Se fossi un pesce
Fa male il taglio nella gola. L’amo ha lacerato la carne, subito sotto al mento, ha trapassato la lingua e la punta si è fermata a contatto con il palato. Il foro più grande è quello dove L’amo è penetrato per primo, lì la carne si è slabbrata intorno allo squarcio; il ferro attraversa la gola, l’inizio della trachea. Se fossi un pesce, avrei le branchie e potrei ancora respirare. Ma non sono un pesce, e respiro con difficoltà. La gola si chiude per la paura, mentre un po’ d’aria esce da sé direttamente dal foro. Il foro più doloroso è quello sulla lingua, quella parte così sensibile. Non la muovo più a causa del dolore intenso. Infine, la punta dell’amo taglia il mio palato, così evito ogni movimento.
E resto ferma. Resto ferma per un tempo indefinito. Mi chiedo se mi abituerò al dolore. Il mio pensiero intraprende tentativi di svago, prova a distrarsi, ma può farlo solo per pochissimi secondi. La stasi, in questa situazione, è una tortura, ma se mi agito il dolore diventa lancinante. Non riesco a perdere i sensi.
E mi chiedo dove sia il pescatore. Se mi ha catturata, perché non mi afferra e non mi divora subito, o non mi getta via? A che cosa servo così?
Credo che se ne sia andato.
Ma si è scordato di estrarre l’amo, di lasciarmi libera.
Non so come fare per salvarmi. Se cerco di liberarmi, la lacerazione peggiora. Se resto ferma, nessuno verrà a cercarmi.
Immagino che in questi casi, non so con quali forze, bisogna fare da sé.
Non avrei mai immaginato questo, mai.



