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Viaggio d’inverno – 1

13 marzo 2019

Neve nera come la cenere cade leggera e scomposta sui danzatori. Ad ogni passo, e ad ogni movimento del corpo quando il corpo è a terra, essa si solleva formando piccole nuvole di fiocchi, troppo e stranamente leggeri per apparire veri cristalli di neve.

Come i fiocchi neri, piovendo dall’alto, evocano ceneri di giorni trascorsi, di storie d’amore concluse e dunque di vita alla fine, così i danzatori evocano l’anima del viandante. Lui è tra noi: incede verso il proscenio in Güte nacht, scende le scale e si dirige a sinistra, accostandosi al suo alter ego dell’anima, ovvero il pianoforte; lì si ferma e da lì pronuncia il suo canto, ora sussurrato, ora declamato. Quel canto ci racconta la disperazione e la rassegnazione di un’anima al declino; e lo fa con fermezza, conscio dell’ineluttabilità del suo destino.

Intanto i corpi muovono secondo geometrie rigorose, in un misurato repertorio di gesti e movimenti, aderendo ad un’estetica elegante e composta. Spaziano in formazioni sempre diverse , da due a dodici, sovente in numero pari. Nell’esprimere in danza le vicissitudini interiori cantate dai versi di Müller e dalle note di Schubert fanno sovente ricorso a dinamiche rallentate, fino a raggiungere episodi di assoluta, inquietante sospensione: in effetti, lo slow motion riesce idealmente a corrispondere ai silenzi, al canto di Schubert assorto e su se stesso concentrato .

I colori dominanti, nell’idea registica di Preljocaj, sono il bianco ed il nero, confinando l’incedere del viandante in un quadro epico, nel quale i concetti di vecchiaia e di morte si specchiano, e la speranza è assente, se non in forma illusoria e fugace (come la missiva di Die post, e i tre astri nel cielo di Nebensonnen). Nelle tonalità neutre (con qualche eccezione intorno a toni vicini al rosso) sono anche i costumi, talora drappeggiati, leggeri (proposti appunto in diverse varianti); così come le scarne scene e il magistrale disegno luci, dove l’adozione di luci a piombo, specialmente nei primi lieder, e di luci laterali combinate con effetti di controluce, genera sensazioni di vertiginosa profondità e l’illusione di piani asimmetrici.

Raro è il ricorso agli oggetti di scena (un ventaglio, fogli bianchi); in due occasioni ascoltiamo la voce dei danzatori sferzare o punteggiare il lamento del protagonista allo stesso modo delle luci taglienti; sono quasi assenti i ricorsi alla mimica: nessun accenno di descrittivita’, insomma, e invece pura danza, movimento intelligente e rigoroso.

Dunque Preljocaj non attinge al di fuori dei codici della danza. Forse è vincolato proprio dalla scelta di portare in scena i musicisti dal vivo, perché in questo modo il viandante è lì, rivolto verso di noi, a narrarci del suo viaggio esistenziale quasi alla fine: la danza quindi non può limitarsi a “dipingere” con il movimento la poesia in musica. Non dipinge, ma evoca, nel senso che uno, due, sei danzatori vivono ed esprimono gli stati d’animo del viandante. Misteriosamente, essi “danno vita” alle sensazioni espresse nel canto, ma in modo caleidoscopico, tridimensionale.

Ogni lied corrisponde ad un quadro coreografico, collegato al successivo solo da un filo – e dal silenzio. Devo rilevare che questa successione rischia di apparire un po’ didascalica, alla stregua di un elenco di codici espressivi della danza. Tuttavia il coreografo si è tenuto a sufficienza lontano dalla tentazione della teatralità, attingendo come dicevamo ad un linguaggio astratto ed evocativo, e in questo modo non ha mai corso il rischio di apparire prevedibile o sterile. Inoltre, la coreografia è stata pensata per il Corpo di Ballo della Scala, quindi per danzatori per natura votati al linguaggio classico, e solo occasionalmente avvicinati a linguaggi più contemporanei (si è trattato infatti di danzatori scelti): tale destinazione ha certamente influenzato il coreografo nel mantenersi all’interno di un repertorio di movimento costruito appositamente per loro.

Tatzl ha un volume di voce votato al repertorio cameristico, un timbro morbido e forse un po’ uniforme, apparentemente velato. E’ presente in scena ma, giustamente, non fa teatro: rappresenta il fulcro dello spettacolo ed è la sua voce a condurci nel viaggio. Vaughan suona con lui e gestisce il rapporto della partitura con i danzatori, in un ruolo quindi inconsueto, considerata la vocazione cameristica di queste pagine schubertiane. Cantante e pianista si trovano sul confine della quarta parete e, proprio perché si trovano sul confine, la aprono per noi, paradossalmente riportandoci nel ruolo di spettatori incantati e allo stesso tempo introdotti in contesto espressivo intimo e sublime.

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Winterreise

Coreografia di A. Preljocaj

Musica di F. Schubert

Danzatori del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala

Basso baritono, T. Tatzl

Pianista, J. Vaughan

Scene di C. Guisset, Luci di E. Soyer, Costumi di A. Preljocaj

Teatro alla Scala, 8-9 marzo 2019

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