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Chopin – II

26 settembre 2009

Le musiche di Chopin sono state ampiamente utilizzate per coreografie dall’800 fino ai giorni nostri. Devo citare almeno il celebre pout-pourri di Mikhail Fokine, Les Sylphides, chiamato anche Chopiniana, del 1909, di cui potete  vedere qui il famoso Passo a due (con Baryshnikov). In questa azione coreografica sono giustapposti alcuni brani del compositore polacco, quasi tutti in versione integrale ma strumentati per orchestra:

Preludio op. 28 n.7 (trasportato un semitono sotto), Notturno op. 32 n.2, Valzer op.70 n.1, Mazurka op. 33 n.2, Mazurka op.67 n.3, ancora Preludio d’apertura (nella tonalità originale), Battuta introduttiva dello Studio op.25 n.7 e a seguire Valzer op. 64 n. 2  (Passo a due), Valzer op. 18.

Il Valzer op. 64 n. 2 in un'edizione del 1880 (Maison Schott)
Il Valzer op. 64 n. 2 in un’edizione del 1880 (Maison Schott). Per concessione: University of Chicago Library, Special Collections Research Center

Molto più recenti le innovative coreografie di John Neumeier, nelle quali il coreografo-regista propone un linguaggio d’ispirazione neoclassica influenzato dalla modern dance: anzitutto La Dame aux Camélias del 1978, dove sono sapientemente accostati, proposti quasi integralmente e con l’organico originale, i seguenti brani:

Largo della Terza Sonata op. 58, Secondo Concerto per Pianoforte o Orchestra, alcuni Valzer e Preludi, Polacca per Pianoforte e Orchestra, Ballate, secondo tempo del Primo concerto per Pianoforte e Orchestra.

Altro lavoro coreografico di Neumeier è  Nijinskj del 2000,  con musiche di Schumann, Rimskij Korsakov e Shostakovich accostate a Chopin.

Mi viene da notare che a differenza di quanto generalmente avviene, il pianista per questi balletti non utilizza riduzioni dalla partitura d’orchestra, ma può accompagnare le prove con lo spartito…originale. Tuttavia nel caso di Fokine conviene ascoltare la versione orchestrale, quantomeno per i tempi e le sospensioni; ma anche per le sonorità. Ho accompagnato il difficile passo a due anche in una performance dal vivo,  e non è facile da rendere al pianoforte quel “prolungarsi” dei due accordi sotto le prese in movimento.

Un episodio di cifra opposta è raccontato da Charles Rosen in Piano notes (EDT, Torino, 2008) e risale ai primi anni ’60, quando fu commissionato al coreografo Antony Tudor un balletto per il New York City Ballet sulla partitura del Double concerto di Elliott Carter per clavicembalo, pianoforte e due piccole orchestre da camera. Ebbene, la partitura era talmente complessa, anche dal punto di vista dell’orchestrazione, che fu impossibile preparare una riduzione efficace per uno o due pianoforti per le prove, essendo ovviamente insostenibile il costo economico dell’intero organico previsto: di conseguenza, il progetto coreografico fu abbandonato! Il pianoforte, lo strumento principe, dimostrò di non possedere più le qualità sufficienti a sintetizzare la complessità della scrittura di partiture contemporanee. Oggi il problema è superabile facendo a meno del pianista, benché una demo non possa avere la duttilità che un musicista vivo e vero è in grado di offrire ad un corpo di ballo durante le prove.

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