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Americani

30 luglio 2009

La HSDC (Hubbard Street Dance Company) è stata in tournée in Italia in luglio, il 15 e 16 per la prima volta a Roma con due serate a Villa Pamphili per “Invito alla danza”.

Ho visto lo spettacolo, ma ho anche potuto conoscerli un po’ più da vicino, avendo avuto l’opportunità di accompagnare la loro daily class, che tenevano in Accademia. Io non so che clima ci sia a Chicago in questo periodo, però a Roma una calura infernale avvolgeva tutto, alle 2 del pomeriggio peggio che mai; tra l’altro, il primo giorno non avevamo neanche l’aria condizionata…

Strana la presentazione con il Maitre, che mi fissava con una certa sorpresa (perché?  Perché femmina? Perché sembravo abbastanza giovane? Oppure non lo ero abbastanza? Oppure…chissà). 

Tenne la classe con molto aplomb, abbastanza gentile, pacato… ma è uno che non ha tempo da perdere: spiegazioni veloci, con accenno alla ritmica (sempre sincopata, anche nei 2/4 veloci dei frappé). I release li eseguivano in parte secondo una loro consuetudine, in parte erano liberi: così però la conclusione non era mai insieme, io dovevo regolarmi a vista, e la cosa si ripeteva quasi per ogni passo della sbarra, lasciando (a me) troppo spesso la sensazione di “inconclusione”.

Notavo la morbidezza dei movimenti, anche negli uomini; non ci furono però esercizi “di potenza” che potessero mettere in rilievo altre qualità, forse dovevano un po’ risparmiarsi per lo spettacolo.

Alla fine, come secondo un’abitudine formale, alcuni danzatori vennero a ringraziarmi direttamente con molto rispetto, come non mi era mai capitato. Qui da noi, al massimo c’è un applauso diretto sia al maitre che al pianista (o solo al maitre), qualcuno già si infila i calzini mentre suono l’ultimo accordo. Una forma di ringraziamento diretta non è una consuetudine, ma un’eccezione dovuta all’iniziativa di un singolo danzatore.

Lo spettacolo mi deluse parecchio, perché nonostante la mirabile tecnica che contraddistingue tutti i danzatori della compagnia, tecnica fatta di incredibile leggerezza e assoluto controllo della potenza (continue le accelerazioni velocissime seguite da sospensioni), le coreografie erano vuote di qualsiasi contenuto che non fosse davvero ingenuo, e lo stesso potrei dire della loro interpretazione. E’ come se la loro cifra virtuosistica, sicuramente unica, fosse l’unico pretesto per la costruzione delle coreografie, tanto che le stesse qualità del movimento che rapivano all’inizio, alla fine dello spettacolo erano già diventate noiose.

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