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Tabula rasa

20 settembre 2026

Sto raccontando ai miei studenti la straordinaria profondità della partitura di Arvo Pärt intitolata Tabula rasa, capolavoro del 1977 che inaugura lo stile compositivo tintinnabuli per grande ensemble. Questo pilastro nella storia della composizione e della percezione musicale ha insegnato ai grandi intellettuali del segno compositivo che si può raccontare la profondità dell’esistenza servendosi di mezzi musicali ridotti al loro nucleo originario, mirabilmente gestiti in una partitura trasparente e di verticale potenza, dove per “verticale” intendo un tessuto musicale che si estende, partendo dalla gravità, in un’architettura ascensionale, verso una dimensione spirituale al di sopra di tutto. Ho mostrato subito dopo ai miei cari studenti la straordinaria coreografia di Ohad Naharin (1986), che interpreta il silenzio dello spazio, la solitudine e la concentrazione che la partitura espone in modo magistrale sovrapponendo a quest’architettura una drammaturgia che racconta le dinamiche umane e l’evoluzione dei rapporti tra l’individuo e i suoi simili nel corso della vita (attraverso un linguaggio di movimento atletico, espressivo, dove alcune azioni assumono un valore inesorabilmente simbolico). E laddove la partitura di Pärt in fondo celebra il silenzio come luogo di sospensione del pensiero per raggiungere la verità più profonda di sé, la partitura di Naharin, senza intenzioni consolatorie, racconta la parabola della vita umana nelle sue naturali dinamiche di relazione e isolamento, giungendo infine alla dissoluzione. In tale prospettiva, il silenzio e l’immobilità corrispondono alla conclusione della vita stessa, la risoluzione è anche il luogo della fine della vita e quindi il luogo della fine delle dinamiche di relazione; che siano state tragiche o liete (per l’individuo prevalentemente tragiche), esse comunque finiscono, dissolvendosi.

E mi sono accorta che anche io sto attraversando un processo di sospensione e di svuotamento, nel quale osservo sfuggire e spingo volontariamente dalle porte e dalle finestre della mia esistenza una serie di interessi e anche di persone che ho deciso di non praticare e di non stringere più. Ovvero ho deciso di liberare me stessa da dipendenze emotive ed imperativi che apparivano interiori ma erano il riflesso di condizionamenti ed impulsi esterni. A volte questo processo mi spaventa, perché svuota senza sconti l’esistenza ed è come aprire un portellone o una valvola, per cui tutto quello che può esce e si allontana. La sensazione è di disorientamento, paura, leggerezza e non si sa quando si fermerà questo processo, non si sa che cosa ci sia dopo e che cosa resterà, che cosa resterà nella mia esistenza e nel mio cuore che invecchia?

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[Ph credit: Lawrence K. Ho]

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