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Sul fondo

24 giugno 2026
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Non so perché quel ponte e non un altro. Trovo parcheggio lì vicino. Sono così sicura di me, così certa di quello che devo fare. Il cielo è già blu scuro, ma non sarà certo un evento in solitaria, alle porte di Trastevere: luci, suoni, clacson, motori accesi, auto che sfrecciano, vociare, turisti, ragazzi, un musicante che suona, ambulanti, piccole bancarelle, e ancora voci, gruppi di persone, fotografie.

Dopo essermi guardata intorno, siccome il parapetto verso valle è del tutto ingombro dalle persone che scattano foto e si sporgono, mi dirigo all’altro parapetto, quello che vede il Tevere scendere da Ponte Mazzini e guardare le luci del tramonto, che disegnano ancora le cupole sul blu. Lì mi fermo soltanto un momento ad osservare la massa d’acqua sotto di me scorrere pesante e inesorabile. Apro la scatoletta rossa – mi sento e sono osservata, in verità, ma non mi scompongo, che ne sanno, penso – e li lancio con forza lontano da me, e addio. Addio, dico a mezza voce, tra me e me, ma vale come un urlo, addio, così detti simboli dell’amore.

Uno alla volta, fanno un lungo tuffo e li vedo affondare. Penso, chissà quant’è profondo. Quanto ci vorrà perché tocchino il fondo? Non mi è venuto in mente subito che, mentre s’inabissano, saranno trascinati a valle, toccheranno il fondo forse sotto al ponte oppure ancora oltre, saranno travolti dai gorghi e dalla corrente. Poi penso, chissà se mai saranno ritrovati sotto il limo, e stabilisco che è impossibile: troppo piccoli, troppo potente il fiume. Nessuno saprà di loro e di questo amore vissuto e perduto, nessuno mai più li toccherà. Penso anche, chissà quanti altri pegni d’amore si sono inabissati qui.

Fisso per qualche momento le acque; ma questi atti devono avere una durata breve, asciutta, non è previsto il raccoglimento. Il mio soffermarmi dura dunque forse un minuto. Mi volto e inizio a camminare, facendomi strada.

[Pubblicato postumo].

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