_amanti_con_gallo

In quella baraonda di gente nuova ho stretto conoscenza con decine di persone, alcune delle quali mi hanno colpito più di altre. Invecchiando mi pare di aver affinato le antenne: capisco subito se sussiste una qualche empatia, ma talvolta mi succede di avvertire inizialmente un’estraneità che poi per fortuna scompare, perchè col trascorrere delle occasioni di condivisione l’affabilità del mio interlocutore riesce a superare la mia anche involontaria diffidenza. L’incontro più avvincente poteva essere quello con la star di turno, ma non è stato questo il caso: un carisma troppo algido, umanamente distaccato e professionalmente poco interessante. Avrebbe potuto colpirmi l’incontro con gli sguardi giovani e anche ardenti d’imparare, di fare; ma non è stato nemmeno questo. Eppure di personaggi speciali ce n’erano: il vecchio gentleman, l’aspra donna in nero, il magnifico rampollo, la Gradisca local, il fidanzato intellettuale, tate, amici, aiutanti, uomini di fatica burberi e solleciti… una moltitudine di persone gradevoli e ospitali. E nessuno di loro che ci volesse guadagnare, ad essere se stesso: erano, e basta; affabili e socievoli quanto sapevano essere. Per questo, alcuni non li dimenticherò. Ma un incontro mi ha colpito al cuore, in senso buono, più di ogni altro. Lui mi aspettava sul palco, come sempre in questi casi, un po’ appartato: era come se attendesse proprio me, solo me che invece, dall’emozione, non sapevo quasi come affrontarlo. Ci è voluto del tempo per trovare l’inclinazione ideale, la luce giusta. …Era di quel genere che ti pare di conoscerlo, una voce interiore ti racconta che ti è familiare, che lo hai già conosciuto, ma in verità non sai come sarà, non lo puoi sapere: ogni volta è diverso. Ogni voce è unica, e la sua era una voce bellissima, che riempiva tutto il teatro correndo veloce sui velluti e sulle decorazioni dei palchi, una voce duttile, plasmabile e affascinante. Suadente e non priva di brillantezza, potevo gestirla con facilità, senza affaticarmi. E sperimentare sfumature quasi dimenticate, accontonate dall’esercizio della consuetudine. Quella voce mi dava la realistica sensazione di offrire un piccolo concerto ogni volta; mi faceva credere che ogni mia breve, funzionale creazione fosse un brano a sé e la vestiva di nobiltà. Perciò mi costringeva all’attenzione, a meritarmi in ogni momento l’inattesa fortuna di quell’incontro. Maestoso e lucente, affidabile e leale compagno di avventura, quello Steinway mi ha sollevato, portandomi in alto con sé, al di sopra della imprevedibile instabilità che pervade tanti rapporti umani.

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steinway1

 

Torrido suolo ritrovato

30 luglio 2015
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G. Luxardo, Vendemmia

Fa un sole su questi bricchi, un riverbero di grillaia e di tufi che mi ero dimenticato. Qui il caldo più che scendere dal cielo esce da sotto – dalla terra, dal fondo tra le viti che sembra si sia mangiato ogni verde per andare tutto in tralcio. E’ un caldo che mi piace, sa un odore: ci sono dentro anch’io a quest’odore, ci sono dentro tante vendemmie e fienagioni e sfogliature, tanti sapori e tante voglie che non sapevo più d’avere addosso. Così mi piace uscire dall’Angelo e tener d’occhio le campagne; quasi quasi vorrei non aver fatto la mia vita, poterla cambiare; dar ragione alle ciance di quelli che mi vedono passare (…).

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Da Cesare Pavese, La luna e i falò (1950)

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