Vapore
(…) Anche ai confini settentrionali del Sahara, dove le popolazioni della steppa praticano la transumanza, si cucina il couscous. Tuttavia questo piatto non appartiene alle popolazioni dell’estremo sud e soprattutto a quelle dei nomadi, poiché in un paese dove “amen imen”, l’acqua è la vita, questo bene è troppo prezioso per lasciare che si dissolva in vapore.
H. Mouhoub, C. Rabaa, Le avventure del couscous
§
Canzoncine per piccoli cantanti
Il nonno ci adorava, penso, e cercava di realizzare ogni nostro desiderio. L’unica cosa che non condivideva del tutto era quello che potremmo chiamare il “nostro” credo politico; io lo sapevo, e fin da piccola trovavo irresistibile la tentazione di alzare il pugno (con aria birichina) quando ci inquadrava in qualche foto (i nipotini più fotografati al mondo: dal nonno fotografo).
In casa nostra si aborrivano tutte le forme di esibizione dei bambini: le competizioni, le pubblicità e lo Zecchino d’oro. Ma chissà, forse ne avevamo letto o discusso insieme, o forse il nonno ci aveva visto interessati all’idea di esibirci come cantanti: un giorno riuscì a convocare a casa un collaboratore del mago Zurlì che faceva il talent scout per lo Zecchino d’oro, e mia madre, appena capì perchè era venuto, lo cacciò fuori di casa (ma forse non lo fece nemmeno entrare) a suon di urla, forse anche a pedate. Pochi anni dopo il nonno sostenne con fervore la mia ammirazione per Nikka Costa, procurandomi delle foto rarissime in cui la piccola cantante impastava la pasta della pizza (foto che presero subito il posto d’onore sulle pareti della mia camera).
Oggi mia figlia unenne ama ascoltare musica, ballare (!) e battere le manine, da qualche giorno fa anche delle piccole giravolte. Quando era appena nata talvolta mettevo musica classica in sottofondo, adesso riconosco che la sua musica è quella semplice dei bambini, la musica delle filastrocche, preferibilmente ritmica, su melodie elementari e ripetitive; mi è capitato di ascoltare anche qualche disco dello Zecchino d’oro. Le vocine dei bambini sono quasi sempre commoventi, è emozionante sentirli, così inizialmente mi sono lasciata rapire e commuovere, dopodichè è riaffiorato un po’ del mio senso critico. Ho notato che vengono scelti i bambini più piccoli: se hanno ancora la vocina paperosa, e se non scandiscono ancora bene le consonanti, è meglio. Inoltre, non è certamente un caso se la bimba che canta Il valzer del moscerino non sa pronunciare la V, e il bimbo che canta I tre corsari ha una pronuncia particolare della R ed S; quello che canta Il torero Camomillo la R non ce l’ha ancora, non la dice proprio. Sono tenerissimi… e ben inquadrati. Tengono le note lunghe come si deve e curano il fraseggio con carattere, così come gli è stato insegnato. Nessuna spontaneità: hanno studiato dai maestri e cantano come vogliono i maestri. Sono intonati per dono di natura ma l’unica libertà che gli viene concessa è quella di impastare un po’ le parole, come è naturale che sia, a quell’età – benchè mi sorga il dubbio che sia proprio tutto calcolato, persino le piccole sbavature.
§
Post al vetriolo
Ho deciso di scrivere un post micidiale, come si suol dire al vetriolo, dapprima pensando vigliaccamente di mascherarlo da post ironico e leggiero, infine optando per lasciarlo così com’è, tagliente e infido (e lungo).
Ordunque, la riforma Berlinguer ha stabilito che il massimo titolo di studio in ambito artistico (arte, musica, danza) rilasciato in Italia abbia lo stesso valore dei titoli analoghi rilasciati nel resto dell’UE. In tal modo gli Istituti d’arte, musica e danza sono diventati pari a delle università, perchè rilasciano lauree di primo e secondo livello secondo il sistema europeo dei crediti.
Musica e danza, tuttavia, sono percorsi che si intraprendono da giovanissimi: tradizionalmente l’ammissione negli istituti avviene dagli undici anni d’età. La riforma ha stabilito, in via teorica, che la formazione di base non sia più appannaggio (competenza?) degli istituti AFAM. Il che sorprende, se ci si pensa bene (almeno, sorprende me, che in questo frangente mi riconosco un po’ retrograda, avversa alle riforme e attaccata al vecchio): è profonda la dicotomia tra le due figure, quella del docente che forgia corpi e menti ancora non formate e quella del professore che perfeziona corpi e menti già formate.
Così, i docenti (insegnanti e pianisti) dell’AND sono stati promossi. Alcuni sostengono di essersi stufati di insegnare ai giovanissimi, e di essere, dopo 30 anni o giù di lì, ormai maturi per formare i professionisti. E agiscono correttamente: è la riforma che glielo consente, anzi, glielo impone.
Naturalmente, certi hanno i numeri per farlo. C’è chi ha alle spalle un egregio curriculum di danzatore professionista e di primo ballerino, chi si è perfezionato come insegnante e a sua volta ha continuato a studiare, chi tiene stages e seminari in Italia e all’estero.
Altri non ce li hanno. Ci sono alcuni insegnanti che non sono mai stati ballerini professionisti né si sono mai aggiornati né hanno mai insegnato al di fuori dell’AND, e pianisti che non hanno mai accompagnato la danza al di fuori da lì né si sono mai interessati di come si possa svolgere la loro professione nei teatri e nelle istituzioni europee di…alta cultura.
Altri ancora ce li hanno, ma preferirebbero continuare ad insegnare ai giovanissimi, perchè l’hanno sempre fatto ed è la loro vocazione.
Infine, c’è un manipolo di individui (e sembra incredibile, ma sono tra quelli che fanno la voce più grossa) che non amano il proprio lavoro, non lo hanno mai saputo fare bene e da tempo affermano il proprio diritto di fare altro, cioè di insegnare altro o di non suonare più per la danza, per sedersi dietro una scrivania (qualcuno c’è già riuscito) o per fare qualunque altra cosa che non sia il lavoro per il quale hanno firmato un contratto 30 anni fa e per il quale vengono regolarmente pagati dallo stato italiano; vogliono riconvertirsi, riciclarsi, altrimenti continueranno a collezionare mesi ed anni di assenza per esaurimento nervoso. Dodici (12) ore di lavoro alla settimana sono dure da sostenere, per così tanti anni.
[Impossibile farla breve].
Oggi, da quasi tre mesi, gli studenti dei corsi universitari sono in una fase di protesta. Qualcuno dice che sono pilotati da alcuni docenti infidi e spinti dalle proprie ambizioni ed interessi personali, ed io penso che certamente alcuni docenti stiano cavalcando l’onda per ottenere soddisfazione all’interno di lotte intestine di vecchia data, ma comunque, attraverso documenti prolissi, mal scritti e scorretti sotto diversi punti di vista (strategico, politico, etico, ortografico), gli studenti sono arrivati da soli ai canali d’informazione e sempre più spesso i quotidiani riportano lo stato della loro protesta.
Nell’agone lo scontro si è acutizzato sempre più: oggi gli studenti (?) chiedono le dimissioni del Direttore, benchè io non credo che si possa imputare la situazione generale di decadenza, dalla pulizia dei bagni alla didattica, soltanto al Direttore. Ultimamente gli studenti scrivono al ministro e ai giornalisti per avvisarli di qualunque loro richiesta disattesa (“la dir. non ha firmato il regolamento!” ” la dir. non ha avvisato il tale che la scuola era chiusa!”).
Alle voci degli studenti si sono unite anche quelle di molti docenti. In quarantasette (47) hanno sottoscritto un documento in cui si richiedeva un nuovo direttore attraverso la pratica, abbastanza diffusa tutto sommato, dell’elezione democratica. Sono anch’io tra i 47, per due motivi. Uno è che la nomina per chiara fama mi piacerebbe per una persona davvero super partes… altrimenti, meglio adottare il sistema elettorale. L’altro è che non ho mai condiviso le scelte artistiche dell’attuale direzione, specialmente il denaro sonante speso per i maestri ospiti. Ma, come anticipavo sopra, non credo che la Direzione sia responsabile della decadenza di quest’istituzione. In parte, sì. La gestione “centralistica”, ad esempio, nella gestione dei licei coreutici, ha esasperato la situazione. Per il resto… i problemi sono altrove. (Per la cronaca, anche lo scontro tra la direzione e i docenti si è acuito: i quarantasette hanno ricevuto una lettera di richiamo, nella quale sono tutti accusati di comportamento diffamatorio per aver sottoscritto il documento di cui sopra).
L’avrete capito, quello che mi irrita profondamente è l’autoreferenzialità. E poi ciò che questa riforma consente ed incoraggia: l’agire indisturbato di chi può permettersi di dire “siamo diventati alta formazione”. Ma può un’istituzione svecchiare se stessa mantenendo tutti i componenti al proprio posto? Può e deve farlo, perchè è statale. Ma un po’ di onestà, no? Ognuno di noi sa che cosa sa fare e che cosa no. Non è solo un’opportunità, ma anche un dovere, la mission di formare i danzatori al massimo livello. E’ un dovere, quindi, offrire un percorso di eccellenza nell’Alta formazione, che dovrebbe avvalersi anche di docenti e coreografi e studiosi ospiti non saltuari, perchè tra i docenti dell’AND le competenze non sono sufficienti.
Qualcuno dice che da tempo i fasti dell’AND sono tramontati, e non ne escono stelle della danza se non i rari talenti citati fino alla nausea. Ma io, dalla mia prospettiva di professionista e precaria, penso che uno dei tarli sia il posto fisso: prima o poi si ammalano quasi tutti, di pigrizia o di ignavia. Tanto che alcuni, chiusi nella dimora dorata dell’Aventino (e lo è veramente), chiusi lì da quando avevano undici anni se si considerano anche gli anni di studi, non sanno più che cosa c’è al di fuori. Troppo comodo sedersi su vetustissimi allori, su regolari stipendi, nella polvere accademica, quando non si ha concorrenza, quando si è “gli unici”, quando non si deve rendere conto della qualità del proprio lavoro, quando la fame di lavoro o l’ambizione di sfondare nel mondo nella danza suggerita da certi programmi televisivi muove torme di giovani dalla scarsa cultura generale verso i titoli “facili” dell’accademia.
L’AND deve ritornare ad essere una scuola selettiva, anche se pubblica. Una scuola statale non può forse essere selettiva, nei limiti della sopravvivenza? Deve essere esigente con gli allievi (e con gli insegnanti). Deve pretendere un alto livello agli allievi fin dall’ammissione e deve pretendere l’aggiornamento degli insegnanti. Deve laureare solo i meritevoli, senza sconti. I talenti saranno sempre pochissimi, altrimenti non sarebbero talenti.
§
Per voi che siete arrivati in fondo a questo post: avete vinto un cane di pezza! Se non specificate nei commenti di che colore lo volete, ve lo mando marrone.
§
Una folle corsa
Il fatto che quell’uomo cercò davvero di uccidermi è ben presente nella mia memoria, nitido come ogni attimo di quei lunghi minuti di corsa sull’autostrada. E concentrando proprio lì il pensiero, voleva davvero uccidermi, si fa viva anche quella stessa sensazione di pericolo imminente che accelera i battiti e fa sudare freddo e tremare le estremità.
Tutto cominciò da un gestaccio, uno di quelli di cui si servono gli automobilisti per far conoscere la propria opinione ai loro simili i quali, chiusi nelle proprie auto, non possono riuscire a sentire gli improperi pronunciati a voce. Non sono mai stata avvezza ai gestacci, anzi, ma ero esasperata e già leggermente spaventata dai fari lampeggianti del furgone nero che sopraggiungeva ad alta velocità e non mi lasciava il tempo di superare l’altra automobile: più veloce di così non potevo andare, con la mia piccola utilitaria.
L’uomo alla guida del furgone nero non la prese bene, l’idea del gestaccio, che comunque non era stata pensata, ma mi era venuta lì per lì. Lo intuii dagli insulti che indovinavo nel suo labiale, mentre mi superava appena riuscii a rientrare sulla destra. Non la prese affatto bene. Ecco ciò che accadde: improvvisamente, deve non aver più sentito la necessità della fretta. L’urgenza era un’altra: farmela pagare. Sbandando, alla sua velocità, virò quindi sulla mia corsia, davanti a me, e subito dopo frenò violentemente, all’ improvviso. Non potrò mai dimenticare il portellone nero farsi vicinissimo inesorabile ai miei occhi. Mi salvarono i miei riflessi, ancora funzionanti nonostante stessi già tremando: riuscii a rallentare a sufficienza per sterzare a sinistra, nella corsia di sorpasso per fortuna sgombra in quel momento. Mi toccò dunque superarlo, il furgone nero, molto più grosso e pesante della mia auto, rientrai e mi ritrovai davanti, separata da una terza vettura. Tremante, invocavo la comparsa di un’area di servizio dove cercare aiuto, la quale però non comparve, in quei chilometri di fuga. Invece, purtroppo, il furgone nero non volle ancora demordere, superò l’altra auto e si piantò dietro alla mia. Per chilometri, sforzandomi di mantenere la calma, mantenni la mia velocità e la mia traiettoria, ostentai una sorta di indifferenza, di placidità ritrovata (con il cuore in subbuglio) mentre sbirciavo nello specchietto l’uomo alla guida del furgone che imprecava e gesticolava e temevo il peggio, temevo un precipitare delle sue intenzioni aggressive.
Ci rinunciò, a proseguire nella sua foga criminale. Sempre imprecando alla mia volta, finalmente mi superò e riprese la sua corsa.
§
Cercatore che mi trovi
E già il secondo post sull’argomento, ma non riesco a resistere: devo assolutamente raccontarvi come fanno, alcuni, a trovare Pioggia di note nell’oceanomare del web attraverso la lente di Google. Scopro dei termini di ricerca davvero assurdi e spesso divertenti; perdipiù, inserendoli, non so come, trovano me.
Quelli che non si sa come arrivino a Pioggia di note:
Disegni di botti di vino (qui?)
Presepi bizzarri (tipo con il bue e la giraffa?)
Presepi sui caloriferi (si sciolgono? si appiccicano?)
Note musicali pericolose (a parte il diabolus in musica…a ben pensarci conosco un po’ di pezzi che mordono)
Qui danza Allevi spartito (che non si pronunci qui quel nome, prego)
Gli sgrammaticati:
La pioggia di schopen (auguri! Prepara l’ombrello!)
Siluette caravaggio (e infatti non la trova! è all’ombra)
Una domanda esistenziale:
Pioggia di colori chi è l’artista sconosciuto (ma se è sconosciuto, è sconosciuto!)
I precisini (col punto di domanda):
Quale musica per lezione danza moderna? (ah, siamo messi bene…)
Si trovano funghi a bad gastein? (nemmeno Google lo sa, e vi manda a cercarli qui)
Il mondo con un aquila cosa rappresenta? (uhm…e l’apostrofo?)
Come si chiamano le ragazze al piano di Renoir? (cioè, di cognome…?)
Quelli che si rivolgono al signor Google:
Che cosa ne pensi della poesia ‘le osterie’? (il sig. G. ancora non si è ancora fatto un’idea in proposito…)
Dulcis in fundo:
Homer malato (Homer Simpson qui? E perdipiù malato? DOH!)
Film porno avventure di ulisse (ditemi se esiste davvero, voglio saperlo)
§
Il suono di Pan
(…) Mentre tornava a casa, quella sera, una strana esultanza insegnò ai suoi piedi a danzare. Essa volteggiava qua e là, ora precedendo le sue bestie, ora seguendole. I suoi piedi saltellavano battendo un ritmo capriccioso. Aveva un motivo nelle orecchie e ballava con esso, buttando le braccia infuori e al di sopra del capo, e ondeggiando e piegandosi nell’andare. (…)
L’indomani sentì di nuovo quella musica, fievole e vaga, meravigliosamente dolce eppure sfrenata come il canto di un uccello, ma era una melodia che nessun uccello avrebbe saputo ripetere. C’era un tema che tornava sempre. In un fiotto di trilli, passaggi, volate e ritornelli, eccolo riaffiorare con una solennità strana, quasi sacra – una melodia che imponeva il silenzio, sottile, estremamente austera e distaccata. C’era in essa qualcosa che le faceva battere il cuore, qualcosa verso cui le sue orecchie e le sue labbra si tendevano con desiderio. Era gioia, minaccia, spensieratezza? Non lo sapeva; ma una cosa sapeva: che per quanto terribile fosse, era soltanto sua. Era il suo pensiero non nato divenuto misteriosamente suono, e sentito con l’anima più che compreso con la mente. (…)
Da La pentola dell’oro di J. Stephens
Ho pensato a questa…un movimento di sonata che in gioventù amavo molto:
§
Ritratti – VI. Suor Mary
Quel pianoforte era vecchio e scordato, mi sa che gli mancava pure qualche corda, ma era uno dei pochissimi esemplari…della città. Si trovava a Mogadiscio, in uno stanzino (tipo sacrestia) di una chiesa che oggi non esiste più. Tutti i giorni feriali andavo lì a studiare per un’oretta i miei pezzi (sempre gli stessi); Padre Giorgio apriva il portone verso le quattro del pomeriggio, e un giorno a settimana incontravo sul sagrato uno dei miei amici italiani, che era stato rimandato in latino.
Padre Giorgio mi chiese di far lezione di pianoforte a Suor Mary, la piccola e dolcissima suora indiana. Veramente ero anch’io una principiante, ma lei di più. Perciò la maestra ero io.
Suor Mary era davvero piccolina di statura, a tredici anni io ero già abbastanza altina e la superavo di un bel pezzo. Era anche magrissima.
La stanza era un po’ spoglia e poco illuminata. Si apriva non solo sulla navata della chiesa, ma anche sul cortile interno, vivo e assolato, dove si svolgevano numerose attività, c’era anche una filanda. La sedia che fungeva da sgabello era bassissima anche per me, ci mettevo sopra i miei spartiti e poi un grosso cuscino piegato in due: un vero numero di equilibrismo. Per Suor Mary la tastiera era davvero un po’ troppo in alto.
Le insegnavo quello che sapevo, perciò pochissimo. Cercavo di spiegarle qualcosa che nemmeno io avevo ancora ben capito, cioè che doveva tenere le spalle e le braccia morbide – certo in quella situazione era un po’difficile!
Ah già, Suor Mary parlava solo inglese (oltre al suo dialetto hindi e a un po’ di somalo), di cui non capivo una parola, perciò come potessimo comunicare non vi saprei dire. Mesi dopo, io e padre Giorgio ci siamo scritti una lettera, alla quale lei aggiunse alcune righe che mi commossero molto (mi sembravano davvero immeritate), in cui diceva che pregava per me.
§
Certe madri
S. è un bimbo sui dieci anni biondo e paffuto dal visino dolcissimo, quasi malinconico, così come il suo carattere, discreto e riflessivo. E’ molto dotato per la musica, manifestando capacità espressive ed esecutive non comuni alla sua età. Al saggio di pianoforte suona un Momento musicale di Schubert, proprio il suo brano ideale: lo esegue con grazia, profondità e concentrazione, il timbro è morbido, il fraseggio curato con un senso innato d’intelligenza musicale. Sbaglia, forse, una nota – dettaglio trascurabile. All’uscita lo vedo infilarsi la sua giacchetta e fissare con aria mesta il pavimento. La madre, un donnone, gli si è parata davanti: “Hai sbagliato!” gli dice con feroce rimprovero, come se avesse rotto un vaso prezioso, o rubato il dolce per domani, o comunque tradito la sua fiducia. “Hai sbagliato!!” ripete con rabbia.
§
G. è una mia compagna di corso, nel senso che si diploma nel mio stesso anno, con un altro insegnante. Prepara, come me, la Partita in do minore di Bach. Mi dicono che è di buona famiglia, il pianoforte non diventerà la sua professione; c’è già un futuro marito, suppongo un buon partito, che la aspetta. Al saggio il promesso siede impassibile accanto alla propria ventiquattr’ore e alla madre di lei. G. esegue l’Ouverture in modo corretto e piuttosto musicale. Osservo la madre rivolgersi a lui (tra l’altro quasi ad alta voce), stupita: “Non sbaglia!!” come se non si aspettasse altro. Poco più avanti, G. sbaglia una nota: “Adesso però ha sbagliato!” esclama la madre trionfante (diavolo, non capisco nulla di musica, ma tu figlia pensi forse di essere meglio di me?).
§
A. è una pianista molto brava: a vent’anni è un’interprete matura ed è anche dotata di un’ottima tecnica. In generale si presenta come una persona sicura di sé, ma in realtà vive con molta ansia le esibizioni in pubblico; talvolta, a causa di quell’insicurezza, le capitano dei vuoti di memoria. In quel saggio l’esecuzione, pur molto buona, della Suite op.14 di Bartòk, è costellata di vuoti, come se suonasse scivolando sulle uova (a chi non è capitato…). All’uscita A. è mortificata e atterrita dalla vergogna, eppure i genitori, una coppia abbastanza avanti con l’età, senza aspettare di ritrovarsi soli con lei, davanti a tutti, le recitano: “Ti rimetterai subito a studiare! Non ti veniva neanche a casa!” .
§
Com’è andata a finire?
Il bambino biondo è stato ritirato dalla scuola di musica dalla madre l’anno successivo e non ha mai più studiato musica.
G. si è sposata presto e il suo diploma è finito nel cassetto.
A. fa la musicista, ma suona sempre con lo spartito.
…
[A dieci anni è molto difficile difendersi dai genitori].
§
Vademecum del pianista per la danza
Ecco qua alcune nozioni indispensabili per il pianista che, volonteroso o rancoroso, ancora ignaro si avvicina per le prime volte allo sgabello del pianoforte in una sala di danza.
1) Sappiate ben leggere nel pensiero. Sottolineo: bene. Talora i maestri di danza sono dotati di nature complesse ed enigmatiche come sfingi, ma i loro pensieri non devono avere segreti per voi, poichè molti aspetti ritmici dinamici formali dei loro passi resteranno appunto nelle pieghe occulte delle loro menti e non verranno diversamente esplicitati. Ma voi ce la farete.
2) Veniamo al sodo. Se un insegnante di danza sbaglia nel conteggio mentre mostra il passo, sforzatevi di sbagliare anche voi. Nei limiti del possibile… Non fate quadrare ciò che non è quadrato. Quando ascolterà e vedrà il risultato se ne renderà conto. E voi datevi comunque la colpa, fate finta di non aver capito.
3) Se un insegnante sbaglia nell’accentazione, confondendo battere e levare, fate come dice. Anche in questo caso se ne renderà conto. Potreste ignorare il problema, perchè voi avete capito che cosa voleva veramente, ma non sarebbe utile.
4) Quanto detto sopra può valere, a parer mio, in tutti i casi, specialmente in quelli vistosi, in cui l’insegnante si spiega male. Non regalategli musica ideale, perfettamente adattata, come fosse un’emanazione del loro pensiero. Ogni insegnante, anche quello a cui siete legati da lunga consuetudine, ha il dovere di spiegarsi, ovvero di dare forma musicale intellegibile al passo.
4) Non esiste “una musica per il fondu”, né per il tendu, né per “un salto”. Un fondu può essere accompagnato da un tango argentino, un tango-habanera, un adagio in 2\2 suddiviso oppure no, un adagio in 4\4, un adagio in 6\8, persino in 3\4, un valzer, una czardas…a seconda della scuola di riferimento, o dell’area geografica, o dei gusti. Quindi esiste molta musica che può andar bene per un fondu, e moltissima per un tendu o per un salto: l’insegnante che vi fa una richiesta generica deve saperlo (e molte volte non lo sa. Si aspetta un 2\2 lento, al massimo un tango. Ma voi non dovete fare ciò che egli “si aspetta”. vedi oltre).
5) Il rapporto tra maestro di danza e pianista deve somigliare a quello tra musica e danza. E’ intimo – deve esserlo – e rispettoso. Quindi la spiegazione del passo non dovrebbe svolgersi come un indovinello: deve essere chiaramente profferita, non bisbigliata dall’angolo opposto della sala. Pretendete sempre chiarezza.
6) Certi insegnanti vivono la classe come se fossero sul palcoscenico. Recitano e amano fare i personaggi. Meno spesso, ma ciò avviene anche tra i pianisti accompagnatori. Vi auguro di incontrare e di poter lavorare con l’insegnante che meglio si accorda alle corde vostre.
§
Papaye
Non so che genere di vita si possa condurre, oggi, in una cittadina come Afgoi, vicino a Mogadiscio. Io ne ho un ricordo risalente a trent’anni fa: un villaggio, niente di più, circondato da una vegetazione lussureggiante (bouganvillee, ibiscus, acacie…un pochino d’ombra e persino frescura, in contrasto con l’aridità della boscaglia) e specialmente da piantagioni di banane e papaye (le papaye somale: immensi frutti, anche di 1 o 2 kili di peso, dalla polpa arancione e dolcissima); un villaggio sorto vicino al fiume Scebeli, il fiume rosso – infatti la caratteristica di quella zona era proprio il rosso della terra fangosa, impastata nei sandali, trasportata fino in città sotto i pneumatici delle vecchie fiat o delle Jeep. Conservo di Afgoi un’immagine quasi fotografica nella mia memoria (fotografica perchè immobile): alcune capanne di fango (rosso) dal tetto di paglia, una donna e alcuni bambini davanti alla porta, uno di loro è un bimbo di poco più di un anno, nudo e con la pancia gonfia, molto gonfia. Poi custodisco in me un’altra immagine, ma questa è più filmica, dinamica. Una piantagione di papaye sullo sfondo; uno spiazzo (ovviamente di terra rossa) davanti ad una grande capanna aperta; un uomo, all’ingresso della capanna; una fila di bambini che, arrivati davanti all’uomo, tendono il braccino magro. Forse è una vaccinazione: si tratta di un medico. No! L’uomo traccia una riga su ogni braccino, con una biro nera o blu; alcuni bambini ne hanno già diverse decine. Come mai?
Era il carico. Ogni riga era un carico di papaye.
§










