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Preparatio mortis

14 novembre 2010

Poesia e meraviglia visuale, insistenza intorno a motivi scomodi, spiccata inclinazione  per lo sproloquio baroccheggiante. Jan Fabre indugia nei suoi estetismi “simbolici”  rifiutando l’idea stessa di  graduale divenire – quell’idea che appunto intitola il suo spettacolo. In Preparatio mortis la costruzione per quadri giustapposti ha accentuato il senso di affogamento cui già conducevano la scelta del soggetto e la violenza allucinata dei gesti coreografici.

Nel primo quadro la danzatrice giace sepolta da un cumulo di fiori sopra quella che sarà la sua bara un giorno: nasce proprio da lì, come se il ventre materno o la sua culla rappresentassero allo stesso tempo il luogo della sua futura morte. La sua vita comincia – come ogni comune vita da buon selvaggio – da uno stato di ingenuità e verginità ed è subito funestata dal riflesso di ripulsa verso tutto ciò che può corromperne la purezza: l’istinto sessuale anzitutto. E’ con gesti di ribellione intrisa dal terrore che lei tenta di difendersi da quell’istinto come si trattasse di un’entità minacciosa “aliena”; come se si difendesse dalla morte imminente, da un’accidentale pericolo, del quale è perfettamente cosciente, che vuole separarla da se stessa. D’altra parte è un pericolo che vive dentro di lei: da vomitare, espellere con violenza.

Il secondo quadro si svolge dentro: per la precisione, dentro la bara. E’ splendida l’immagine dell’ampia teca di vetro nella quale lei, rinchiusa, ha preso confidenza con il proprio corpo e con i suoi istinti, si nutre di farfalle vive e respira: la condensa del suo fiato, illuminata sapientemente, opacizza il vetro lasciando intravedere le sue forme nude. Se quello è il luogo della sua morte, è tuttavia un luogo vitale: altrimenti non sarebbe così tangibile l’evidenza del suo respiro.

Un greve senso terrore mortale opprime  lo spettatore nel quadro della “nascita”, accentuato dalla distesa di fiori, che rimanda subito ad un’immagine funebre, e dalla musica organistica dal linguaggio complesso, illeggibile. Una sorta di rasserenamento (quantunque morboso e ansiogeno) affiora invece nel quadro della “morte”, grazie alla bellezza dell’immagine e alla conquistata morbidezza dei gesti (e un po’ meno all’evoluzione quasi impercettibile del discorso musicale verso un’espressività più consonante). Proprio qui a parer mio risiede  la magistrale invenzione di Fabre: nell’ossimoro scenico in cui lo spettatore è coinvolto, sebbene la ripetitività dei gesti all’interno di ciascuno dei due statici quadri abbia alimentato la percezione di un messaggio confuso, troppo compiaciuto nelle sue invenzioni visuali e simboliche. 

 

RomaEuropa Festival 2010, Teatro Palladium, 6 novembre 

E vi segnalo anche questo articolo di Monica Vannucchi

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