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Frau S. e le pecore

15 luglio 2014

G. Courbet, Il lago di Neuchatel

Mi spiegò, naturalmente in tedesco, che potevo uscire e rientrare quando volevo anche di sera: avrebbe lasciato aperta per me una porticina segreta. Non è che ci fossero grandi attrazioni in quel paesino austriaco sorto intorno all’immenso e sontuoso monastero cistercense: semplicemente percorrevo la stradina di campagna giù per la collina (perchè la casa di Frau S. si trovava sulla sua sommità) e raggiungevo la Gasthof dove cenavo con gli altri cembalisti.

Quella prima sera, poichè gli dèi mi erano contro, pioveva, il buio più pesto avvolgeva ogni cosa e la casa già spettrale di Frau S. era immersa nel silenzio. Varcai il cancelletto cigolante e andai ad aprire la porticina sul retro, che avrei dovuto trovare senza chiavistello. Invece era sbarrata. Così, sotto alla pioggia, al buio totale, partorivo l’unica soluzione: prendere gentilmente a sassate le persiane di una finestra al primo piano, sperando che l’ultranovantenne Frau riuscisse a sentirmi. Dopo qualche colpo scese ad aprirmi la porta, scusandosi, e potei raggiungere la mia stanza. Lì mi attendeva una notte in bianco, tormentata dalle zanzare e da insetti che mi pareva piovessero sul letto dalle pareti e dal soffitto (ma forse alcuni erano immaginari).

L’apoteosi fu quel mattino. Devastata dalla notte trascorsa, sedevo al tavolo della cucina insieme ad un altra ospite, di non so quale idioma, che sembrava intenerita dalla gentilezza di Frau S., la quale ci offriva tutta solerte un tè alla menta (difficilissimo da bere, non so perchè). Avevo fame ma non avrei potuto inghiottire nulla, nemmeno dietro minaccia: forse Frau S. lesse nel mio pensiero (ma solo la prima locuzione: avevo fame), così andò al frigorifero da cui estrasse un involto di carta argentata che mise vicino alla mia tazza del tè. Sorrisi e cercai di ignorarlo finchè potevo, non volevo sapere che cosa conteneva, me lo mostrò la Frau che mi vide intimidita, era una cosa oblunga, un würstel raggrinzito, argh!

Non lo mangiai.

Preparai le valigie e intorno all’ora di pranzo con l’aiuto di un collega dotato di automobile sono fuggita, scusandomi con un biglietto scritto metà in tedesco e metà in inglese (giacchè non conoscevo bene nessuna delle due lingue).

Non sono stata gentile e lo so. Frau S. era una contessa credo, o qualcosa di simile, e viveva lì sulla collina da sola, vecchissima com’era. Forse ai suoi tempi d’oro era stata una mecenate e continuava a esserlo così, ospitando le giovani musiciste. Poi tornava a pascolare le sue pecore, nel terreno che circondava quella strana villa di campagna, ospitale e un po’ cadente.

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