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Certe madri

25 novembre 2012

S. è un bimbo sui dieci anni biondo e paffuto  dal visino dolcissimo, quasi malinconico, così come il suo carattere, discreto e riflessivo. E’ molto dotato per la musica, manifestando capacità espressive ed esecutive non comuni alla sua età. Al saggio di pianoforte suona un Momento musicale di Schubert, proprio il suo brano ideale: lo esegue con grazia, profondità e concentrazione, il timbro è morbido, il fraseggio curato con un senso innato d’intelligenza musicale. Sbaglia, forse, una nota – dettaglio trascurabile. All’uscita lo vedo infilarsi la sua giacchetta e fissare con aria mesta il pavimento. La madre, un donnone, gli si è parata davanti: “Hai sbagliato!” gli dice con feroce rimprovero, come se avesse rotto un vaso prezioso, o rubato il dolce per domani, o comunque tradito la sua fiducia. “Hai sbagliato!!” ripete con rabbia.

§

G. è una mia compagna di corso, nel senso che si diploma nel mio stesso anno, con un altro insegnante. Prepara, come me, la Partita in do minore di Bach. Mi dicono che è di buona famiglia, il pianoforte non diventerà la sua professione; c’è già un futuro marito, suppongo un buon partito, che la aspetta. Al saggio il promesso siede impassibile accanto alla propria ventiquattr’ore e alla madre di lei. G. esegue l’Ouverture in modo corretto e piuttosto musicale. Osservo la madre rivolgersi a lui (tra l’altro quasi ad alta voce), stupita: “Non sbaglia!!” come se non si aspettasse altro. Poco più avanti, G. sbaglia una nota: “Adesso però ha sbagliato!” esclama la madre trionfante (diavolo, non capisco nulla di musica, ma tu figlia pensi forse di essere meglio di me?).

§

A. è una pianista molto brava: a vent’anni è un’interprete matura ed è anche dotata di un’ottima tecnica. In generale si presenta come una persona sicura di sé, ma in realtà vive con molta ansia le esibizioni in pubblico; talvolta, a causa di quell’insicurezza, le capitano dei vuoti di memoria. In quel saggio l’esecuzione, pur molto buona, della Suite op.14 di Bartòk, è costellata di vuoti, come se suonasse scivolando sulle uova (a chi non è capitato…). All’uscita A. è mortificata e atterrita dalla vergogna, eppure i genitori, una coppia abbastanza avanti con l’età, senza aspettare di ritrovarsi soli con lei, davanti a tutti, le recitano: “Ti rimetterai subito a studiare! Non ti veniva neanche a casa!” .

§

Com’è andata a finire?

Il bambino biondo è stato ritirato dalla scuola di musica dalla madre l’anno successivo e non ha mai più studiato musica.

G. si è sposata presto e il suo diploma è finito nel cassetto.

A. fa la musicista, ma suona sempre con lo spartito.

[A dieci anni è molto difficile difendersi dai genitori].

§

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29 commenti leave one →
  1. 25 novembre 2012 06:44

    Racconto-apologo delizoso e struggente, Tania. Grazie. Deliziarmi e struggermi è il massimo per me, di mattina presto. Stragrazie. (Riuscire a sopravvivere ai propri genitori ed ai propri maestri, questo è il problema. Io ci sono riuscito: mi sono scelto altri genitori, e altri maestri.)

    • pioggiadinote permalink*
      25 novembre 2012 17:18

      Pensa Pasquale, a me le 6.44 del mattino di-struggono anche senza che io legga niente! scherzo…
      Sopravvivergli e riuscire a scegliere altri modelli, altri esempi. Fai bene a buttarci dentro anche i maestri, hanno quasi altrettante responsabilità.

    • pioggiadinote permalink*
      25 novembre 2012 17:24

      Aggiungo una cosa, tanti errori potrei attribuire ai miei genitori – al limite potrei dire che a volte mi è mancato l’incoraggiamento – ma mai e poi mai hanno pesato sui miei errori, mai sono stata da loro umiliata, mai mi hanno fatto pesare le loro aspettative.

    • luigi permalink
      27 novembre 2012 15:52

      Il “mestiere”, pubblico, di genitore è l’unico che può esercitarsi senza un diploma specifico, una preparazione adeguata, un concorso, ecc…; ne deriva che, salve le valutazioni (iuris tantum) dei singoli interessati – in famiglia -, ci possano essere contrarietà di valutazioni sull’esercizio della “professione” de quo.
      La parentela in linea ascendente, discendente e/o collaterale, non può, peraltro, essere scelta al momento nel quale si concretizza.
      Anche per l’affinità vale la stessa considerazione, poiché la scelta primitiva attiene alla determinazione/valutazione di altri, seppur parenti.
      A ciò aggiungasi che anche il vincolo del coniugio soffre, talvolta, di scelta – pur in capo all’attore che ne trae in seguito lamentela – la quale poi si rivela non buona.
      In forma riduttiva – ed in generale – si può affermare, senza ombra di possibili smentite, che “i genitori non si scelgono, ma neanche i figli!”.
      Per i maestri valgono dfferenti considerazioni ed è più facile rivolgersi ad altre cattedre allorchè gli insegnamenti che ci vengono impartiti non sono all’altezza delle nostre aspettative di apprendimento.

      P.S.:
      L’argomento del post è interessante, profondo, e si ritrova non solo durante o intorno alle lezioni di pianoforte; basta portarsi su un campo di calcio ove le nuove generazioni, invece che al gioco, vengono stimolate dai genitori alla caccia all’avversario, con reprimende ad ogni errore.

      • pioggiadinote permalink*
        27 novembre 2012 22:42

        Grazie del tuo commento, Luigi. E certo, l’ambito musicale non è il solo dove genitori incapaci sfogano malamente le proprie frustrazioni.
        E’ altresì vero che dei maestri ci si può disfare più facilmente, ma solo quando si è già abbastanza adulti. Da bambini, o comunque da scolari, si subisce tutto – specialmente quando ai cattivi maestri si aggiungono i genitori distratti.

  2. arte64 permalink
    26 novembre 2012 16:15

    Inorridisco. Non ho parole. Davvero, guarda. Si possono dire molte cose pessime di questo posto, ma una delle cose positive è che certi fenomeni non vi esistono. Ho frequentato l’ambiente musicale e innumerevoli saggi e saggetti di bambini e studenti di ogni livello. Mai sentita roba simile.

    Secondo te perché? (non è una domanda retorica, è curiosità sincera)

    • pioggiadinote permalink*
      26 novembre 2012 23:29

      Arte, innorridisco pure io al ricordo.
      Forse una delle cause di questi fenomeni è la frustrazione dei genitori, che caricano di forti aspettative i figli, e che finiscono per “rivalersi” su di loro; e in un modo o nell’altro non consentono loro di crescere veramente, di seguire la propria strada qualunque essa sia. E’ una frustrazione che colpisce molto le madri, perchè? Perchè devono rinunciare ad altre forme di realizzazione personale quando crescono i figli e devono rinunciare a tante cose già in partenza, da giovani, e questo avviene di norma in italia, o nel sud dell’europa. Poi mi viene in mente che girano ancora tante idee aberranti su come si debbano educare i figli, idee talmente diffuse da sembrare naturali, a partire dall'”educazione” del neonato…

  3. 26 novembre 2012 20:11

    Parere mio, peraltro non richiesto!

    Perchè da queste parti tutti studiano, o vengono messi a studiare, per diventare concertisti, dimenticandosi che la prima cosa che serve, per diventarlo, è, oltre al talento, una passione che annulla ogni altra cosa e che, oltre ai concertisti, esistono i professionisti e gli amatori, quelli che vogliono godere delle note e che c’è posto e soddisfazione per tutti, basta amare la musica.

    • pioggiadinote permalink*
      26 novembre 2012 23:36

      Senz’altro Rosaverde, infatti l’educazione musicale nel nord europa è parte integrante della crescita degli individui, è quindi un’esperienza diffusa, “comune”, che non si riveste necessariamente di altri significati, che non è destinata necessariamente alla professione.
      Non mancava però la passione per la musica ai miei tre soggetti; mancava invece tolleranza, equilibrio, lungimiranza e sostanzialmente… capacità di fare il genitore, ai loro genitori.

      (ps: benvenuta!!!)

  4. arte64 permalink
    27 novembre 2012 10:55

    Tania e Rosaverde, vi ringrazio per gli illuminanti approfondimenti.

    Credo che una parte di certi comportamenti dei genitori dipenda dal fatto che in Italia (forse, non so, in tutta l’Europa meridionale) l’idea di un’educazione musicale è spesso parte di un contesto socioculturale, è diciamo un elemento in una serie di altri elementi che definiscono una classe di appartenenza (e quindi una appartenenza auspicata, un identificarsi con un certo ceto sociale ad esempio). Anche il discorso della realizzazione di sè attraverso i figli mi convince, e mi pare così lampante che non capisco perchè non ci sono arrivata da sola.

    Quassù, dove tutto è socialmente più “livellato” e la cultura infinitamente più “giovane”, quest’aspetto manca, e il fare musica, anche classica, è visto piuttosto come desiderio del bambino stesso, attività sociale, impegno anche, ma non disciplina. In questo senso, le scuole musicali comunali svolgono un ruolo importantissimo, che invece in Italia viene spesso canalizzato nei conservatori, fino da un’età molto precoce. E quindi in un sistema di studio, esami, voti, prestazioni.

    La cosa curiosa è che la Scandinavia sforna anche concertisti di talento, e non solo un’ampia base di amatori e professionisti. Non starò a citare nomi. In generale, c’è una scena musicale molto viva.

    Poi c’è anche il discorso, come giustamente dite, del ruolo genitoriale, che è completamente diverso. Se qualcuno qui avesse assistito a scene del genere, penso che avrebbe seriamente contemplato l’opportunità di richiedere un intervento dei servizi psicosociali…
    (e qui sorrido, ma non troppo)

    • pioggiadinote permalink*
      27 novembre 2012 22:52

      In realtà anche in Italia ci sono tante scuole private e comunali dove si può coltivare la passione della musica senza particolari “ambizioni”. La mia esperienza si riferisce a un ambiente conservatoriale, dove è naturale che gli allievi stessi desiderino compiere un percorso pulito e in crescendo: ma appunto, come dici tu, scene del genere restano ingiustificate ed estremamente preoccupanti (anche perchè temo che esista di peggio…per esempio quando la competizione fomenta allievi gli uni contro gli altri).

  5. arte64 permalink
    29 novembre 2012 10:32

    Lo so. Ma resta il fatto che in Italia si può accedere al conservatorio, che io sappia, già in età di scuola media, e secondo me l’ambiente stesso, con voti ed esami, stimola a questo tipo di insana competitività, in età troppo precoce. È questo “incanalare” da subito in un percorso di prestazione e di competizione reciproca che a me sembra negativo.

    La stessa cosa avviene nell’ambiente sportivo. Ti racconto un aneddoto, raccontatomi da mia figlia ieri. Una squadra di calcio di dodicenni di qui ha avuto uno scambio con una squadra di dodicenni toscani. Prima della partita, al momento di stringersi la mano, i dodicenni di qui dicono come al solito “lykke til” (buona fortuna) ai concorrenti. Con grande sorpresa si sentono tutti rispondere “fuck you” dai piccoli avversari. Che naturalmente vincono, perchè frutto di una selezione sistematica, già avvenuta in anni precedenti, in cui i più bravi fanno appunto un “percorso” in crescendo.

    I tuoi esempi si riferiscono a età successive, lo so, ma io penso che il problema nasca prima.

    • pioggiadinote permalink*
      29 novembre 2012 17:24

      Ma sai cha hai ragione, io sono talmente abituata al sistema che c’è qui, da non ricordarmi che il sistema degli studi fuori dall’italia è molto diverso. In qualche modo, la riforma dell’università, che ha introdotto i corsi di laurea 3+2 anche nei conservatori, avrebbe voluto, nell’avvicinare il nostro sistema a quelli più diffusi in europa e oltreoceano, ovviare anche al problema di cui parliamo. Ma da quel punto di vista, tutto è rimasto uguale. I corsi di base, preparatori per la professione, vengono svolti sempre dai conservatori o scuole pareggiate e tutto funziona come prima.

  6. 29 novembre 2012 21:26

    Vi posto il link di una lettera fresca fresca al giornale della mia città. Speriamo che un modo, questa ragazza, lo trovi, per prendere il diploma.

    http://www.giornaledibrescia.it/in-citta/riforma-dei-conservatori-sos-bresciano-1.1450819

    • pioggiadinote permalink*
      29 novembre 2012 22:40

      Grazie Rosaverde…!
      Sì, negli anni di passaggio dopo la riforma c’è chi rimane svantaggiato. Posso sbagliarmi, ma ci sono casi molto più eclatanti di questo. QUesta studentessa ha già altri diplomi e un lavoro, oltre che un’età non giovanissima. Per tornare alle problematiche emerse con Arte, se non si vuole o non ci sono reali possibilità di intraprendere effettivamente la professione di musicista, perchè accanirsi dietro un percorso di studi accademico? Perchè in Italia sembra essere l’unico modo per “sentirsi” dei musicisti, almeno nell’ambito della classica.

  7. arte64 permalink
    30 novembre 2012 12:24

    Perchè in Italia è debole il concetto di “fare musica” come attività ludica. Non tutti possono o vogliono essere musicisti, ma quasi tutti possono imparare a suonare uno strumento e trarne gioia.
    Paradossalmente, io credo che un percorso accademico “forzato” possa togliere a molti la gioia di suonare, a “vantaggio” di quei pochissimi che sarebbero emersi comunque, per un loro dono e desiderio, anche iniziando questo percorso più tardi.

    • pioggiadinote permalink*
      30 novembre 2012 17:47

      E’ proprio così. E mi chiedo come mai, quale sia la ragione storica, culturale che ha portato all’imporsi di questa mentalità – in un paese dove la musica è parte della storia, è nel sangue. Mi viene in mente, senza pensarci molto su, che i programmi di studio vigenti fino a pochi anni fa (prima della riforma) nei conservatori…sono stati confezionati nei primi anni ’30, in pieno periodo fascista….

  8. arte64 permalink
    30 novembre 2012 19:10

    Io non so, non sono né musicista né musicologa né storica, quindi parlo per impressioni e associazioni, diciamo che penso ad alta voce e soprattutto che trovo questa conversazione stimolante.

    Ad esempio mi viene in mente che, a quanto ne so, in Italia non è mai esistita una tradizione che invece è piuttosto radicata nella Mitteleuropa e anche nel nord Europa, e cioè quella della Hausmusik, il fare musica da dilettanti in casa, suonare insieme – famiglie o anche amici, nessuno dei quali professionisti e neanche diplomati, semplicemente amanti della musica.
    Mi viene in mente la tradizione scandinava delle bande musicali, formate da bambini e adolescenti e solo in minima parte da adulti, che sono grandissime fucine dove si impara a suonare gli strumenti a fiato, o delle orchestre scolastiche o di quartiere, di gran lunga più antiche delle scuole di musica comunali, che oggi le hanno sostituite.

    Azzardo l’ipotesi che, da qualche parte nella storia d’Italia, sia avvenuta una sorta di scissione dell’esperienza musicale – da una parte il solista, il virtuoso, il concertista, risultato di anni di disciplina, anticamente patrimonio della nobiltà mecenate o della chiesa, in seguito segreta aspirazione borghese (da qui i programmi fascisti, i conservatori, l’istituzionalizzazione). Dall’altra la musica “leggera”, la canzone, la musica popolare, aperta a tutti e quindi in qualche modo “plebea”. Tra queste due posizioni fino a pochi anni fa non è esistito molto, mi pare. Le realtà nuove che stanno emergendo sono fenomeni relativamente recenti.

    • pioggiadinote permalink*
      30 novembre 2012 23:30

      Vero, Arte, in Italia non c’è mai stata una vera tradizione sul genere della Hausmusik. Di fatto, è proprio la musica strumentale in sé ad essere stata surclassata, fin dal ‘600, dall’opera vocale e poi nell’8oo anche dalla romanza da camera. Tuttavia, l’opera (nella versione per canto e piano) e la romanza da camera sono state forme musicali e modi di far musica, anche casalinga, propri della borghesia. Questa tradizione esisteva ed è tramontata definitivamente, direi, intorno alla metà del ‘900. Dopodichè la musica classica è rimasta appannaggio di chi segue studi accademici, altrimenti meglio dedicarsi alla leggera, canticchiare e suonare la chitarra (io leggerei così la scissione di cui parli tu).

      • arte64 permalink
        1 dicembre 2012 16:11

        Condivido! Dopo aver scritto il commento infatti ho pensato alla romanza da camera, e mi sono detta che ho scritto una sciocchezza…
        Hai ragione.
        Di fatto la scissione esiste, più forte che in altri paesi, e se la si superasse penso che l’approccio al fare musica acquisterebbe in vitalità e spessore.
        Poi forse bisognerebbe bandire i genitori dai saggi!
        😀

      • pioggiadinote permalink*
        1 dicembre 2012 23:48

        Ah, certi sì, andrebbero quantomeno banditi dai saggi…e in alcuni casi seguiti da assistenti sociali, come minimo…
        😀

  9. 30 novembre 2012 21:34

    Per deformazione personale, quando studio qualcosa – se la studio per piacere personale – tendo a cercare di prendere un diploma. Si sa mai nella vita: magari un giorno o l’altro il pezzo di carta può servire. Qui in Italia poi si vive di pezzi di carta. Per questo motivo io spero che la ragazza che ha scritto la lettera riesca a trovare il modo di diplomarsi.
    Per ogni altra cosa, invece, concordo con le vostre ipotesi e i vostri ragionamenti. D’altronde, Arte, la stessa cosa si potrebbe dire anche del disegno o della calligrafia. Si è persa l’abitudine di imparare a fare alcune cose di poco utilizzo pratico ma che danno molto piacere personale, come il fare musica insieme, a casa.

    • pioggiadinote permalink*
      30 novembre 2012 23:13

      Grazie Rosaverde.
      Questo scambio è davvero stimolante.
      Uno dei problemi di fondo della riforma dell’Università italiana, estesa agli studi di tipo artistico, è che con il sistema dei crediti e degli esami e della frequenza si finisce per far credere a molti aspiranti musicisti (e danzatori……ecc, ecc) che, con “120” crediti pari a x ore di frequenza e y di studio, si possa diventare musicisti davvero. Per restare intorno alle questioni numeriche, per preparare l’esame di “corso medio” di pianoforte (tre anni) io studiavo tipo 6 ore al giorno almeno (durante il liceo), per l’esame finale (due anni) arrivavo a 8-10 ore. Sempre al giorno. Parlo dello studio individuale. Poi c’erano le lezioni, la musica da camera, le materie teoriche.
      Non solo io naturalmente, che sono una persona normale.
      Glenn Gould, da adulto, concertista, ne studiava 3 al giorno. Benedetti-Michelangeli, in gioventù ne arrivava a studiare ….18.

      Naturalmente, con doti eccezionali si possono preparare esami simili senza perderci tutto questo tempo, ma allora vale anche la pena di licenziarsi dal lavoro in azienda…
      Quanto sopra è il vero motivo per cui quella lettera mi ha in realtà leggermente irritato.
      Con ciò, anche studiando 8 ore al giorno si può NON diventare musicisti DAVVERO. Però le competenze si acquisiscono…

      • 1 dicembre 2012 09:13

        Su questo sono d’accordo. Mio padre è diplomato in pianoforte, è stato insegnante per gran parte della sua vita, fin da piccolo preparava e vinceva concorsi d’organo e la musica è una colonna sonora costante della mia vita. Più che l’esecuzione del brano, sono abituata all’ascolto dello studio del brano per cui per me, quelle ore di cui parli, sono concetti che associo alla musica senza nemmeno pensarci. Saper suonare un brano può richiedere, mettiamo, cinque ore. Saperlo suonare davvero, studiarlo, interpretarlo, renderlo, comunicarlo, farlo proprio ne può richiedere cinque volte tanto. Benedetti Michelangeli, per qualche strano caso del destino, veniva a trascorrere frequenti periodi presso il parroco del paese e mio padre, che l’ha conosciuto, si ricorda che passava ore e ore su una semplice battuta di poche note, studiandola e ripetendola infinite volte, alla ricerca della perfezione, fino alla nausea.
        Per ogni tipo di lavoro, competenza, esiste questo divario tra chi sa fare qualcosina, chi sa fare, chi oltre a saper fare rielabora, grazie al talento personale. Per esempio, per parlare di una cosa terra-terra priva totalmente di poesia: i miei colleghi hanno lo stesso mio accesso a determinati dati aziendali e sono in grado di preparare reportistica. Io, partendo dagli stessi dati, so elaborare una reportistica che mette in luce le connessioni tra i dati, le rielaboro e le utilizzo per prendere decisioni. Essere un bravo tecnico è possibile per molti, il passo successivo è per molti di meno e quello dopo ancora restringe ulteriormente il numero di persone “capaci”. Quello che la scuola, negli ultimi anni, ha lasciato credere è che è sufficiente avere una competenza generale della materia per potersi definire esperto. Non è così.

        Discipline come la musica rendono questi divari molto più marcati. Le ore di studio permettono a quasi chiunque di essere capace di suonare ma è solo quando chi ascolta smette di percepire la tecnica nell’esecutore – che propone un brano come se fosse “semplice” suonarlo, perchè l’ha ripetuto talmente tante volte che la parte “tecnica” è offuscata dalla parte di rielaborazione personale – che si comincia a sentire la differenza tra chi fa musica e chi è un musicista. In mezzo ci sta tutto, da chi finge di saper suonare la tastiera e usa basi registrate (il mio livello è anche inferiore), a chi sa suonare uno strumento e gode nel saperlo fare per piacere personale, a chi ha fatto della musica la propria professione, a chi arriva al sublime. Si, bella questa discussione, grazie. Io non ho senso ritmico e non ho pazienza, non sento le differenze di tonalità. Con queste premesse meglio lasciar perdere: quindi ascolto e invidio e mi godo la mia parte di musica in casa da quando ero nella culla, visto che mio padre suona e studia ancora.

        Se alla ragazza in questione, che non sarà ovviamente mai una concertista, ma solo una persona competente in materia, il diploma serve per poter dire: ce l’ho fatta, ho qualcosa che mi certifica che ho terminato in modo positivo un percorso di studi, forse questa carta mi permetterà di accedere ad un concorso per l’insegnamento nelle scuole medie o a chiedere i 50 euro quando suono in un concerto del paese con l’orchestrina degli amici, ben venga. Mi sembra ingiusto non permettere l’accesso agli esami dei privatisti ed imporre l’obbligo di frequenza, specialmente sapendo come funzionano i conservatori italiani. Da qui all’essere musicisti per davvero ne passa ancora molta di strada, come per moltissime altre cose.

      • pioggiadinote permalink*
        1 dicembre 2012 23:46

        Cara Rosaverde, grazie per il racconto che fai qui della tua esperienza, visto che è tanto pertinente a questa bella discussione…e sicuramente mi permette di “conoscerti” meglio. Mi ha commosso questo tuo ricordo quasi diretto di Michelangeli – mi sovviene adesso che era bresciano.
        Concordo assolutamente con la tua riflessione intorno ai vari livelli in cui si può essere in grado di fare musica e anche sul fatto che in qualche modo questa riforma riesce a far credere che una preparazione superficiale e generica sia sufficiente. Sarà banale dirlo, ma aldilà dei talenti che per fortuna emergono ancora, il livello si è molto abbassato. Si possono aprire infinite altre discussioni intorno a questo fenomeno, a questo generalizzato far credere che “chiunque” può riuscire nell’ambito di discipline che richiedono tanta passione e dedizione.
        Questo tuo ascoltare i brani musicali attraverso lo studio è un’interessante e sconosciuta prospettiva per me (che non ho mai ascoltato altri, ma solo e sempre costretto altri…ad ascoltare me), ne hai mai scritto sul tuo blog?

  10. 2 dicembre 2012 09:24

    No! Non mi è mai venuto in mente, probabilmente perché è una cosa talmente ovvia per me… non ti dico l’innumerevole quantità di volte in cui ho sentito ripetere gli stessi brani – per la maggior parte erano quelli dei primi tre anni di conservatorio, solfeggio incluso – quando ero piccola e in casa venivano alunni a lezione. Eppure non mi hanno mai dato fastidio: se ne rimanevano in sottofondo, mentre facevo i compiti o mentre giocavo. Comunque è un’idea, ci penserò! La cosa triste è che, pur avendo avuto accessibilità immediata alla musica fin dalla culla, io non mi ci sia mai avvicinata e non l’abbia mai studiata seriamente ma solo di sfioro.

    Qui Michelangeli se lo ricordano in molti. Sai che aveva anche armonizzato canzoni degli alpini? Spesso il coro ANA locale le riprende, le studia e le ripropone nei concerti.

    • pioggiadinote permalink*
      2 dicembre 2012 15:06

      Mi torna in mente ora che me lo dici, Michelangeli aveva armonizzato canti di montagna… In verità non so moltissimo della sua biografia (in effetti non sono disponibili tante notizie su di lui) benchè sia stato per me il più grande pianista della mia gioventù – e anche oggi molte sue esecuzioni sono per me le più belle in assoluto, meravigliose; e meraviglioso il suo timbro, quella cura per i dettagli.

      …SPero che ne scriverai un giorno, della tua esperienza come figlia di un musicista! A volte si “trascura” senza volerlo di parlare di ciò che fa più intimamente parte della nostra quotidianità – altre volte, a ragione, lo si tiene gelosamente per sé.

  11. monicavannucchi permalink
    15 dicembre 2012 22:52

    Cara tania, mi sono distratta un attimo (magari, ecco, un po’ più di un attimo, a dire il vero!) e qui è successo di tutto. che bella, che bella, che bella questa discussione; sono felice che un tuo post arguto e frizzante, ma dal risvolto serissimo come sempre, abbia dato origine a questi scambi così interessanti; arrivo tardi per dare contributi sensati, posso solo dire che liberarsi dei cattivi maestri è già difficile, figurarsi dei genitori. ci si lavora tutta la vita, se si è riusciti a rendersi conto di doverlo fare e se possiamo intimamente permettercelo. Ma non voglio appesantire il clima, prenatalizio ormai; mi permetti di mandare a te e ai tuoi, grandi e piccoli, un abbraccione? auguri cara, e a presto. m.

    • pioggiadinote permalink*
      16 dicembre 2012 23:26

      Grazie del tuo intervento e del pensiero, Monica. E tanti auguri anche a te!

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