Del colore rosso
Il ruber è mostrato per eccellenza dal colore del sangue degli esseri viventi, e dalla cocciniglia con la quale si tingono le lane (…). Ostenta tuttavia questo colore più di tutte le altre cose il liquido estratto dalla purpura, della quale il colore è a tal punto bello che, se qualcosa ha appena un poco di rosso, purchè sia piacevole alla vista, viene detta purpurea (…).
A . Telesio, riportato da W. Goethe in La storia dei colori
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…Narrerò dunque del rosso, colore imperativo che non riesco ad amare abbastanza, impegnandomi solennemente a non citare giammai rossi natalizi – tentazione facile e insidiosa. Vorrei scrivere dei suoi riflessi nelle mie reminescenze e della sua presenza in manifestazioni dell’esistente che incontrano i miei gusti.
Non è che proprio non lo apprezzi, ma spesso accade che mi piaccia qualcosa che non è esattamente rosso, bensì colle sue sfumature più vicino al viola o al rosa. Diciamo subito che ho indossato per anni dei pantaloni di un bel rosso brillante, ma sempre combinati con delle bluse di tonalità chiare e neutre: non è un colore che si addice al mio volto, non accompagna le mie tonalità – neppure quelle interiori. Ho posseduto anche delle bellissime ballerine rosse. Sulla mia biondissima figlia è splendido, la fa brillare senza oscurarla.
Il fiocco che simboleggia la lotta contro l’Aids.
Le bandiere, nelle manifestazioni degli anni ’70; almeno, in quelle dove sono stata.
La veste del Papa Clemente VII nell’inquietante ritratto di Sebastiano del Piombo.
Certe nuvole al tramonto, e ancor di più all’alba.
Il pomodoro, specialmente se diventato salsa. Una vetta: il gazpacho.
Il rosso sbiadito della casetta, sul mio lago. Il rosso brillante del mantello di Heidi. La polpa dell’anguria…
L’acero rosso e le foglie d’ autunno; quei viali, nei boschi canadesi; da noi, le foglie di vite.
……[In ordine sparso].
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P.S.
Contravvenendo alle mie promesse incautamente formulate sopra, vi dirò che in cima ad un armadio c’è una scatola di legno rivestita di rosso, che conservo da lungo tempo. In origine destinata a qualche bottiglia di vecchia Romagna, da alcune decine d’anni contiene le palline dell’albero di natale…
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Alte sfere
Anche la vita dei pendolari ha qualcosa di poetico. Per esempio quando, in una mattina tersa di vento leggero e fresco, escono di casa in un buio fatto di notte e trovano le stelle ancora in cielo brillantissime. Giove radioso di energia è il re, non ancora stanco di regnare quando il chiarore arancione arriva a lambire il nero, per colorarlo di azzurrino.
E in quell’azzurrino, da cui emerge fino all’ultimo trionfante, Giove infine scompare. Ma sempre gioioso: fortissimo ingranaggio, nobile sfera.
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Svendita
Mi piacerebbe tanto poter leggere in una sfera di cristallo il futuro, una trentina d’anni in là; non un generico futuro (e non il mio, soprattutto), ma quello della scuola benemerita italiana: la scuola pubblica.
Ne scrivo in queste pagine con preoccupazione, poiché ultimamente mi accade di osservare da vicino quanto e come la Scuola vada sempre più ispirandosi, nella gestione dei rapporti con gli allievi e le loro famiglie nonché dei rapporti con il mondo esterno in generale, ai principi del marketing. In tal modo i fruitori del “servizio” (gli allievi), sono considerati alla stregua di clienti: e i clienti, come ben si sa, vanno soddisfatti sempre! Essi possono infatti reclamare: è necessario fornirgli un contratto nel quale si elencano gli impegni che l’istituto scolastico si assume (contratto univoco: la formazione è garantita ma l’allievo può sempre non studiare o comportarsi malissimo). Ho sentito addirittura il termine tracciabilità riferito al percorso scolastico nelle singole materie (vedi voti, giudizi, note): guai definire la valutazione di un allievo se non si è in possesso di una quantità sufficiente di testimonianze scritte del suo percorso. Ho visto anche gli ormai diffusissimi termini mission e vision insinuarsi nella programmazione scolastica.
Gli insegnanti cercano di adattarsi, sono già abituati al vociare del venditore-capo [chief account manager], il quale recita la sua pantomima ricordando ai docenti i loro doveri e preoccupandosi specialmente della visibilità, dell’immagine; e di evitare i possibili reclami. Trovarsi sotto gli occhi di tutti: questa sembra essere la maggiore preoccupazione. L’incubo di the big Brother ha infestato i corridoi delle scuole, mentre la “formazione” è in vendita come prodotto ben confezionato. Un prodotto, grazie a dio, ancora ricco di contenuto, ma di un contenuto del cui valore non siamo più ben sicuri: come se non bastasse, come se avesse bisogno di pubblicità. Di fatto è in svendita, per paura che resti sul banco.
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Ieri e/o oggi
(…) Noi non possiamo oggi prevedere quali forme politiche si preparino per il futuro: ma in un paese di piccola borghesia come l’Italia, e nel quale le ideologie piccolo-borghesi sono andate contagiando anche le classi popolari cittadine, purtroppo è probabile che le nuove istituzioni che seguiranno al fascismo, per evoluzione lenta o per opera di violenza, e anche le più estreme e apparentemente rivoluzionarie fra esse, saranno portate a riaffermare, in modi diversi, quelle ideologie; ricreeranno uno Stato altrettanto, e forse più, lontano dalla vita, idolatrico e astratto, perpetueranno e peggioreranno, sotto nuovi nomi e nuove bandiere, l’eterno fascismo italiano.
(…) Dobbiamo ripensare ai fondamenti stessi dell’idea di Stato: al concetto d’individuo che ne è la base; e, al tradizionale concetto giuridico e astratto di individuo, dobbiamo sostituire un nuovo concetto, che esprima la realtà vivente, che abolisca la invalicabile trascendenza di individuo e di Stato. L’individuo non è un’entità chiusa, ma un rapporto, il luogo di tutti i rapporti. Questo concetto di relazione, fuori della quale l’individuo non esiste, è lo stesso che definisce lo Stato. Stato e individuo coincidono nella loro essenza, e devono arrivare a coincidere nella pratica quotidiana, per esistere entrambi.
Da C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli [1943-44]
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La fine del valzer
Per l’esame di tecnica classica del VI corso moderno ho avuto un’intuizione, immediata e diretta: Stravinsky. L’insegnante, entusiasta, mi ha lasciato quasi carta bianca. Sto parlando di una lezione la quale, anche in astratto, aveva già dentro di sé la sua musica: mio compito era solo individuarla; è una grande soddisfazione e una piacevole sfida lavorare con insegnanti così…!
Certo, non mi è bastato lo Stravinsky del Pulcinella, a cui ho pensato subito per il linguaggio e la struttura formale. Tra l’altro, non sono riuscita a procurarmi gli spartiti (per pianoforte…qualche partitura orchestrale l’ho trovata: ma non c’era tempo) di alcuni altri balletti ascrivibili allo stile “neoclassico” del Nostro, dove avrei sperato di trovare dei “numeri chiusi”, qualche tema lineare, più o meno “quadrato”: specialmente i tempi di valzer, brillanti o moderati. Per tale motivo, ho attinto anche a Prokofiev (Cinderella e The flower stone – di quest’ultimo balletto, mirabilia vi dico: e non lo conoscevo), inserendo infine un paio di ulteriori cammei (Chabrier e Joplin).
Inizialmente, nella fase di immersione a grande profondità nel repertorio di Stravinsky, ho trovato persino dei…valzer. Diciamo subito che l’atmosfera allucinata de L’Histoire du Soldat e di Petrouchka era del tutto incompatibile con la destinazione d’uso che ne avrei fatto; quindi, esclusi. Eppure li propongo qui, nelle pagine di questo blog dove il valzer regna ancora sovrano, proprio perché si tratta di due partiture in grado di rappresentare la fine di un’epoca. Ne L’histoire, opera da camera del 1918, il valzer è proposto in compagnia di forme di danza di tutt’altra provenienza e contesto, come il tango e il rag-time, che per la prima volta compaiono in un brano di musica “colta”; il valzer conserva comunque un’anima ritmica, che raggiunge l’ascoltatore attraverso una partitura scarna e – forse per questo – tridimensionale, dotata di profondità (potremmo dire “cubista”). In Petrouchka, balletto del 1911 (due anni prima della Sagra), del valzer è rimasta la caricatura allucinata; la Ballerina è un personaggio etereo, vagamente inconsistente, una specie di bambola ingenua che danza in modo inconsapevole.
Di seguito qualche esempio, visivo e d’ascolto:
I. Stravinsky, L’histoire du soldat (estratti), eseguita da un ensemble americano (con notevoli immagini)
I. Stravinsky, Tango Valzer e rag-time da L’histoire du soldat
Dopo aver citato, en passant, La sagra della primavera, non posso non ricordarvi che quest’anno ricorre il centenario dalla storica prima rappresentazione parigina del 1913. Vi rimando, a tal proposito, a questo bell’articolo della mia amica Monica Vannucchi.
Ancora un giro di valzer
Possiamo dirlo: il valzer è morto. E da un pezzo, anche.
Mi riferisco alla tradizione musicale “colta” naturalmente, perché sulle piste del liscio è tuttora un protagonista assoluto. Ma anche ai pianisti della danza classica dei giorni nostri servono i valzer; ne scrivono e ne improvvisano uno dietro l’altro, perché non bastano mai: ci vogliono i valzer brillanti per i grandi salti, quelli moderati ma incisivi per le pirouettes, quelli legati e lenti per gli adagi, al centro come alla sbarra; per i plié, per i rond par terre... Anche se in molti casi sono necessari brani in 3/4, ma non in andamento di valzer.
Una delle richieste più imbarazzanti che mi vengono rivolte durante la lezione riguarda proprio questa forma di danza. L’insegnante si volge soavemente verso il pianista e profferisce “Maestro, un bel valzer”. Come un bel valzer? Quelli che ho suonato fino adesso non vi piacevano? Anzi, i migliori li ho appena sprecati per altri passi e non mi viene in mente nient’altro… “Bel valzer” qui significa un valzer accattivante e possibilmente famoso, ma non troppo famoso! Dev’essere seducente, perfetto, alieno da ogni banalità: una musica guantata sulla danza. Capirai! In questi casi non dovrei mai dimenticarmi, come invece mi capita, il mio carnet di assi nella manica, il mio piccolo segretissimo repertorio inciuciato nel cappello a cilindro, il mio gonnellino di Eta Beta: da lì dovrei sempre riuscire a far saltar fuori un valzer adatto all’occasione.
Ecco quindi come il valzer ottocentesco, melodico e trascinante, sopravvive e prospera nelle sale di danza classica.
Nel prossimo post vi racconterò invece come mi sono imbattuta nei non-valzer, ovvero nelle musiche malate, beffarde o trasfigurate che nella produzione dei compositori d’avanguardia del ‘900 hanno preso il posto del valzer.
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Sweet dancer
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Sweet dancer
The girl goes dancing there
On the leaf-sown, new-mown, smooth
Grass plot of the garden;
Escaped from bitter youth,
Escaped out of her crowd,
Or out of her black cloud.
Ah, dancer, ah, sweet dancer!
.
If strange men come from the house
To lead her away, do not say
That she is happy being crazy;
Lead them gently astray;
Let her finish her dance,
Let her finish her dance.
Ah, dancer, ah, sweet dancer!
.
W.B. Yeats
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Class concert

Ho avuto l’occasione di studiare in modo abbastanza approfondito un lavoro coreografico di Asaf Messerer, concepito come spettacolo accademico della Scuola di Ballo del Bolshoi ed entrato poi nel repertorio di alcuni teatri: mi riferisco a Class concert. La struttura è quella del saggio-spettacolo: non si tratta propriamente di un balletto, infatti, ma di una rappresentazione accademica (diversamente da come viene presentato dallo stesso Messerer). Gli allievi, suddivisi per corso, si avvicendano negli esercizi principali della sbarra (posta sul palco); una breve pantomima introduce agli esercizi del centro; un passo a due costituisce il cuore dell’opera, seguito dai salti, in un crescendo dinamico e atletico, fino ai virtuosismi finali ed al retorico “saluto” conclusivo, con tutti gli allievi sul palco.
Non è stato semplice individuare le musiche scelte da Messerer (non sono mai state stampate in raccolta): opera di Dmitrij Šostakovic sono il brano marziale di apertura e chiusura (Festive Ouverture), il passo a due (Romance, tratta dal film The Gadfly), una delle musiche per i virtuosismi (un Galop noto tra i pianisti della danza). Anatolij Ljadov, Anton Rubinstein e Alexandr Glazunov sono gli autori di tutte le altre musiche, in origine brani per pianoforte solo, qui arrangiati per orchestra. Non facili da individuare perché poco note, tuttavia alcune di queste pagine sono gradevoli ed interessanti per noi in quanto particolarmente adatte alle dinamiche della lezione di danza classica. Mi riferisco specialmente alle liriche Variazioni su un tema polacco op. 51 di Ljadov, per i passi della sbarra; al difficile Gran valzer da concerto op. 41 e al Valzer op. 42 n. 3 (da Trois miniatures) di Glazunov per il tendu, le pirouettes e i salti al centro; al Tempo di Polka (da Le Bal op.14) di Rubinstein per salti al centro.
Benché io non sia un estimatrice di questo tardo (o ritardato?) romanticismo da salotto, mi sono abbastanza divertita a costruire l’armatura musicale di un esame di Tecnica classica per l’VIII corso (ad indirizzo moderno…) attingendo al patrimonio di Class concert; di certo non avrei mai scelto questo repertorio se non per assecondare le richieste di un’insegnante.
Siccome amo l’organicità, ho deciso di inserire, laddove le musiche del balletto non bastavano, brani di Šostakovic oppure di mia composizione. Ecco lo schema:
Entrata Šostakovic (Romance) [Class concert]
Tendu Musica originale
Pirouettes Šostakovic (Valzer dalla Jazz suite n. 2)
Grand battements Glazunov (Valzer) [Class concert]
Fondu Šostakovic (Notturno)
Grande adagio Musica originale
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I Salto Šostakovic (Merry game)
II Salto Rubinstein (Polka) [Class concert]
III Salto Rubinstein (Polka) [Class concert]
IV Salto Rubinstein (Polka) [Class concert]
Cabriole Glazunov (Gran valzer da concerto) [Class concert]
Grande salto Strauss (Valzer da Der Fledermaus)
Grand echappé Glazunov (Gran valzer da concerto)[Class concert]
I esercizio punte Ljadov (Variazione su tema) [Class concert]
Tour en l’air Musica originale
Ballonné Glazunov (Gran valzer da concerto) [Class concert]
Entrechat-six Musica originale
Virtuosismi Šostakovic e repertorio
Finale Musica originale
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L’esame è stato videoregistrato e lo metterò in rete quando sarà disponibile. Sarò curiosa dei vostri commenti, specialmente intorno al mio iper-retorico finale……
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Tra le piume. Un ritorno
Il canto di un uccello notturno accompagna questa mia sera di quiete. Nel vegliare sul sonno della mia piccola, mi adagio in una ritrovata sensazione di libertà a cui non riesco a credere. E poi, come tuffata tra le piume, vagolo qui e là alla ricerca della miglior occupazione possibile; alla mia mente si affacciano indomiti i Grandi Progetti accantonati, ma li accolgo tiepidamente. Mi pare più il tempo del dolce far niente! Del dedicarsi a piccolissimi svaghi: completare un album di fotografie, lucidare i gioielli d’argento, cucire. Forse persino cucinare un dolce. Ma già questo mi sembra troppo impegnativo. Il vero riposo è non fare alcun progetto. Lasciar depositare il vortice scomposto della sabbia. Sentire di nuovo il proprio corpo appoggiarsi sulla terra, e solo allora farsi leggero.
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Vicini di casa
Ma voi che vicini di casa avete? Gente comune, vecchiette, famiglie come tante? Perché i miei, di vicini, non sono mica tutti normali. Oggi ve li racconto, eccoli qua.
C’è il Sardo, anzi dovrei dire c’era, perché non abita più qui, ha affittato casa sua ad una giovane coppia appassionata di balli latino-americani, videogiochi e Smart. Quando c’era, nei primi tempi trapanava come un pazzo. Si vede che l’appartamento non gli piaceva: l’avrà ridotto ad un colabrodo. Ha anche costruito una casetta abusiva in giardino, poi subaffittata a più riprese; oggi è occupata solo dal gatto grigio, che dorme sulle tegole. E poi litigava, sempre urlando come un pazzo, con la ex moglie al telefono e con le sue compagne dal vivo (credo anche con lanci di oggetti). Fa il regista – voci di condominio riferiscono: regista di film porno. Ma sono solo voci.
Poi c’è il Biondo. Il Biondo è un uomo di mezza età, già in pensione (o vive di rendita…?), che trascorre parte del suo tempo a girare per il comprensorio con la sua Graziella (non la moglie, la bicicletta) e tutto il resto lo passa a tingersi i capelli, portati un po’ lunghetti, di un biondo paglierino inesistente.
Un altro è l’Amico tuo. Sarà anche un tipo cordiale, ma parcheggia l’automobile negli spazi comuni pur possedendo i suoi posti auto. C’è tutta una comunità di sostenitori del Diritto a parcheggiare negli spazi comuni ma davanti al proprio cancello, perché il cancello è mio, ma lo spazio no, è un passaggio comune che così viene ostruito, avete tutti i vostri posti auto, ma noi parcheggiamo lo stesso anche davanti al muro, il muro è nostro (un Diritto che non potrebbe mai essere di tutti, pena l’ostruzione totale di tutti i passaggi comuni).
C’è l’Imbecille, quello che ha quattro auto, e come fa? Come fa, domanda suo figlio all’assemblea attonita dei condomini, dove le mette? Deve per forza parcheggiarne almeno una negli spazi comuni. Un giorno l’Imbecille è riuscito a parcheggiare in uno spiazzo enorme una sua auto in doppia fila impedendomi di uscire. Da quel giorno è l’Imbecille.
Bè, sì, le regole qui non sono molto amate. C’è una proliferazione di casette abusive nei giardini, di verande e coperture e chiusure e persino pannelli solari, lodevole scelta, ma sempre attuata abusivamente, in barba al condominio e a qualsiasi legge di convivenza civile.
Ma torniamo agli esemplari rari.
La Pazza, dopo esser stata denunciata per maltrattamenti nei confronti dei vari cani che si susseguivano nel suo giardino, si è data agli animali da cortile (non letteralmente, beninteso): ha comprato qualche gallina ed è contenta così.
La Bionda è separata, sta sempre uscendo elegantissima, i figli non so dove li metta mentre è fuori, ma il cane rimane in giardino perlopiù ad abbaiare per la solitudine. Prima c’è stato un cane lupo enorme, che faceva davvero pena in quel giardinetto, poi il cane enorme è sparito e qualche mese dopo si è materializzato un cucciolo, tanto carino, sempre di cane lupo. Spero, anche per lui, che non diventi enorme.
E siamo alla famiglia di F. Una famiglia allargata: rumorosa, litigiosa. Una difficile condivisione del pianerottolo. Per anni hanno approfittato senza ritegno di una loro presunta sistemazione provvisoria, è una seconda casa, ma c’è sempre qualcuno… Oggi, dopo moltissime discussioni anche a livello condominiale, anche a causa della morosità, la situazione si sta normalizzando. Quindi non posso dire nulla se sulle scale, discretamente curate anche da loro, sono comparsi dei nani. Dei nani? Prima uno, poi tre, poi…sette. Detesto i nani da giardino. Spero che non compaia anche Biancaneve, o Bambi.
Naturalmente ci sono anche i simpatici e le famiglie civili. Per esempio Anna e G. , coppia in pensione. Sanno tutto, di tutti. Credo siano appassionati di mobili antichi, specialmente medioevali. Almeno, il loro soggiorno è strapieno di mobilia e di quadri e di pizzi e anche il terrazzo è pieno zeppo, sulle pareti esterne c’è di tutto, orologi a cucù e senza cucù, quadri, pale da fornaio, oggetti in ceramica, fiori finti: orror vacui. Poi c’è la famiglia di I. Una delle case più pulite del mondo. Anche loro amano le cose antiche, le pietre finte e gli archetti vicino al caminetto. E infine La nonna: una vecchietta arzillissima, piena di figli nipoti e pronipoti, una colonna, che ritira i pacchi per tutti e tra un lavoro di casa e l’altro prende il sole sulla sdraio in giardino.
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