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Pucci

2 ottobre 2010

La mia nonna di Napoli aveva un barboncino di nome Pucci. Non era il tipico barboncino elegante e curato: i suoi scarsi ricci neri restavano infatti appiattiti sul corpo sgraziato e grassoccio.  Abbaiava e latrava senza sosta tutte le volte che qualcuno suonava alla porta, perciò non lo definirei neppure un cane beneducato – pardon, ben addestrato – né dal buon carattere. I nostri arrivi mattutini dal viaggio in treno da Milano si svolgevano ritualmente seduti al tavolo di cucina a far colazione con l’accompagnamento dei latrati di Pucci. Era litigioso, perciò ogni tanto si azzuffava con altri quadrupedi suoi simili i quali, parole della nonna, “lo facevano nuovo nuovo“.

Non faceva venire voglia di accarezzarlo e forse abbaiava per questo, chissà. Son certa però che le sue buffe orecchie mi piacevano, lunghe e tondeggianti. 

Nella foto ci siamo noi tre, la nonna che si fa aria col ventaglio, io duenne già in preda alla foga dei lavori domestici e Pucci, che è l’unico a guardare nell’obiettivo.

 

 

 

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