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Quae numina voce moveret?

10 febbraio 2011
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Ma già Orfeo, eluso ogni pericolo, tornava sui suoi passi

e libera Euridice saliva a rivedere il cielo,

seguendolo alle spalle, come Proserpina ordinava,

quando senza rimedio una follia improvvisa lo travolse,

perdonabile, certo, se sapessero i Mani perdonare:

fermo, ormai vicino alla luce, vinto da amore,

la sua Euridice si voltò incantato a guardare.

Così gettata al vento la fatica, infranta la legge del tiranno spietato,

tre volte si udì un fragore nelle paludi dell’Averno.

E lei: ‘Ahimè, Orfeo, chi ci ha perduti, quale follia?

Senza pietà il destino indietro mi richiama

e un sonno vela di morte i miei occhi smarriti.

E ora addio: intorno una notte fonda mi assorbe

e a te, non più tua, inerti tendo le mani’.

Disse e d’improvviso svanì nel nulla,

come fumo che si dissolve alla brezza dell’aria, e non poté vederlo

mentre con la voglia inesausta di parlarle

abbracciava invano le ombre; ma il nocchiero dell’Orco

non gli permise più di passare di là dalla palude.

Che fare? Dove andarsene, perduta ormai, perduta la sua sposa?

Con che pianto commuovere le ombre, con che voce gli dei?

Certo, ormai fredda lei navigava sulla barca dello Stige.

Dicono che per sette mesi Orfeo piangesse senza requie

sotto una rupe a picco sulla riva deserta dello Strímone,

e che narrasse le sue pene sotto il gelo delle stelle,

ammansendo le tigri e trascinando col canto le querce.

Così afflitto l’usignolo  lamenta nell’ombra di un pioppo

la perdita dei figli, che un bifolco crudele

con l’insidia ha tolto implumi dal nido; piangendo nella notte,

ripete da un ramo il suo canto desolato

e riempie ogni luogo intorno con la malinconia del suo lamento.

 

Iamque pedem referens casus evaserat omnes;
redditaque Eurydice superas veniebat ad auras,
pone sequens, namque hanc dederat Proserpina legem,
cum subita incautum dementia cepit amantem,
ignoscenda quidem, scirent si ignoscere manes.
Restitit Eurydicenque suam iam luce sub ipsa
immemor heu! victusque animi respexit. Ibi omnis
effusus labor atque immitis rupta tyranni
foedera, terque fragor stagnis auditus Avernis.
Illa, Quis et me, inquit, miseram et te perdidit, Orpheu,
quis tantus furor? En iterum crudelia retro
Fata vocant, conditque natantia lumina somnus.
Iamque vale: feror ingenti circumdata nocte
invalidasque tibi tendens, heu non tua, palmas!
dixit et ex oculis subito, ceu fumus in auras
commixtus tenues, fugit diversa, neque illum,
prensantem nequiquam umbras et multa volentem
dicere, praeterea vidit, nec portitor Orci
amplius obiectam passus transire paludem.
Quid faceret? Quo se rapta bis coniuge ferret?
Quo fletu Manis, quae numina voce moveret? 
Illa quidem Stygia nabat iam frigida cumba.
Septem illum totos perhibent ex ordine menses
rupe sub aëria deserti ad Strymonis undam
flesse sibi et gelidis haec evolvisse sub antris
mulcentem tigres et agentem carmine quercus;
qualis populea maerens philomela sub umbra
amissos queritur fetus, quos durus arator
observans nido implumes detraxit; at illa
flet noctem ramoque sedens miserabile carmen
integrat et maestis late loca questibus implet. 

 

Da Publio Virgilio Marone, Georgiche, libro IV. Traduzione di Mario Ramous

 

§

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