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Ieri e/o oggi

28 settembre 2013

G. De Chirico, Mistero e malinconia d'una strada

(…) Noi non possiamo oggi prevedere quali forme politiche si preparino per il futuro: ma in un paese di piccola borghesia come l’Italia, e nel quale le ideologie piccolo-borghesi sono andate contagiando anche le classi popolari cittadine, purtroppo è probabile che le nuove istituzioni che seguiranno al fascismo, per evoluzione lenta o per opera di violenza, e anche le più estreme e apparentemente rivoluzionarie fra esse, saranno portate a riaffermare, in modi diversi, quelle ideologie; ricreeranno uno Stato altrettanto, e forse più, lontano dalla vita, idolatrico e astratto, perpetueranno e peggioreranno, sotto nuovi nomi e nuove bandiere, l’eterno fascismo italiano.

(…) Dobbiamo ripensare ai fondamenti stessi dell’idea di Stato: al concetto d’individuo che ne è la base; e, al tradizionale concetto giuridico e astratto di individuo, dobbiamo sostituire un nuovo concetto, che esprima la realtà vivente, che abolisca la invalicabile trascendenza di individuo e di Stato. L’individuo non è un’entità chiusa, ma un rapporto, il luogo di tutti i rapporti. Questo concetto di relazione, fuori della quale l’individuo non esiste, è lo stesso che definisce lo Stato. Stato e individuo coincidono nella loro essenza, e devono arrivare a coincidere nella pratica quotidiana, per esistere entrambi.

Da C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli [1943-44]

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La fine del valzer

12 luglio 2013

G. Severini, Dinamismo di una danzatrice

Per l’esame di tecnica classica del VI corso moderno ho avuto un’intuizione, immediata e diretta: Stravinsky. L’insegnante, entusiasta, mi ha lasciato quasi carta bianca. Sto parlando di una lezione la quale, anche in astratto, aveva già dentro di sé la sua musica: mio compito era solo individuarla; è una grande soddisfazione e una piacevole sfida lavorare con insegnanti così…!

Certo, non mi è bastato lo Stravinsky del Pulcinella, a cui ho pensato subito per il linguaggio e la struttura formale. Tra l’altro, non sono riuscita a procurarmi gli spartiti (per pianoforte…qualche partitura orchestrale l’ho trovata: ma non c’era tempo) di alcuni altri balletti ascrivibili allo stile “neoclassico” del Nostro, dove avrei sperato di trovare dei “numeri chiusi”, qualche tema lineare, più o meno “quadrato”: specialmente i tempi di valzer, brillanti o moderati. Per tale motivo, ho attinto anche a Prokofiev (Cinderella e The flower stone – di quest’ultimo balletto, mirabilia vi dico: e non lo conoscevo), inserendo infine un paio di ulteriori cammei (Chabrier e Joplin).

Inizialmente, nella fase di immersione a grande profondità nel repertorio di Stravinsky, ho trovato persino dei…valzer. Diciamo subito che l’atmosfera allucinata de L’Histoire du Soldat e di Petrouchka era del tutto incompatibile con la destinazione d’uso che ne avrei fatto; quindi, esclusi. Eppure li propongo qui, nelle pagine di questo blog dove il valzer regna ancora sovrano, proprio perché si tratta di due partiture in grado di rappresentare la fine di un’epoca. Ne L’histoire, opera da camera del 1918, il valzer è proposto in compagnia di forme di danza di tutt’altra provenienza e contesto, come il tango e il rag-time, che per la prima volta compaiono in un brano di musica “colta”; il valzer conserva comunque un’anima ritmica, che raggiunge l’ascoltatore attraverso una partitura scarna e – forse per questo – tridimensionale, dotata di profondità (potremmo dire “cubista”). In Petrouchka, balletto del 1911 (due anni prima della Sagra), del valzer è rimasta la caricatura allucinata; la Ballerina è un personaggio etereo, vagamente inconsistente, una specie di bambola ingenua  che danza in modo inconsapevole.

Di seguito qualche esempio, visivo e d’ascolto:

I. Stravinsky, L’histoire du soldat (estratti), eseguita da un ensemble americano (con notevoli immagini)

I. Stravinsky, Tango Valzer e rag-time da L’histoire du soldat

I. Stravinsky, The moor’s room, Scena III da Petrouchka (The moor’s room – Dance of the ballerina – The ballerina and the moor (valzer)

Dopo aver citato, en passant, La sagra della primavera, non posso non ricordarvi che quest’anno ricorre il centenario dalla storica prima rappresentazione parigina del 1913. Vi rimando, a tal proposito, a questo bell’articolo della mia amica Monica Vannucchi.

Ancora un giro di valzer

7 luglio 2013

Renoir, Danza a Bougival

Possiamo dirlo: il valzer è morto. E da un pezzo, anche.

Mi riferisco alla tradizione musicale “colta” naturalmente, perché sulle piste del liscio è tuttora un protagonista assoluto. Ma anche ai pianisti della danza classica dei giorni nostri servono i valzer; ne scrivono e ne improvvisano uno dietro l’altro, perché non bastano mai: ci vogliono i valzer brillanti per i grandi salti, quelli moderati ma incisivi per le pirouettes, quelli legati e lenti per gli adagi, al centro come alla sbarra; per i plié, per i rond par terre... Anche se in molti casi sono necessari brani in 3/4, ma non in andamento di valzer.

Una delle richieste più imbarazzanti che mi vengono rivolte  durante la lezione riguarda proprio questa forma di danza. L’insegnante si volge soavemente verso il pianista e profferisce “Maestro, un bel valzer”. Come un bel valzer? Quelli che ho suonato fino adesso non vi piacevano? Anzi, i migliori li ho appena sprecati per altri passi e non mi viene in mente nient’altro… “Bel valzer” qui significa un valzer accattivante e possibilmente famoso, ma non troppo famoso! Dev’essere seducente, perfetto, alieno da ogni banalità: una musica guantata sulla danza. Capirai! In questi casi non dovrei mai dimenticarmi, come invece mi capita, il mio carnet di assi nella manica, il mio piccolo segretissimo repertorio inciuciato nel cappello a cilindro, il mio gonnellino di Eta Beta: da lì dovrei sempre riuscire a far saltar fuori un valzer adatto all’occasione.

Ecco quindi come il valzer ottocentesco, melodico e trascinante, sopravvive e prospera nelle sale di danza classica.

Nel prossimo post vi racconterò invece come mi sono imbattuta nei non-valzer, ovvero nelle musiche malate, beffarde o trasfigurate che nella produzione dei compositori d’avanguardia del ‘900 hanno preso il posto del valzer.

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Sweet dancer

3 luglio 2013
tags:
Bernini, Apollo e Dafne

Sweet dancer

The girl goes dancing there

On the leaf-sown, new-mown, smooth

Grass plot of the garden;

Escaped from bitter youth,

Escaped out of her crowd,

Or out of her black cloud.

Ah, dancer, ah, sweet dancer!

.

If strange men come from the house

To lead her away, do not say

That she is happy being crazy;

Lead them gently astray;

Let her finish her dance,

Let her finish her dance.

Ah, dancer, ah, sweet dancer!

.

W.B. Yeats

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Class concert

15 giugno 2013

The Bolshoi theatre

Ho avuto l’occasione di studiare in modo abbastanza approfondito un lavoro coreografico di Asaf Messerer, concepito come spettacolo accademico della Scuola di Ballo del Bolshoi ed entrato poi nel repertorio di alcuni teatri: mi riferisco a Class concert. La struttura è quella del saggio-spettacolo: non si tratta propriamente di un balletto, infatti, ma di una rappresentazione accademica (diversamente da come viene presentato dallo stesso Messerer). Gli allievi, suddivisi per corso, si avvicendano negli esercizi principali della sbarra (posta sul palco); una breve pantomima introduce agli esercizi del centro; un passo a due costituisce il cuore dell’opera, seguito dai salti, in un crescendo dinamico e atletico, fino ai virtuosismi finali ed al retorico “saluto” conclusivo, con tutti gli allievi sul palco.

Non è stato semplice individuare le musiche scelte da Messerer (non sono mai state stampate in raccolta): opera di Dmitrij Šostakovic sono il brano marziale di apertura e chiusura (Festive Ouverture), il passo a due (Romance, tratta dal film The Gadfly), una delle musiche per i virtuosismi (un Galop noto tra i pianisti della danza). Anatolij Ljadov, Anton Rubinstein e Alexandr Glazunov sono gli autori di tutte le altre musiche, in origine brani per pianoforte solo, qui arrangiati per orchestra. Non facili da individuare perché poco note, tuttavia alcune di queste pagine sono gradevoli ed interessanti per noi in quanto particolarmente adatte alle dinamiche della lezione di danza classica. Mi riferisco specialmente alle liriche Variazioni su un tema polacco op. 51 di Ljadov, per i passi della sbarra; al difficile Gran valzer da concerto op. 41 e al Valzer op. 42 n. 3 (da Trois miniatures) di Glazunov per il tendu, le pirouettes e i salti al centro; al Tempo di Polka (da Le Bal op.14) di Rubinstein per salti al centro.

Benché io non sia un estimatrice di questo tardo (o ritardato?) romanticismo da salotto, mi sono abbastanza divertita a costruire l’armatura musicale di un esame di Tecnica classica per l’VIII corso (ad indirizzo moderno…) attingendo al patrimonio di Class concert; di certo non avrei mai scelto questo repertorio se non per assecondare le richieste di un’insegnante.

Siccome amo l’organicità, ho deciso di inserire, laddove le musiche del balletto non bastavano, brani di Šostakovic oppure di mia composizione. Ecco lo schema:

Entrata                          Šostakovic (Romance) [Class concert]

Tendu                             Musica originale

Pirouettes                    Šostakovic (Valzer dalla Jazz suite n. 2)

Grand battements    Glazunov (Valzer) [Class concert]

Fondu                             Šostakovic (Notturno)

Grande adagio           Musica originale

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I Salto                            Šostakovic (Merry game)

II Salto                          Rubinstein (Polka) [Class concert]

III Salto                        Rubinstein (Polka)  [Class concert]

IV Salto                         Rubinstein (Polka)  [Class concert]

Cabriole                       Glazunov (Gran valzer da concerto) [Class concert]

Grande salto               Strauss (Valzer da Der Fledermaus)

Grand echappé          Glazunov (Gran valzer da concerto)[Class concert]

I esercizio punte       Ljadov (Variazione su tema)  [Class concert]

Tour en l’air                Musica originale

Ballonné                        Glazunov (Gran valzer da concerto) [Class concert]

Entrechat-six             Musica originale

Virtuosismi                 Šostakovic e repertorio

Finale                             Musica originale

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L’esame è stato videoregistrato e lo metterò in rete quando sarà disponibile. Sarò curiosa dei vostri commenti, specialmente intorno al mio iper-retorico finale……

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Tra le piume. Un ritorno

9 giugno 2013

Chagall

Il canto di un uccello notturno accompagna questa mia sera di quiete. Nel vegliare sul sonno della mia piccola, mi adagio in una ritrovata sensazione di libertà a cui non riesco a credere. E poi, come tuffata tra le piume, vagolo qui e là alla ricerca della miglior occupazione possibile; alla mia mente si affacciano indomiti i Grandi Progetti accantonati, ma li accolgo tiepidamente. Mi pare più il tempo del dolce far niente! Del dedicarsi a piccolissimi svaghi: completare un album di fotografie, lucidare i gioielli d’argento, cucire. Forse persino cucinare un dolce. Ma già questo mi sembra troppo impegnativo. Il vero riposo è non fare alcun progetto. Lasciar depositare il vortice scomposto della sabbia. Sentire di nuovo il proprio corpo appoggiarsi sulla terra, e solo allora farsi leggero.

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Vicini di casa

1 aprile 2013

nanidagiardino

Ma voi che vicini di casa avete? Gente comune, vecchiette, famiglie come tante? Perché i miei, di vicini, non sono mica tutti normali. Oggi ve li racconto, eccoli qua.

C’è il Sardo, anzi dovrei dire c’era, perché non abita più qui, ha affittato casa sua ad una giovane coppia appassionata di balli latino-americani, videogiochi e Smart. Quando c’era, nei primi tempi trapanava come un pazzo. Si vede che l’appartamento non gli piaceva: l’avrà ridotto ad un colabrodo. Ha anche costruito una casetta abusiva in giardino, poi subaffittata a più riprese; oggi è occupata solo dal gatto grigio, che dorme sulle tegole. E poi litigava, sempre urlando come un pazzo, con la ex moglie al telefono e con le sue compagne dal vivo (credo anche con lanci di oggetti). Fa il regista – voci di condominio riferiscono: regista di film porno. Ma sono solo voci.

Poi c’è il Biondo. Il Biondo è un uomo di mezza età, già in pensione (o vive di rendita…?), che trascorre parte del suo tempo a girare per il comprensorio con la sua Graziella (non la moglie, la bicicletta) e tutto il resto lo passa a tingersi i capelli, portati un po’ lunghetti, di un biondo paglierino inesistente.

Un altro è l’Amico tuo. Sarà anche un tipo cordiale, ma parcheggia l’automobile negli spazi comuni pur possedendo i suoi posti auto. C’è tutta una comunità di sostenitori del Diritto a parcheggiare negli spazi comuni ma davanti al proprio cancello, perché il cancello è mio, ma lo spazio no, è un passaggio comune che così viene ostruito, avete tutti i vostri posti auto, ma noi parcheggiamo lo stesso anche davanti al muro, il muro è nostro (un Diritto che non potrebbe mai essere di tutti, pena l’ostruzione totale di tutti i passaggi comuni).

C’è l’Imbecille, quello che ha quattro auto, e come fa? Come fa, domanda suo figlio all’assemblea attonita dei condomini, dove le mette? Deve per forza parcheggiarne almeno una negli spazi comuni. Un giorno l’Imbecille è riuscito a parcheggiare in uno spiazzo enorme una sua auto in doppia fila impedendomi di uscire. Da quel giorno è l’Imbecille.

Bè, sì, le regole qui non sono molto amate. C’è una proliferazione di casette abusive nei giardini, di verande e coperture e chiusure e persino pannelli solari, lodevole scelta, ma sempre attuata abusivamente, in barba al condominio e a qualsiasi legge di convivenza civile.

Ma torniamo agli esemplari rari.

La Pazza, dopo esser stata denunciata per maltrattamenti nei confronti dei vari cani che si susseguivano nel suo giardino, si è data agli animali da cortile (non letteralmente, beninteso): ha comprato qualche gallina ed è contenta così.

La Bionda è separata, sta sempre uscendo elegantissima, i figli non so dove li metta mentre è fuori, ma il cane rimane in giardino perlopiù ad abbaiare per la solitudine. Prima c’è stato un cane lupo enorme, che faceva davvero pena in quel giardinetto, poi il cane enorme è sparito e qualche mese dopo si è materializzato un cucciolo, tanto carino, sempre di cane lupo. Spero, anche per lui, che non diventi enorme.

E siamo alla famiglia di F. Una famiglia allargata: rumorosa, litigiosa. Una difficile condivisione del pianerottolo. Per anni hanno approfittato senza ritegno di una loro presunta sistemazione provvisoria, è una seconda casa, ma c’è sempre qualcuno… Oggi, dopo moltissime discussioni anche a livello condominiale, anche a causa della morosità, la situazione si sta normalizzando. Quindi non posso dire nulla se sulle scale, discretamente curate anche da loro, sono comparsi dei nani. Dei nani? Prima uno, poi tre, poi…sette. Detesto i nani da giardino. Spero che non compaia anche Biancaneve, o Bambi.

Naturalmente ci sono anche i simpatici e le famiglie civili. Per esempio Anna e G. , coppia in pensione. Sanno tutto, di tutti. Credo siano appassionati di mobili antichi, specialmente medioevali. Almeno, il loro soggiorno è strapieno di mobilia e di quadri e di pizzi e anche il terrazzo è pieno zeppo, sulle pareti esterne c’è di tutto, orologi a cucù e senza cucù, quadri, pale da fornaio, oggetti in ceramica, fiori finti: orror vacui. Poi c’è la famiglia di I. Una delle case più pulite del mondo. Anche loro amano le cose antiche, le pietre finte e gli archetti vicino al caminetto. E infine La nonna: una vecchietta arzillissima, piena di figli nipoti e pronipoti, una colonna, che ritira i pacchi per tutti e tra un lavoro di casa e l’altro prende il sole sulla sdraio in giardino.

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Vapore

29 marzo 2013

tajina

(…) Anche ai confini settentrionali del Sahara, dove le popolazioni della steppa praticano la transumanza, si cucina il couscous. Tuttavia questo piatto non appartiene alle popolazioni dell’estremo sud e soprattutto  a quelle dei nomadi, poiché in un paese dove “amen imen”, l’acqua è la vita, questo bene è troppo prezioso per lasciare che si dissolva in vapore.

H. Mouhoub, C. Rabaa, Le avventure del couscous

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Canzoncine per piccoli cantanti

15 marzo 2013

D. Velazquez, Las MeninasIl nonno ci adorava, penso, e cercava di realizzare ogni nostro desiderio. L’unica cosa che non condivideva del tutto era quello che potremmo chiamare il “nostro” credo politico; io lo sapevo, e fin da piccola trovavo irresistibile la tentazione di alzare il pugno (con aria birichina) quando ci inquadrava in qualche foto (i nipotini più fotografati al mondo: dal nonno fotografo).

In casa nostra si aborrivano tutte le forme di esibizione dei bambini: le competizioni, le pubblicità e lo Zecchino d’oro. Ma chissà, forse ne avevamo letto o discusso insieme, o forse il nonno ci aveva visto interessati all’idea di esibirci come cantanti: un giorno riuscì a convocare a casa un collaboratore del mago Zurlì che faceva il talent scout per lo Zecchino d’oro, e mia madre, appena capì perchè era venuto, lo cacciò fuori di casa (ma forse non lo fece nemmeno entrare) a suon di urla, forse anche a pedate. Pochi anni dopo il nonno sostenne con fervore la mia ammirazione per Nikka Costa, procurandomi delle foto rarissime in cui la piccola cantante impastava la pasta della pizza (foto che presero subito il posto d’onore sulle pareti della mia camera).

Oggi mia figlia unenne ama ascoltare musica, ballare (!) e battere le manine, da qualche giorno fa anche delle piccole giravolte. Quando era appena nata talvolta mettevo musica classica in sottofondo, adesso riconosco che la sua musica è quella semplice dei bambini, la musica delle filastrocche, preferibilmente ritmica, su melodie elementari e ripetitive;  mi è capitato di ascoltare anche qualche disco dello Zecchino d’oro. Le vocine dei bambini sono quasi sempre commoventi, è emozionante sentirli, così inizialmente mi sono lasciata rapire e commuovere, dopodichè è riaffiorato un po’ del mio senso critico. Ho notato che vengono scelti i bambini più piccoli: se hanno ancora la vocina paperosa, e se non scandiscono ancora bene le consonanti, è meglio. Inoltre, non è certamente un caso se la bimba che canta Il valzer del moscerino non sa pronunciare la V, e il bimbo che canta I tre corsari ha una pronuncia particolare della R ed S; quello che canta Il torero Camomillo la R non ce l’ha ancora, non la dice proprio. Sono tenerissimi… e ben inquadrati. Tengono le note lunghe come si deve e curano il fraseggio con carattere, così come gli è stato insegnato. Nessuna spontaneità: hanno studiato dai maestri e cantano come vogliono i maestri. Sono intonati per dono di natura ma l’unica libertà che gli viene concessa è quella di impastare un po’ le parole, come è naturale che sia, a quell’età – benchè mi sorga il dubbio che sia proprio tutto calcolato, persino le piccole sbavature.

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Post al vetriolo

24 febbraio 2013

U. Boccioni, Rissa in galleriaHo deciso di scrivere un post micidiale, come si suol dire al vetriolo, dapprima pensando vigliaccamente di mascherarlo da post ironico e leggiero, infine optando per lasciarlo così com’è, tagliente e infido (e lungo).

Ordunque, la riforma Berlinguer ha stabilito che il massimo titolo di studio in ambito artistico (arte, musica, danza) rilasciato in Italia abbia lo stesso valore dei titoli analoghi rilasciati nel resto dell’UE. In tal modo gli Istituti d’arte, musica e danza sono diventati pari a delle università, perchè rilasciano lauree di primo e secondo livello secondo il sistema europeo dei crediti.

Musica e danza, tuttavia, sono percorsi che si intraprendono da giovanissimi: tradizionalmente l’ammissione negli istituti avviene dagli undici anni d’età. La riforma ha stabilito, in via teorica, che la formazione di base non sia più appannaggio (competenza?) degli istituti AFAM. Il che sorprende, se ci si pensa bene (almeno, sorprende me, che in questo frangente mi riconosco un po’ retrograda, avversa alle riforme e attaccata al vecchio): è profonda la dicotomia tra le due figure, quella del docente che forgia corpi e menti ancora non formate e quella del professore che perfeziona corpi e menti già formate.

Così, i docenti (insegnanti e pianisti) dell’AND sono stati promossi. Alcuni sostengono di essersi stufati di insegnare ai giovanissimi, e di essere, dopo 30 anni o giù di lì, ormai maturi per formare i professionisti. E agiscono correttamente: è la riforma che glielo consente, anzi, glielo impone.

Naturalmente, certi hanno i numeri per farlo. C’è chi ha alle spalle un egregio curriculum di danzatore professionista e di primo ballerino, chi si è perfezionato come insegnante e a sua volta ha continuato a studiare, chi tiene stages e seminari in Italia e all’estero.

Altri non ce li hanno. Ci sono alcuni insegnanti che non sono mai stati ballerini professionisti né si sono mai aggiornati né hanno mai insegnato al di fuori dell’AND, e pianisti che non hanno mai accompagnato la danza al di fuori da lì né si sono mai interessati di come si possa svolgere la loro professione nei teatri e nelle istituzioni europee di…alta cultura.

Altri ancora ce li hanno, ma preferirebbero continuare ad insegnare ai giovanissimi, perchè l’hanno sempre fatto ed è la loro vocazione.

Infine, c’è un manipolo di individui (e sembra incredibile, ma sono tra quelli che fanno la voce più grossa) che non amano il proprio lavoro, non lo hanno mai saputo fare bene e da tempo affermano il proprio diritto  di fare altro, cioè di insegnare altro o di non suonare più per la danza, per sedersi dietro una scrivania (qualcuno c’è già riuscito) o per fare qualunque altra cosa che non sia il lavoro per il quale hanno firmato un contratto 30 anni fa e per il quale vengono regolarmente pagati dallo stato italiano; vogliono riconvertirsi, riciclarsi, altrimenti continueranno a collezionare mesi ed anni di assenza per esaurimento nervoso. Dodici (12) ore di lavoro alla settimana sono dure da sostenere, per così tanti anni.

[Impossibile farla breve].

Oggi, da quasi tre mesi, gli studenti dei corsi universitari sono in una fase di protesta. Qualcuno dice che sono pilotati da alcuni docenti infidi e spinti dalle proprie ambizioni ed interessi personali, ed io penso che certamente alcuni docenti stiano cavalcando l’onda per ottenere soddisfazione all’interno di lotte intestine di vecchia data, ma comunque, attraverso documenti prolissi, mal scritti e scorretti sotto diversi punti di vista (strategico, politico, etico, ortografico), gli studenti sono arrivati da soli ai canali d’informazione e sempre più spesso i quotidiani riportano lo stato della loro protesta.

Nell’agone lo scontro si è acutizzato sempre più: oggi gli studenti (?) chiedono le dimissioni del Direttore, benchè io non credo che si possa imputare la situazione generale di decadenza, dalla pulizia dei bagni alla didattica, soltanto al Direttore. Ultimamente gli studenti scrivono al ministro e ai giornalisti per avvisarli di qualunque loro richiesta disattesa (“la dir. non ha firmato il regolamento!” ” la dir. non ha avvisato il tale che la scuola era chiusa!”).

Alle voci degli studenti si sono unite anche quelle di molti docenti. In quarantasette (47) hanno sottoscritto un documento in cui si richiedeva un nuovo direttore attraverso la pratica, abbastanza diffusa tutto sommato, dell’elezione democratica. Sono anch’io tra i 47, per due motivi. Uno è che la nomina per chiara fama mi piacerebbe per una persona davvero super partes… altrimenti, meglio adottare il sistema elettorale. L’altro è che non ho mai condiviso le scelte artistiche dell’attuale direzione, specialmente il denaro sonante speso per i maestri ospiti. Ma, come anticipavo sopra, non credo che la Direzione sia responsabile della decadenza di quest’istituzione. In parte, sì. La gestione “centralistica”, ad esempio, nella gestione dei licei coreutici, ha esasperato la situazione. Per il resto… i problemi sono altrove. (Per la cronaca, anche lo scontro tra la direzione e i docenti si è acuito: i quarantasette hanno ricevuto una lettera di richiamo, nella quale sono tutti accusati di comportamento diffamatorio per aver sottoscritto il documento di cui sopra).

L’avrete capito, quello che mi irrita profondamente è l’autoreferenzialità. E poi ciò che questa riforma consente ed incoraggia: l’agire indisturbato di chi può permettersi di dire “siamo diventati alta formazione”. Ma può un’istituzione svecchiare se stessa mantenendo tutti i componenti al proprio posto? Può e deve farlo, perchè è statale. Ma un po’ di onestà, no? Ognuno di noi sa che cosa sa fare e che cosa no. Non è solo un’opportunità, ma anche un dovere, la mission di formare i danzatori al massimo livello. E’ un dovere, quindi, offrire un percorso di eccellenza nell’Alta formazione, che dovrebbe avvalersi anche di docenti e coreografi e studiosi ospiti non saltuari, perchè tra i docenti dell’AND le competenze non sono sufficienti.

Qualcuno dice che da tempo i fasti dell’AND sono tramontati, e non ne escono stelle della danza se non i rari talenti citati fino alla nausea. Ma io, dalla mia prospettiva di professionista e precaria, penso che uno dei tarli sia il posto fisso: prima o poi si ammalano quasi tutti, di pigrizia o di ignavia. Tanto che alcuni, chiusi nella dimora dorata dell’Aventino (e lo è veramente), chiusi lì da quando avevano undici anni se si considerano anche gli anni di studi, non sanno più che cosa c’è al di fuori. Troppo comodo sedersi su vetustissimi allori, su regolari stipendi, nella polvere accademica, quando non si ha concorrenza, quando si è “gli unici”, quando non si deve rendere conto della qualità del proprio lavoro, quando la fame di lavoro o l’ambizione di sfondare nel mondo nella danza suggerita da certi programmi televisivi muove torme di giovani dalla scarsa cultura generale verso i titoli “facili” dell’accademia.

L’AND deve ritornare ad essere una scuola selettiva, anche se pubblica. Una scuola statale non può forse essere selettiva, nei limiti della sopravvivenza?  Deve essere esigente con gli allievi (e con gli insegnanti). Deve pretendere un alto livello agli allievi fin dall’ammissione e deve pretendere l’aggiornamento degli insegnanti. Deve laureare solo i meritevoli, senza sconti. I talenti saranno sempre pochissimi, altrimenti non sarebbero talenti.

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Per voi che siete arrivati in fondo a questo post: avete vinto un cane di pezza! Se non specificate nei commenti di che colore lo volete, ve lo mando marrone.

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