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Ritratto – III

22 luglio 2010

La sala è greve d’afa già di prima mattina. Ma i danzatori solerti son già lì che si riscaldano prima di cominciare la classe. Alcune zone della sala sono ancora in penombra, non tutte le luci sono accese. Impiego gli ultimi minuti per spostare il pianoforte, per fortuna abbastanza maneggevole grazie alle ruote, nella posizione meno sacrificata possibile.

Lui ancora non c’è, arriva sempre con due o tre minuti di ritardo; appena entra lancia il suo vigoroso buongiorno e subito stende il braccio destro e mi fa il segnale d’inizio con l’indice puntato verso di me: due quarti, e-e-euno. Con una cadenza un poco atona, leggermente ascendente sull’ultima sillaba. Ogni giorno iniziamo così. Ogni giorno punta il suo dito indice verso di me più volte, all’inizio di ciascun esercizio. Poi, all’interno di questo singolare linguaggio, ci sono altri segnali: c’è il fischio sparato, tipo richiamo del segugio, quando devo interrompermi all’istante perché  in troppi hanno sbagliato; c’è il braccio teso con o senza indice, alla fine degli esercizi, quando devo restare ferma sull’ultima armonia o sul silenzio, prima di eseguire l’ultimissimo accordo, sovente accentato, che per i danzatori alla sbarra significa: riposo! (ma non: rompete le righe; quelle non si rompono mai); c’è un segnale per i danzatori, che per me significa: qui non suonare più, quando con la mano su e giù li guida, alla fine di ogni piccolo salto, in plié-relevé; e altre piccole cose. E c’è qualche sintetica spiegazione degli esercizi, che specialmente alla sbarra sono costituiti da diverse sequenze con cambi di tempo: ma lì di solito navigo a vista (e per ora ho la vista buona…). Infine, ci sono radi commenti sulla qualità di quello che io eseguo, generalmente negativi. Forse quando non ne fa significa che gli piace? Non si sa. Qualche sguardo rivolto al cielo, i primissimi giorni, quando non ero ancora in grado di leggere nelle sue intenzioni future; poi ho imparato a farlo, perciò niente più sguardi a Zeus.

Diciamo che la comunicativa non è il suo forte. Ma ha le idee chiare, questo sì. Ultimamente mi stringe la mano, alla fine della classe – sebbene senza un particolare entusiasmo.

Tra me e me, per sdrammatizzare, mi racconto: anche domani lezione con il vichingo. E penso ai suoi lunghi capelli biondi, che ogni tanto decide di pettinarsi mentre stiamo eseguendo; a quel viso un po’ ingrugnato, che si distende, talvolta abbozzando persino un sorriso, quando suono qualche pagina di repertorio classico al centro; alla sua espressività un po’ scolpita con l’accetta, che potrebbe ricordare appunto quella di un  guerriero vichingo o un sacerdote druido proveniente da qualche gelida e fiera terra del nord.

  

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