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Come cometa

18 ottobre 2012

Rifletto sugli astri ma non ho tempo per fermarmi neppure  un minuto, affacciata dal terrazzo verso la campagna, a contemplare le mie stelle nel buio della notte (possibile…? neanche un minuto…?). E vedo la polvere depositarsi sul mio piccolo telescopio. E penso che dovrei approffittarne, una di queste notti, se lei si è addormentata tranquilla, per dedicarmi a un’osservazione di questo cielo di sud-est, prima che si accendano i lampioni delle villette appena costruite qui di fronte, proprio dal versante della campagna, che giacciono – per ora – ancora inabitate.

E quindi, un po’ per caso un po’ per lieve nostalgia, ecco uno scritto insolito e poi una canzone (e che canzone!) dedicati a una cometa.

…Come cometa non ho una grande magnitudo, ma sono feconda, sperma celeste, ovulo celeste, femminile-maschile qui non conta, (…) non prenderanno nulla di me, non ho spiegazioni, non ho volontà, non ho finalità. Come cometa sono soltanto violenza vitalità e catastrofe, astro disastro, la buona stella o la stella discorde, vengo dalla zona di chi è stato tagliato fuori, dalla zona estrema dei corpi non nati, trascurati dalla generazione, troppo lontani dal sole al momento in cui tutto si generava per collisione e conflitto, e in quella nube sono rimasta interdetta e confinata, nube di Oort, sono rimasta lì ai margini, pianeta mancato, gravida di materia originaria e schegge schizzate da ciò che si andava creando e deflagrando, come cometa sono feconda, porto ciò che chiamano vita, ma per fecondare devo distruggermi, abbattermi su un corpo e penetrarlo rovinosamente, lacerandomi-lacerandolo, mescolando i miei liquidi, acqua e ghiaccio, alla sua aridità. (…) come cometa non sono niente, se non i nomi e le motivazioni che mi danno al passaggio, non ho volontà, non ho spiegazioni, non ho alcun fine, non ho memoria, ogni volta è una novità, come cometa, mentre mi osservano, me ne sto andando…

Daniele Del Giudice, Come cometa

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E la canzone? Ecco, per associazione – estensione, beccatevi QUESTA.

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Delikatessen III (dal corno d’Africa)

7 settembre 2012

Aua supponeva di avere più o meno 40 anni, ma era nata nella boscaglia: non conosceva esattamente la propria età. Ricordo come questo fatto mi colpì. Era gentile ed allegra, magra e dai grandi incisivi. Vestiva le stoffe colorate tipiche delle donne somale e cucinava con cura molti piatti italiani, ma specialmente quelli locali. Preparava, con mia grande gioia, le ingera e lo zighinì, con litri di spremuta di pompelmo (e i pompelmi erano rosa, enormi, dolci e succosi), il capretto arrosto,  il pesce alla griglia, i sambusi. Un giorno ci siamo avvelenati per l’ingestione di una polvere gialla venduta al mercato per zafferano (forse perchè a qualcuno di noi era venuta voglia di un risotto “giallo”) e nei giorni in cui stavamo male ci accudiva amorevolmente, badando bene che il medico visitasse maschi e femmine separatamente.

Quell’anno abitavamo in una casa di nuova costruzione, sorta in mezzo ad un’aia cosparsa di calcinacci, ma accanto alla nostra casa ce n’era una circondata da un bel giardino, dove viveva la mia amica Z.  Quando partii preparò per me una torta, un gesto che mi commosse (sopra c’era scritto il mio nome): era squisita, densa, ripiena di crema e cioccolato, come quelle che si mangiavano da Hasan (certo, e ogni volta si stava male…).

Al mare, nella cabina italiana, ci aspettavano i pezzi di croccante che ci vendeva il guardiano; andavamo invece alla cabina dell’ONU per le banane fritte con il miele, una vera leccornia. Evitavamo però i gelati! Li servivano su cialde a cono dal colore rosato, che quasi tutti gettavano a terra: le cameriere raccoglievano quelli che avevano conservato l’aspetto migliore e li rimettevano sul banco.

Alla Casa d’Italia le pizze “rosse” o bianche” erano una prelibatezza, ma non perchè somigliassero alle pizze nostrane: il gusto era infatti differente, sarà stato per la farina, per i pomodori nati da quella terra rossa o per il formaggio di chissà quale provenienza animale, ma avevano un sapore specifico, e andavano a ruba. Il pizzaiolo dall’aria scanzonata scherzava con tutti e non guardava mai mentre appiattiva la pasta nelle teglie tonde, spiaccicando ogni tanto qualche malcapitata mosca…

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Delikatessen – II

19 agosto 2012

Mentre passavo in rassegna i sapori di cui ho memoria per farne un altro piccolo catalogo di proustiane “madeleines”, mi è venuto in mente che ogni salle à manger, che si tratti di un refettorio scolastico piuttosto che un ristorantino tête à tête, ha un suo suono. Anzitutto mi sono ricordata del frastuono proprio di quel refettorio della mia scuola elementare (scuola illuminata, guidata da autentico spirito democratico post-sessantottino, non autoritaria, dove era quindi ammesso che decine di bambini potessero berciare tutti insieme durante il pasto); e poi ho pensato ad altri refettori, come quello dei frati cappuccini di Cortona, dove si discorreva liberamente ma spesso il padre cappuccino guidava anche la conversazione, e quello multilingue della scuola estiva in Bretagna. Tutti in una volta mi sono tornati in mente i suoni di pranzi e cene comunitari e solitari, dove il tintinno di stoviglie e posate talvolta si univa al vociare, altrove sovrastava il silenzio.

Ma, tornando ai sapori, pensavo di elencare proprio i piatti forti di quella mensa scolastica che accompagnò i miei primi cinque anni di scuola; nel ricordarli naturalmente mi sono venuti in mente anche episodi e la memoria si è come “espansa” abbracciando aneddoti e persone (ecco le madeleines). Come dimenticare i preferiti, dunque! Da  bambina talvolta i pasti erano difficili, rallentavo, ma avevo gusti spiccati anche per i piatti della mensa: gli gnocchi al pomodoro, la polenta (rarissima, e quando c’era mi impedivano di metterci il latte! la maestra era pugliese: non poteva capire questa nordica abitudine), il purè, la fetta di formaggio, il latte fresco e freddo per accompagnare il pasto, i piselli con la pancetta. Rifiutavo di mangiare certi orrori, come la pasta e fagioli o il minestrone (oggi li adoro, ma devo sottolineare che quando ci sedevamo al lungo tavolo della mensa il brodo era già rappreso e freddo: una patina densa, e al di sotto il sapore acido e antipatico di queste specie di minestre…); non amavo la carne, neppure a casa, ma a scuola le bistecche erano proprio gommose, perciò non potevo che masticarne una intera senza ingoiarla, per liberarmene in qualche cestino appena usciti…; adoravo invece il prosciutto, anche cotto, ma non quello immangiabile della mensa (ancor oggi sono molto esigente in merito). Quanto alla merenda, si andava a turno a ritirare le cassette poco prima dell’uscita delle 16, e le cassette contenevano quasi sempre pane (una “michetta”) e un frutto, che purtroppo non mangiavo, regalandolo sempre alle mie compagne, meglio educate di me sulla necessità e il gusto di nutrirsi di frutta. Tutti preferivamo, ovviamente, quando ci toccava pane (sempre una michetta) e cioccolato (una piccola tavoletta ciascuno) o meglio ancora il budino di crema o cioccolato, che assaporavo a lungo.

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Ricordi vivi

13 agosto 2012

(…) E’ questo paese che ha fatto tutto, con tutti quei ricordi vivi di madri e di padri di zii e nonni e bisnonni che risalgono alla notte dei tempi e che dovranno continuarsi domani. Noi li continueremo. I nostri figli, i nostri nipoti troveranno parole, immagini, ricordi precisi di noi sui sassi del fiume, tra le ombre fresche della valle, nella conca dell’eco, nel cigolio delle vecchie barche. E’ quasi come essere immortali. (…)

Brunella Gasperini, Noi e loro

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Delikatessen – I

5 giugno 2012

C’era la frittata di pasta. Povera e principesca, densa, salata il giusto un po’ di più sulla crosticina, l’adoravo…compagna dei viaggi in treno verso Napoli, scompartimento cuccette di seconda classe, lenzuola finte, non si dorme, ma c’è lei, la frittata di pasta. La mattina dopo c’era il latrato di Pucci ad accoglierci (fin dall’ultimo piano, mentre salivamo l’elegante scalinata), e in cucina il latte caldo con i biscotti (non è che il latte caldo fosse la mia bevanda preferita, ma i biscotti mi piacevano).

Che altro, in un’ipotetica selezione capitanata dalla mitica frittata di pasta?

Da mio padre la minestra di riso con la panna, le pizze (base comprata fresca), la coppetta “dei campioni” (di una marca ignota, molto più buona di quelle dei bar)

Della cucina di mia madre invece amavo specialmente la polenta con il latte, la focaccia ripiena di prosciutto cotto…la…pasta(calda) con il latte (freddo)… (ebbene sì, questo è il lato milanese)

Mia nonna materna (che cucinare non amava) ci proponeva un risicato menù, del tutto privo di frutta e verdura ma anche di qualunque escursione gastronomica fantasiosa, che trovavamo buono senza riserve: la pasta con il pomodoro concentrato, i sofficini, ancora il prosciutto cotto…e a merenda il pane con burro e zucchero, un classico

(…Delikatessen infanzia anni ’70)

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Latte d’oro

17 aprile 2012
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“Che bel latte d’oro, è proprio del colore dell’oro”. E’ l’alba fredda di un giorno di febbraio, sfinita dalla mia sedia mi volto verso la voce che ha parlato, è quella di un’infermiera bionda e corpulenta, ma il timbro e l’accento sono gli stessi dell’attrice di origine turca che ha lavorato in tanti film di Ozpetek. Le luci al neon e la sensazione di silenzio che proviene dal corridoio buio del reparto dormiente mi opprimono, ma non abbastanza da non sentirmi orgogliosa per quel complimento al mio latte,  giovanissimo, che esce copioso ormai e che raccolgo per le ore in cui non potrò entrare qui. Se non fossi piena di ferite dolorose e umilianti, e di fastidi, e di difficoltà fisiche che non avrei saputo immaginare prima, sarebbe un’altra cosa.  Ma dentro di me so che non dovremmo trovarci qui; quanto è innaturale, o meglio fuor di natura, questa assurda separazione seppur di pochi giorni, non doveva essere così, ma proprio il contrario, dalle nostre parti è prassi normale – ma dalle nostre parti nessuno si ricorda più come dovrebbero svolgersi quei primi giorni di una nuova vita. Così, quel farmi forza ancora nel pieno della notte e il sopportare l’attesa e il percorso a piedi e persino lo star seduta – considerando ogni volta come il mio stato non impressioni proprio nessuno, lì – tutto questo è premiato perchè lei già mi riconosce e perchè proprio grazie a tale costanza, lo so, posso produrre latte per lei, e infine per me.

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Blanche-Neige

21 marzo 2012

Danzare in coppia con un corpo addormentato – nella vicenda, apparentemente  morto – sulla partitura dell’Adagietto della Quinta sinfonia di Gustav Mahler: ecco il miracolo di virtuosismo, ricco di emotività, che caratterizza questo pas de deux tratto da  Blanche-Neige, un lavoro del 2008 di Angelin Preljocaj dalla vocazione narrativa, simbolica e visionaria, tratto dal racconto dei fratelli Grimm e interamente costruito su episodi delle sinfonie mahleriane.

Ogni più piccola enfasi fraseologica, ogni minimo accento del testo musicale è leggibile in questa partitura coreografica fedelissima e sensibile di Preljocaj. Un passo a due che sfiora vette di poesia e sensualità, rappresentando altresì per i danzatori una prova di forza e leggerezza.

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Arie danzate – III

8 marzo 2012

Proseguo nella pubblicazione di estratti delle musiche eseguite all’esame di Tecnica classica del VI-VIII corso ad indirizzo classico del  maggio 2011.

Nella seconda parte di esercizi al centro, per i salti e i virtuosismi, ho scelto per la maggior parte musiche di danza tratte da grands opéras (con qualche gustosa eccezione, da L’elisir d’amore a La Cenerentola…).

Come Port de bras conclusivo ho proposto, in versione integrale, l’aria La mamma morta dell’Andrea Chénier, il cui tema era stato anticipato nel port de bras (réverence) d’apertura.

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Esercizi al centro II (estratto)

Salti

Echappé                                      G. Donizetti, L’elisir d’amore : Io son ricco

Sissonne                                     G. Rossini, La Cenerentola: Zitto, zitto, piano, piano

Glissade                                      G. Meyerbeer, Robert le diable: Siciliana

Esercizio di Solés                      G. Rossini, Guillaume Tell : Pas de six

Sissonne                                     G. Verdi, La traviata: Sempre libera

Grand saut                                 F. Lehár, La  vedova allegra: Valzer

Grand saut                                 J. Strauss, Die Fledermaus: Valzer

Virtuosismi

Manège:

A. Ponchielli, La Gioconda (Danza delle ore): Allegro

C. Gounod, Faust: Danse antique

Fouettés:

G. Verdi, Don Carlo (Ballo della regina): Finale

C. Gounod, Faust: Danse de Phryné

                                                  

Finale                                                U. Giordano, Andrea Chénier: La mamma morta          

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Arie danzate – II

27 febbraio 2012

Proseguo nella pubblicazione di estratti delle musiche eseguite all’esame di Tecnica classica del VI-VIII corso ad indirizzo classico del  maggio 2011.

Nella prima parte di esercizi al centro, per i Grands battements ho scelto le prime frasi della Seguidilla di Carmen, benchè abbia dovuto forzarne leggermente la quadratura.

Il passo più emozionante, e allo stesso tempo uno dei miei migliori arrangiamenti nell’ambito di questa lezione, è stato certamente il secondo Grand adage, coreografato da Nicoletta Pizzariello sulla partitura  della bellissima aria di Don José La fleur que tu m’avais jetée, sempre da Carmen (II atto): partitura proposta in versione integrale – quindi conservando irregolarità di fraseggio, ecc. –  tranne che per le ultimissime misure. Purtroppo non ne conservo la testimonianza video, ma soltanto una traccia audio!

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Esercizi al centro I (estratto)


Petit adage                                  Tema da The Schindler’s list [un’eccezione al nostro leitmotiv…]

Tendus                                        G. Verdi, La traviata: Coro di zingarelle

Grands battements                   G. Bizet, Carmen: Seguidilla

Grand Adage  I                           G. Donizetti, L’elisir d’amore: Una furtiva lagrima

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[ Grand Adage  II                        G. Bizet, Carmen: La fleur que tu m’avais jetée]

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Arie danzate – I

16 febbraio 2012

Una collaborazione a dir poco fruttuosa, risalente al trascorso anno accademico, alla quale non ho ancora accennato, è stata quella con Nicoletta Pizzariello. Insieme abbiamo concepito e preparato l’esame finale di Tecnica classica e repertorio del VI-VIII corso ad indirizzo classico: un rapporto professionale (e non solo) riuscito a mio avviso pienamente! Ebbene, da questa collaborazione nascerà un CD di musiche per danza rivolto ad un corso avanzato, ed è per tale ragione che ho atteso a parlarne finora; tuttavia la registrazione definitiva del CD e la sua uscita non potranno rispettare i tempi che avevo immaginato, perciò ho deciso di darne un’anticipazione.

L’idea della Pizzariello di dedicare l’intera ballet class a musiche tratte da opere liriche dell’800 e ‘900 è affascinante, ed ho avuto l’occasione di lavorarci e di svilupparla anche secondo le mie preferenze musicali. Nel CD, per ovvie ragioni più lungo e completo di quanto non fosse la scaletta dell’esame vero e proprio, ho quindi proposto alcune pagine che amo molto (da Bizet a Gounod a Puccini…), arricchendo il lavoro originario con molte danze  (dunque musiche strumentali) tratte da grands opéras e opere liriche dell’800; inoltre, per il CD, mi sono sforzata di evitare musiche operistiche già troppo sfruttate dai maestri accompagnatori per la danza.

Tornando alle musiche dell’esame, che comunque costituiscono la traccia intorno alla quale ho costruito il CD, offro ai miei lettori e ascoltatori un saggio del lavoro svolto, suddiviso in tre appuntamenti.

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I) Esercizi alla sbarra (estratto)

L’esecuzione si è svolta senza soluzione di continuità: ad ogni passo seguiva un breve sostenuto, su musiche d’improvvisazione, di otto misure. In occasione dell’esame conclusivo, ho sperimentato un sistema di “raccordo” tra il sostenuto e  il passo successivo senza far ricorso alla semplice giustapposizione (cioè passando al metro successivo direttamente con l’inizio del passo),  ma eseguendo sei misure del sostenuto con il metro del passo precedente, e le ultime due anticipando il nuovo metro (come una breve preparazione).

Reverénce                                   U. Giordano, Andrea Chénier:  Tema (La mamma morta)

Pliés                                             G. Puccini, Tosca: Recondita armonia

Tendus                                        G. Rossini, La Cenerentola: Non più mesta

Jetés                                             W.A. Mozart, Le nozze di Figaro: Non più andrai

Ronds de jambe par terre        G. Puccini, Madama Butterfly : Io so che alle sue pene

Fondus                                         R. Leoncavallo, Pagliacci : Vesti la giubba

Frappés                                        G. Bizet, Carmen: Coro dei monelli

Adage                                           C. Saint-Säens, Samson et Dalila: Mon coeur s’ouvre à ta voix

Grands battements                    G. Verdi, Il trovatore : Un momento può involarmi

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