Genoma del mio primo mattino – IV
Uscire dalla porta d’ingresso, che chiudo tirando un batacchio a forma di grossa ape, oggi significa trovarsi ad un passo dalla banchina del Surrey Quays. E io non aspetto neanche un momento, pochi passi di corsa e mi si apre un nuovo scorcio, quello della Isle of dogs, che mi saluta dall’altra riva. Chiatte, i battelli Uber che sfrecciano. Le acque scure si muovono verso sud e io corro con loro. La luce fa brillare tutto ciò che può, anche le case un po’ grigie, il silenzio e l’epica desolazione. Incrocio un corridore, uomo di colore muscoloso, poi raggiungo un limite, un grosso muro invalicabile che scelgo di non aggirare, disegno la curva a C con i passi, corro verso nord.
Respiro i cancelli di ferro e i balconi dei Docks aperti sul fiume, le piccole onde scure, i grattacieli del Canary Wharf che specchiano i raggi obliqui del sole.

Corro e raggiungo le chiuse del piccolo porto, corro sulle passerelle di metallo, incrocio donna con passeggino, corridori.
Proseguo verso nord, trovo un ostacolo e questa volta lo aggiro, rientro tra le vie del quartiere e riprendo una via per la banchina, corro.
Dopo l’ingresso in un piccolo parco, curva a C con i passi, corro di nuovo verso sud, l’aria è ancora tersa, respiro.
Uno sguardo allo specchio dei grattacieli. …Penso che trovare qualcosa di sé in un altro essere umano sia un’esperienza simile allo specchiarsi. La luce dell’altro risplende raddoppiata, la sua ombra è conosciuta e amica. Per un attimo, si è stupiti, incantati. Quasi non serve parlarsi… Ma le parole servono lo stesso, per comprendere tutto quello che dell’altro (il suo mondo intero) non possiamo capire con l’istinto; e per sostenere insieme l’incredibile, inspiegabile leggerezza. Altrimenti, senza parole lo specchio diventa un vetro invalicabile. E non rimane che guardarsi da lì dietro, senza potersi toccare.
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