Tabula rasa

Sto raccontando ai miei studenti la straordinaria profondità della partitura di Arvo Pärt intitolata Tabula rasa, capolavoro del 1977 che inaugura lo stile compositivo tintinnabuli per grande ensemble. Questo pilastro nella storia della musica e della sua percezione ha insegnato ai grandi intellettuali del segno musicale che si può raccontare la profondità dell’esistenza servendosi di mezzi linguistici ridotti al loro nucleo originario, mirabilmente gestiti in una partitura trasparente e di verticale potenza, dove per “verticale” intendo un tessuto musicale che si estende, partendo dalla gravità, in un’architettura ascensionale, verso una dimensione spirituale al di sopra di tutto. Ho mostrato subito dopo ai miei cari studenti l’emozionante coreografia di Ohad Naharin (1986), capolavoro che interpreta il silenzio dello spazio “vuoto”, la solitudine e la concentrazione che esso evoca e suscita (magistralmente espressi dalla musica), sovrapponendo a quest’architettura una drammaturgia che racconta le dinamiche umane e l’evoluzione dei rapporti tra l’individuo e i suoi simili nel corso della vita (attraverso un linguaggio di movimento atletico, espressivo, dove alcune azioni assumono un valore inesorabilmente simbolico). E laddove la partitura di Pärt celebra il silenzio come luogo di sospensione del pensiero per raggiungere la verità più profonda di sé, il lavoro di Naharin, senza intenzioni consolatorie, racconta la parabola della vita umana nelle sue naturali dinamiche di relazione e isolamento, giungendo infine alla dissoluzione. In tale prospettiva, il silenzio e l’immobilità corrispondono alla conclusione della vita stessa, la risoluzione è anche il luogo della fine della vita e quindi il luogo della fine delle dinamiche di relazione; che siano state tragiche o liete (per l’individuo prevalentemente tragiche), esse comunque finiscono, dissolvendosi.
E mi sono accorta che anche io sto attraversando un processo di sospensione e di svuotamento, nel quale osservo sfuggire o spingo volontariamente dalle porte e dalle finestre della mia esistenza interessi e legami, anche profondi e irripetibili, che ho deciso di non praticare e di non stringere più. Questo decorso è spaventoso, perché svuota senza sconti l’esistenza ed è come aprire un portellone o una valvola, per cui tutto quello che può esce e si allontana. La sensazione è di disorientamento, paura, leggerezza e non si sa quando si fermerà questo processo, non si sa che cosa ci sia dopo e che cosa resterà, che cosa resterà nella mia esistenza e nel mio cuore che invecchia?
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[Ph credit: Lawrence K. Ho]

