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Acqua

20 marzo 2015
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Percorrevo a piedi le strade all’ombra dei palazzi dalle pesanti architetture barocche, grigie e gialle, tutta la città era grigia e gialla e ocra ed era fatta di stretti vicoli e angoli incerti e retri dei cortili pieni di polvere. Ma quel giorno ogni cosa appariva smagliante per la pioggia. I contorni delle fontane e dei parapetti in pietra si stagliavano nitidi e lucidi apparivano i ciottoli quadrati: la pioggia cadeva fitta e lavava ogni piccolo canale, ogni interstizio, ogni angolo buio, mentre la luce del cielo bianco di nuvole e luminoso si rifletteva e si specchiava su ogni superficie.

E in mezzo scorreva il fiume, ampio e maestoso, già molto alto. Mi affacciavo al parapetto e notavo le acque salire di livello sempre di più, agitate da piccole onde; acque scure e forse fredde che si alzavano in fretta nascondendo le file di pietre. Mi accorsi presto che non sarei più riuscita a raggiungere la mia meta, a casa mi avrebbero atteso per un tempo indeterminato. Improvviso e inopportuno, un tafferuglio tra uomini mi distrasse e mi costrinse a nascondermi in un androne, perchè in verità si trattava di una vera e propria sparatoria:  le pallottole volavano a tagliare l’aria già affilata dalla frescura. Con me altri si ripararono nell’androne. Preoccupati ci affacciavamo sulla strada e le pallottole sfrecciavano quasi sfiorandoci.

Ma ormai l’acqua aveva superato il bordo e sommergeva la riva. Le piccole increspature della superficie divennero una grande liscia  e placida onda che varcava l’argine e copriva il piano stradale, i bordi del parapetto e s’infilava inesorabile tra i palazzi. Forse non sarebbe cresciuta ancora molto, ma lo era già abbastanza da avvolgere il terreno calpestato dai passi di chi fuggiva e si riparava in zone più alte. Faceva paura, ma non avrebbe ucciso. Era dolce. Avrebbe avvolto, bagnato, intriso persino le pietre. Ogni cosa sarebbe rimasta al suo posto, ma lavata, abbaracciata da quell’acqua scura e buona.

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Terra e cielo

15 marzo 2015
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Cielo-stellato_05

Muta resta la terra, che non sa

dei suoi grani spersi

il destino

 

Allora alza gli occhi al cielo

scuro, colmo di lucenti granelli

ovunque dispersi

 

Come fai tu, cielo? Non senti

nostalgia dei tuoi amati,

scagliati lontano da te?

 

E il cielo risponde che ama

i suoi granelli ancora e ancora

mentre li guarda andare,

 

E in quel silenzio sente il respiro

e sogna e sa

che muta l’ordine delle cose

ma esse non mutano

 

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Pensierini su di noi

22 febbraio 2015

mini piano

Avete mai ascoltato una musica che proviene da dietro una porta, quando al di là c’è una classe di danza con un pianista che sta suonando? Ebbene, sappiate che si tratta di musica funzionale, in tempo reale e che in molti casi è originale. Ditemi, dove potete trovare nel nostro tempo altra musica con queste caratteristiche (funzionale, in tempo reale, originale)? Sappiate inoltre che gli autori di queste musiche sono dei tipi piuttosto strani.

Qualcuno è specializzato nel repertorio di musica leggera e infila una canzone dietro l’altra, altri propongono Bach e i grandi classici. Tutti improvvisano con passione, e si ripetono: tornano sui propri modelli armonici, sui propri vizi (certi arpeggi, certi stili di accompagnamento nella sinistra, certe preparazioni all’esercizio), e così ognuno è riconoscibile. Per alcuni pianisti, vizi e virtù coincidono. C’è chi improvvisa su un percorso armonico che si sviluppa continuamente attraverso cadenze evitate: è una strada che non sceglierei, ma anche uno stile improvvisativo convincente. Ce n’è uno che suona tutto piano o pianissimo, quasi senza pedale di risonanza, e ogni tanto (di solito sulla prima nota) produce degli accenti fortissimi (gli addetti ai lavori hanno già capito di chi sto scrivendo). Così, se c’è un ballerino che sta per addormentarsi o è semplicemente depresso, si sveglia e si dà da fare nell’imminente esercizio – salvo poi accasciarsi di nuovo appena finita la musica. Io trovo fastidioso questo saliscendi dinamico, ma non sono io che devo danzare: può darsi invece che l’espediente funzioni.

(Al contrario, uno dei rischi maggiori dovuti alla routine è che i pianisti della danza suonino quasi tutto forte, lascino giù il pedale destro tirandolo su solo alla fine della sbarra e non si rendano conto di quanto siano noiosi).

Che tipi sono?

Foto di gruppo. Un marinaio col sigaro (in inverno), uno sportivo in tuta da jogging (estate e inverno), una signora in abito da sera: ecco alcuni di loro. Ce n’è uno che porta sempre con sé una fantomatica valigetta. Un altro non si fida delle abitudini igieniche dei suoi colleghi e pulisce ogni volta la tastiera prima di suonare. Una collega va in giro con un cuscino, perchè i pianoforti sono alti e le sedie sono basse. Un altro di noi, invece, non c’è mai, quindi non so come suoni. C’è chi cammina come un ariete sbuffando e chi è noto per la sua abitudine di stare al telefono, sempre (avrà l’orecchio surriscaldato oltrechè assoluto); ma non è il solo a riporre gelosamente quell’oggetto sul leggio, per controllarlo in modo convulso anche mentre suona. Un altro, mentre aspetta che i danzatori si preparino, suona tutto il suo repertorio a memoria con la sordina. Alcuni non riescono proprio a star fermi! Devono SEMPRE suonare. Mentre aspettano pasticciano, suonano boogie-woogie, fanno le scale, eseguono cose difficilissime di Bach, suonicchiano canzoni – e intanto chiacchierano. E’ che sono dei veri intrattenitori. O dei veri pianisti. E specialmente gli intrattenitori sono bravissimi a chiacchierare anche mentre suonano, cosa che a me non riesce. Se sto improvvisando, infatti, perdo immediatamente il filo del discorso musicale; se sto suonando a memoria, anche.

E io? Abbasso lo sgabello al minimo, ordino ogni cosa intorno a me in modo assolutamente preciso, suonicchio solo raramente perchè a me non porta bene (meno suono meglio è), cerco di non pensare, non vedo l’ora di iniziare, ascolto il vicino di sala che suona e cerco di indovinare chi sia (e indovino sempre).

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Anatomia del cuore

16 febbraio 2015

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Annaspare. Respirare diventa faticoso quando un (il) desiderio sollecita i sensi senza alcuna possibilità di essere appagato; annaspando, il cuore si affatica (alla lunga, irrimediabilmente).

Aritmia. I componenti di una relazione possono vivere la relazione stessa in modi anche affatto diversi, nel senso della qualità e della quantità. Prenderne atto, anche quando lo si è sempre saputo, genera come minimo delle aritmie.

Atri. Generosi, come pompe elargiscono a mani piene, quasi distrattamente, molto più di quanto non gli sia chiesto. Non si accorgono che servono delicatezza e misura, anche quando si regala. Perchè è opportuno usare delicatezza verso colui che riceve un dono senza averlo chiesto, e verso se stessi, affinchè l’impegno emotivo non diventi insostenibile.

Camere. Il cuore è spartito internamente da camere. Tale spartizione può essere iniqua. Nel tentativo troppo disordinato di cercare il bene, si può far del male. Non si ama chi ci ama davvero, e viceversa; si sprecano energie e sentimenti verso persone che non ci amano.

Fibrillazione. L’attesa, l’assenza di comprensione, la lontananza fisica e gli equivoci che ne derivano, generano stati emotivi alterati e amplificazioni delle sensazioni e dei sentimenti.

Infrangersi. I cuori si in-frangono, ovvero si frangono dall’interno, da soli (talvolta l’oggetto del sentimento non ne è al corrente oppure non se ne accorge).

Paura. La causa più frequente dei sentimenti amorosi inespressi. Non si teme l’altro, si teme il proprio io innamorato.

Sensibilità.  Un gesto dettato anche solo da gentilezza o umanità occasionale, per l’altro può significare molto e innescare il presentarsi di sentimenti reali, ingombranti.

Sfinimento. I sogni possono sfinire il sognatore, ma non finire essi stessi. Sostengono il peso dell’emotività e lo esprimono; al di fuori dei sogni quel peso, amplificato in fase onirica, spesso risulta insostenibile.

Ventricoli. Assetati, si innamorano perdutamente e chiedono molto più di quanto non possano trattenere.

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Chi vuol aggiungere qualcosa? Inserite i vostri commenti, con i quali integrerò questo post.

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(Pallidissima imitazione di Barthes, naturalmente)

 

 

 

 

All’ombra

25 gennaio 2015

Cartier-Bresson, Ahmedabad

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Le ombre sono un po’ come i sogni.

Ci seguono imperterrite.

Rivelano la realtà e sono in grado di nasconderla, se vogliono.

Ci aiutano a vivere, a sopravvivere, e anche a dormire, come l’uomo all’ombra del tempio immortalato da Cartier-Bresson.

E allora di che natura siano ci importa poco!

Esse sono copia impalpabile della realtà: vere e inafferrabili, generose e piene di mistero.

(Come forse noi stessi vorremmo sentirci. Almeno ogni tanto).

Per quanto le ombre possano essere ricondotte alle semplici leggi dell’ottica, ci sarà sempre qualcosa di sfuggente nel loro aspetto. Esse fanno parte del nostro ambiente, ma appaiono e scompaiono alla vista, sono effimere e mutevoli, come può aver sperimentato qualsiasi pittore che abbia tentato di registrare la loro presenza sulla tela. (…) Noi tendiamo a concepire il mondo come stabile, anche se siamo consapevoli della molteplicità di circostanze che possono influenzare il modo in cui ci appaiono le cose; ma attribuiamo comunque al colore o alla struttura delle superfici caratteristiche di stabilità che permangano anche al di là della mutevolezza delle immagini. Diversamente accade con le ombre, perchè esse non fanno parte del mondo reale; non possiamo toccarle o afferrarle e anche nel linguaggio corrente ricorriamo spesso alla metafora dell’ombra per descrivere qualcosa di irreale. (…)

E. H. Gombrich, Ombre

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Curve dell’estasi

19 gennaio 2015

Mirò, Ballerina II 1925

C’è una curva che influisce pesantemente sulla nostra contingenza nel modo altrettanto subdolo e inevitabile dello Spazio-tempo: è la curva dell’Attenzione.  E non riguarda solo i piccoli discenti, magari seienni, alle prese con la decifrazione della lavagna e le prime nostalgie dei giochi: infatti anche gli adulti, magari docenti, avvezzi da tempo a concentrarsi su un lavoro abbastanza concettuale e a dimenticarsi del resto, ne vivono la stessa parabola!

Eseguire cinque delle Variazioni Goldberg, non delle più difficili, è un compito naturale, consueto. Ma ammettiamo di non averle ristudiate di recente: servirà qualche lettura per riportarle ad una veste coerente. Ben venga, perchè l’impegno di oggi mi ha richiesto di suonarne ognuna ripetendola svariate decine di volte, mentre alcuni gruppi di danzatori componevano su quelle note brevi idee coreografiche! Dunque, succederà che le prime cinque-otto ripetizioni serviranno per ricordarmi tutte le soluzioni ai passaggi difficili (scambi di voce tra le mani, diteggiature). Le successive dieci vedranno il risorgere dell’Idea interpretativa, che andrà mutando e perfezionandosi: la sonorità migliora e si chiariscono definitivamente le idee sul fraseggio. La fase dopo è quella del galleggiamento! Sugli allori, intendo. L’Interpretazione veleggia, sono Gould risorto, temporaneamente prestato a Tersicore: che ci faccio qui? Ma ecco che, appena raggiunta questa estasi sonora, qualcosa vacilla. Qua e là comincio a sbagliare le note. Le ultime venti ripetizioni sono scorrevoli, potrei quasi distrarmi e pensare ad altro mentre le mie mani offrono la musica del Kantor su un piatto d’argento: infatti mi distraggo, e i passaggi, quelli là che avevo risolto all’inizio, verso la fine si ingarbugliano di nuovo. Anzi, sbaglio anche dei passaggi facili, sfuggo tasti che stanno sotto alle dita e devo concentrarmi molto di più per costringermi ad arrivare in fondo ai brani! La parabola discendente è cominciata. D’altronde le variazioni sono concepite per essere eseguite una volta sola, a parte i ritornelli….

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Fluttuando (a Natale)

24 dicembre 2014
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Cristoforetti4

Vorrei dedicare la pagina di oggi a una donna che in questo momento porta letteralmente in altissimo il nome della nostra patria da più parti sfregiata e che soprattutto rappresenta il versante femminile dell’umanità sul proscenio della sfida più grandiosa del genere umano: l’esplorazione dell’Universo. Mi riferisco a Samantha Cristoforetti, che da un mese è parte dell’equipaggio della ISS con un ruolo di responsabilità, e che passa più o meno sulla nostra testa quattro volte al giorno, in orbita intorno alla terra. E’ un’astronauta come tanti altri, diremmo, senonchè è la prima italiana e la seconda europea ad affrontare i 6 mesi di residenza sulla ISS. Visto che si trova lì, non può che trattarsi di una scienziata preparatissima, dall’intelligenza lucida e dalla tempra d’acciaio. Ma le qualità che la rendono un fenomeno all’attenzione di molti appassionati sono la fervida comunicativa e la sensibilità poetica, ironica e intelligente con le quali descrive la propria vita lassù anche nei suoi aspetti più quotidiani, e con le quali sottotitola le meravigliose fotografie della terra che invia copiose attraverso i social network.

Samantha pubblica una foto come questa, e la intitola Simple colors colliding on planet Earth:

Cristoforetti1

Oppure questa: The wind paints with clouds over South America!

Cristoforetti2

Qui non so voi, io ho le vertigini: Turned around to catch a last glimpse of the Mediterranean as we flew on to Egypt

Cristoforetti3

Fin da bambina ho amato l’osservazione del cielo stellato, che oggi riesco a fare anche attraverso telescopi e binocoli amatoriali, e ho sempre immaginato la permanenza nello spazio come un modo per avvicinarsi alle stelle. E’ senz’altro anche così, ma la verità è che lo spettacolo più affascinante visto da lassù è proprio la terra; forse anche per la nostalgia, il legame che si fa più forte quando si è lontani; forse perchè l’osservazione dello spazio profondo, anche dagli oblò della ISS, richiede una strumentazione adeguata (penso soprattutto alle fotografie). Così quando si affacciano verso la terra, da tanto lontano ma abbastanza vicino per riconoscere gli ambienti e le città, gli occhi rimangono come intrappolati dalla meraviglia: per i colori, per la sorprendente varietà degli scenari e per il senso di familiarità che sembra incredibile date le dimensioni del nostro pianeta. Immagino il cuore degli astronauti pulsare più forte, fluttuando nell’assenza di gravità ancor di più per l’emozione. E il merito di questa donna è metterne a parte anche noi con generosità. Grazie! Continua così. Buon Natale Fluttuante, Samantha.

Biografia.

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Corpus meo anima mea

21 dicembre 2014
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dalì le rose sanguinanti

Quando ti riconosci come parte di un corpo è un po’ come se rinascessi. All’improvviso acquisisci la consapevolezza di nuove articolazioni e muscoli, e sperimenti insolite sensazioni tattili e uditive. Non è che tu sia più abile di prima, ma è come se possedessi altre mani con cui puoi afferrare, né hai un udito più fine, ma è come se sentissi con altre orecchie.  Certo, la testa è solo la tua testa, e anche il cuore è solo il tuo cuore. Ma la sensibilità di questo nuovo più grande corpo ti coinvolge: avverti sensazioni che non avresti considerato tue, fibrillano i tuoi nervi sollecitati da nervi altri; e queste esotiche emozioni influenzano i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti.

Se tante teste sono in un corpo e tanti cuori, puoi ritrovarti a vivere all’interno di scenari che non avresti voluto, pur avendo scelto di abitare in quel corpo, perchè cacciare la testa sotto la sabbia non vuoi più. Succede infatti che tu venga travolto dal bene e dal male provenienti dall’esterno. E succede che per empatia ti trovi a condividere sentimenti che non sarebbero i tuoi.

Il mio malessere dipende anzitutto da questo, e cioè che ho l’impressione di toccare con mano qualcosa di vischioso e sporco, che è una forma di odio, di malvagità potente, che minaccia l’integrità e l’identità di qualcosa che noi amiamo. Ha toccato anche me e nel mio pessimismo sento tutta la pericolosità delle sue trame e ne temo l’invincibilità. Ma c’è anche un’altra forma di malevolenza che mi ha toccato, ed è quella di risposta, nata nel grembo di questo corpo. L’odio vero è qualcosa di terribile e credo di non averlo mai provato davvero: in questo frangente sento ostilità profonda e rabbia ma non so detestare con quella prorompenza grave e sanguigna, che va dentro al cervello e al cuore. Penso anche che bisogna stare attenti, perchè il disprezzo, quello così vischioso, è cancerogeno. E quella forma di odio non è cosa mia anche perchè è cieca, o almeno, ci vede male: non riconosce le sfumature, e se le scorge non la interessano. Ammette solo due contrapposte categorie: o sei con me o sei fuori. E’ la filosofia manichea dei rivoluzionari, che restano necessariamente un po’ bambini, ma poi odiano come solo degli adulti pensanti sono in grado di fare. Se per le mie convinzioni mi trovassi al di fuori di questo corpo, senza necessariamente condannarne a morte i componenti, fuggirei ancora più lontano, allontanata da un atteggiamento di rigido rifiuto e spaventata dall’idea di condividerne anche solo una parte delle convinzioni.

E’ per questo che in questo corpo soffro due volte. Una per i dolori che sta vivendo e accomunano tutte le sue parti, una per questa inclinazione che mi è estranea e non avrei voluto nemmeno conoscere.

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I gioielli della bisnonna

12 dicembre 2014

H. Bosch, Inferno

Eccoci. Ci sentiamo offesi e degradati dall’incuranza delle istituzioni che ci governano. Anzitutto perchè si lasciano influenzare e manovrare da una rete politica avulsa da tutto ciò che a noi interessa (ovvero l’arte e la sua didattica) e che, come un dòmino, rincorre chissà quali favori. In secondo luogo perchè esse commettono errori, imperdonabili in quanto dovuti alla cieca indifferenza; come se non sapessero che noi esistiamo e lavoriamo e sogniamo, chiediamo, progettiamo. E’ pur vero che noi siamo una piccola quanto maledettamente unica entità, sommersa da un mare di entità forse meglio classificabili, e ci occupiamo di cose artistiche, per giunta della specie notoriamente più frivola. Quindi possiamo esser buoni come merce di scambio, il cui valore quelle istituzioni non sono in grado di definire; si può forse soppesare come fa il debitore che, incerto, porta al monte dei pegni un gioiello della bisnonna.

Per noi, tuttavia, non ci sarà un buon riscatto. I compratori non ci amano! I compratori veri, dico: quelli che agiscono nell’oscurità, che finora sono stati nominati soltanto sottovoce (sottovoce, proprio così! e non ho capito come mai. Perchè non si può dire? Ne va dell’incolumità di qualcuno? E’ una mossa sbagliata mostrare che lo sappiamo?  Ma noi sappiamo quasi tutto. Il disegno è chiaro, e si legge sempre meglio, persino tornando indietro di un paio d’anni, e più…). C’è un’esigua minoranza tra noi, che sostiene i Compratori, quelli là. Li sostiene, diciamo, indirettamente; cavalca quella linea per una sorta di vocazione ad opporsi contro la maggioranza, e in definitiva non mi è chiaro quale sia, per queste persone, il guadagno. Forse cercano l’affermazione di sé così, sul filo della tensione, gustando la lacerazione come un nettare prelibato, l’esclusione/emarginazione (a vita! ve lo giuriamo) come una condizione di vita necessaria, l’eterna polemica come segnale della propria superiorità culturale e morale; e per questi onesti obiettivi, non esitano a gettare nel fango ideali per i quali avevano lottato fino a un momento fa. Sotto questo travestimento, e protetti dal potere quello sì ineffabile dei compratori, sono temibili. Forse anche invincibili, sul piano pratico; e lo sappiamo, tutti. Proprio questo ci tormenta: che si tratti di una lotta assurdamente impari.

Eccoci. Ci sentiamo morsi dalla rabbia. E’ un morso più interiore che esteriore, vorrei dire, poiché la maggior parte di noi ha paura di sbagliare, teme la lotta sanguinosa, la ritiene inutile, pretende di comportarsi in modo impeccabile perchè il nemico e alcuni suoi burattini influenzabili non possano approfittare di un nostro errore. Non vogliamo perdere, non possiamo davvero tacere, vorremmo urlare ma non essere sentiti da tutti. La rabbia tuona dentro di noi, è palpabile, l’aria è soffocante: non riusciremo ad agire irreprensibilmente.

L’unità di questo corpo docente è una realtà non appagante per me, perchè conquistata attraverso un corpo dolente. In più, io ho visto troppi voltafaccia e cambi di colore negli ultimi anni, anche tra di noi. Sono forse ancora più sconfortata immaginando che qualcuno si consolerà in fretta e troverà i propri vantaggi; d’altronde, devo essere magnanima: l’opportunismo è il sale della terra (ovvero è la moneta più forte), mentre i duri e puri hanno da sempre avuto poca fortuna.

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Per approfondire: QUI.

Solitudine

29 ottobre 2014

spazio profondo

Osservavo il mappamondo illuminato accanto al lettino di mia figlia, riflettendo sull’inclinazione dell’asse terrestre, su quanto la vita umana dipenda da essa, e su come quell’inclinazione e la distanza dal Sole abbiano raggiunto un equilibrio miracoloso che ci consente di sopravvivere. Una distanza ideale, che è una ridicola misura raffrontata con i parametri dell’universo.

Così, per la prima volta ho avvertito un’ineffabile sensazione di solitudine al pensiero della nostra umanità al cospetto di un universo totalmente disabitato. Ho subito tentato di aggrapparmi alle solite note certezze, rassicurandomi con i numeri: miliardi di galassie, centinaia di milioni di stelle per galassia, decine di pianeti per stella, una qualche forma di vita avrà pur attecchito da qualche parte.

Ma invero non so quale importanza possa davvero rivestire la presenza di qualche altra forma di vita con la quale molto difficilmente la nostra civiltà verrebbe mai a contatto: siamo condannati a galleggiare nell’immensità. Non so quindi come mai l’immagine di quella solitudine mi ha incusso tanta angoscia; forse perchè era correlata al pensiero se siamo soli allora Dio non esiste.  Perchè secondo la logica (dei numeri) non dovremmo essere soli, e l’universo pensato da Dio non può che essere logico.

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