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Ritratto. II

23 marzo 2010

L’occhio del Pantheon – quello originale romano – vigila su di noi mentre nella sua acustica pessima risuonano confuse le pure linee delle polifonie palestriniane. E continua a vigilare quando, dopo l’esibizione del coro, subitanea dalle prime file s’alza  una chioma ricciuta che corre dondolando e saltellando verso il pianoforte a coda. E’ il nostro uomo. Fedelissimo all’immagine che di lui ha ogni fruitore anche occasionale di programmi televisivi di qualunque specie, sotto ai folti ricci sfodera un largo sorriso un poco ebete, alla Forrest Gump per intenderci, e sotto ancora sfoggia una lineare felpa blu con cappuccio, indossata su jeans e scarpe da tennis, che forse sono colorate – ma non ne sono certa. Incurante dello sguardo severo che penetra dritto giù dalla cupola, l’uomo saluta con la mano alla guisa di infante meno che treenne oppure di povero demente – quindi non si sa bene a quale modello si ispiri, ma comunque fa ciao-ciao e ride, come a dire: son qui di passaggio, eccomi qua, gente simpatica, vediamo un po’ se ora mi ricordo qualcuna delle mie canzoni, che ve la suono.

Purtroppo qualcuna se la ricorda, e una ce la ricordiamo anche noi perché passa alla televisione con  una certa frequenza a commento della pubblicità di un’auto lussuosa e quindi la sentiamo spesso, anche se non compreremo mai quell’auto. In tutto ne suona cinque e dopo la seconda esibizione del coro ne suona, fuori programma, altre due. Delle prime cinque, solo la quarta – quella della pubblicità dell’auto –  dimostra che l’uomo sa comporre una melodia facile facile, buona per un jingle pubblicitario. Le altre quattro no, ma sarà l’acustica confusa, chissà: a noi arrivano un mucchio di accordi ribattuti nel registro grave che non riescono ad allontanarsi dal pianoforte, ma rimangono appiccicati tra loro come zucchero filato e formano una specie di nuvola informe che per fortuna non sale verso l’occhio – sempre più spalancato – ma giace lì, tranne qualche frammento che vaga per l’aere attaccandosi ai vestiti – che nessuno si può togliere, più che altro perché fa un freddo che non vi dico. Delle prime cinque le tre centrali sono nella stessa tonalità, caratteristica facilmente percepibile anche grazie al fatto che nessuna delle sette si allontana granché dalla tonalità d’impianto durante lo svolgimento del pezzo. Perché in realtà non c’è alcuno svolgimento. Di fatto, nessuna idea, neppure minima – neppure minimalista, potrei dire, ma per questo caso non vorrei scomodare una delle principali correnti della storia della musica contemporanea. Nessuna intenzione di dire alcunché, né di già sentito e meno che mai di nuovo. Perché in realtà è uno scherzo. Ecco perché ride!

Vi segnalo questo articolo sull’argomento… 

 

 

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2 commenti leave one →
  1. 2 aprile 2010 09:41

    Buon pezzo critico – quanta è rara la buona critica! La descrizione dei pezzi del musicante è precisa, il tuo occhio è acuto, il tuo orecchio è sensibile. Augh.

    • taniapallabazzer permalink*
      6 aprile 2010 21:10

      Augh, Pasquale, benvenuto!!! Che onore la tua visita! In effetti il pezzo descrive i fatti con una certa oggettività…c’è poco da aggiungere! oppure molto, a seconda delle prospettive…

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