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Kafka fragments

29 novembre 2010

Due voci, soprano e violino; due prime parti, due personaggi. I Kafka Fragments (titolo originale Kafka Fragmente) di György Kurtág sono dotati di una vocazione teatrale che la direzione di Peter Sellars realizza ed esalta pienamente. Grazie alla sua invenzione registica e scenica, le emozioni vanno oltre la partitura  e si fanno vive: così il pubblico si lascia condurre docilmente attraverso riflessioni sempre associate a stati  emotivi di inquietudine esistenziale affacciata sull’abisso (confortante) della morte. La voce di soprano diventa la voce di una casalinga dall’aria dimessa che prende su di sé e vive i pensieri di Kafka, rendendoli parte della propria quotidianità; intanto sul fondo scorrono (magnifiche) immagini che invece vanno oltre la quotidianità di lei e nostra, e riferiscono le parole kafkiane a vicende di disperazione umana anche collettiva: grazie a questa struttura prospettica l’effetto angoscioso è amplificato ma allo stesso tempo attutito poiché le parole di natura intima risultano improvvisamente direzionate, accumulando senso.

Poi c’è lui, la voce del violino, un bel giovane che duetta con lei con puntualità  e precisione.  Senza dubbio la gestualità del violinista esprime già di suo una fisicità che occupa lo spazio intorno a lui e ne muove l’aria: nei Kafka Fragmente egli può permettersi di lasciar andare ancor di più questa propensione (ma non diventa mai personaggio il suonatore, semmai lo strumento).

La scrittura compositiva di Kurtág è ferocemente sintetica, rigorosa, lucidamente espressiva, spesso descrittiva con una propensione all’onomatopea: pur facendo ricorso ad un linguaggio astratto, ne attenua l’effetto di indecifrabilità per l’ascoltatore grazie alla “teatralizzazione” insita nella sua scrittura. In effetti, in un caso come quello dei Kafka Fragmente tale linguaggio risulta adatto ad esprimere il contenuto angoscioso dei testi: dissonanza, esasperazione degli intervalli, irregolarità ritmica, sono elementi compositivi che aderiscono a pennello ad una poetica di tipo descrittivo.

La rappresentazione di Sellars è stata emozionante e densa di significati e a me è successo di viverne letteralmente  l’intensità emotiva, con la sensazione di non potermi sottrarre all’ascolto del dialogo di queste voci tormentate da dubbi angosciosi, fino a sostenerne su di me il peso.

 

 

 

RomaEuropa Festival 2010, 19 novembre, Teatro Palladium –

Soprano Dawn Upshaw, Violino Geoff Nuttall

 

 

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4 commenti leave one →
  1. 16 dicembre 2010 18:52

    Kafka non si può ad ogni modo…dimenticare. Questa è proprio la sua lezione più grande.

    Bel blog. A tal proposito ti segnalo il nostro spero potrai leggere questo “racconto” che umilmente omaggia il Grande K.

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2010/12/08/j-a-babele/

  2. 26 gennaio 2011 02:17

    Molto bello il tuo post, nel quale sottolinei due elementi importanti: la fisicita’/ materialita’ di questa musica. E il senso di dubbio profondo, doloroso, che percorre tutta l’opera.

    Ti ringrazio, di cuore, perche’ mi hai dato ulteriori strumenti di comprensione.

    • taniapallabazzer permalink*
      27 gennaio 2011 00:11

      Grazie a te. E’ davvero cosa rara poter scambiare un pensiero intorno a un genere di musica assai poco scontato.

Trackbacks

  1. Cose belle da non dimenticare « Monica Vannucchi’s Blog

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