Torrido suolo ritrovato
Fa un sole su questi bricchi, un riverbero di grillaia e di tufi che mi ero dimenticato. Qui il caldo più che scendere dal cielo esce da sotto – dalla terra, dal fondo tra le viti che sembra si sia mangiato ogni verde per andare tutto in tralcio. E’ un caldo che mi piace, sa un odore: ci sono dentro anch’io a quest’odore, ci sono dentro tante vendemmie e fienagioni e sfogliature, tanti sapori e tante voglie che non sapevo più d’avere addosso. Così mi piace uscire dall’Angelo e tener d’occhio le campagne; quasi quasi vorrei non aver fatto la mia vita, poterla cambiare; dar ragione alle ciance di quelli che mi vedono passare (…).
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Da Cesare Pavese, La luna e i falò (1950)
§
Ogni vita
Each Life converges to some Centre –
Expressed – or still –
Exists in every Human Nature
A Goal –Admitted scarcely to itself – it may be –
Too fair
For Credibility’s temerity
To dare –Adored with caution – as a Brittle Heaven –
To reach
Were hopeless, as the Rainbow’s Raiment
To touch –Yet persevered toward – surer – for the Distance –
How high –
Unto the Saints’ slow diligence –
The Sky –Ungained – it may be – in a Life’s low Venture –
But then –
Eternity enable the endeavoring
Again.
Emily Dickinson, Poesie
Ogni Vita converge verso qualche Centro –
Espresso – o taciuto –
Esiste in ogni Natura Umana
Una Meta –
Confessata a malapena a se stessi – può essere –
Troppo bella
Perché l’audacia di Crederci
Si avventuri –
Adorata con cautela – come un Fragile Cielo –
Raggiungerla
Sembrerebbe impossibile, come la Veste dell’Arcobaleno
Toccare –
Eppure perseverare al traguardo – più certo – perché Distante –
Quanto alto –
Sulla lenta diligenza dei Santi –
Il Cielo –
Inarrivabile – può essere – nell’umile Avventura della Vita –
Ma poi –
L’Eternità consente di tentare
Ancora.
(Traduzione di G. Ierolli)
§
Chiudere gli occhi
La testa sopra un cuscino
morbido vorrei poggiare e chiudere
gli occhi una volta ancora, almeno.
E sprofondare in una specie
d’oblio vivo, fremente di piaceri
inenarrabili, di sorprese
che superano il mio confine;
E assaggiare l’inconosciuto senso
della quiete, dove è permesso
non vigilare. E cullare
il mio sangue che scorre quieto
nell’attesa di impennarsi, allegro.
Una volta sola, prima di riaprire
i miei occhi per sempre. Non è
una dolce morte, ma una lieve
pausa gonfia
di miele, di gocce
d’oro e d’incenso.
§
Acqua
Percorrevo a piedi le strade all’ombra dei palazzi dalle pesanti architetture barocche, grigie e gialle, tutta la città era grigia e gialla e ocra ed era fatta di stretti vicoli e angoli incerti e retri dei cortili pieni di polvere. Ma quel giorno ogni cosa appariva smagliante per la pioggia. I contorni delle fontane e dei parapetti in pietra si stagliavano nitidi e lucidi apparivano i ciottoli quadrati: la pioggia cadeva fitta e lavava ogni piccolo canale, ogni interstizio, ogni angolo buio, mentre la luce del cielo bianco di nuvole e luminoso si rifletteva e si specchiava su ogni superficie.
E in mezzo scorreva il fiume, ampio e maestoso, già molto alto. Mi affacciavo al parapetto e notavo le acque salire di livello sempre di più, agitate da piccole onde; acque scure e forse fredde che si alzavano in fretta nascondendo le file di pietre. Mi accorsi presto che non sarei più riuscita a raggiungere la mia meta, a casa mi avrebbero atteso per un tempo indeterminato. Improvviso e inopportuno, un tafferuglio tra uomini mi distrasse e mi costrinse a nascondermi in un androne, perchè in verità si trattava di una vera e propria sparatoria: le pallottole volavano a tagliare l’aria già affilata dalla frescura. Con me altri si ripararono nell’androne. Preoccupati ci affacciavamo sulla strada e le pallottole sfrecciavano quasi sfiorandoci.
Ma ormai l’acqua aveva superato il bordo e sommergeva la riva. Le piccole increspature della superficie divennero una grande liscia e placida onda che varcava l’argine e copriva il piano stradale, i bordi del parapetto e s’infilava inesorabile tra i palazzi. Forse non sarebbe cresciuta ancora molto, ma lo era già abbastanza da avvolgere il terreno calpestato dai passi di chi fuggiva e si riparava in zone più alte. Faceva paura, ma non avrebbe ucciso. Era dolce. Avrebbe avvolto, bagnato, intriso persino le pietre. Ogni cosa sarebbe rimasta al suo posto, ma lavata, abbaracciata da quell’acqua scura e buona.
§
Terra e cielo
Muta resta la terra, che non sa
dei suoi grani spersi
il destino
Allora alza gli occhi al cielo
scuro, colmo di lucenti granelli
ovunque dispersi
Come fai tu, cielo? Non senti
nostalgia dei tuoi amati,
scagliati lontano da te?
E il cielo risponde che ama
i suoi granelli ancora e ancora
mentre li guarda andare,
E in quel silenzio sente il respiro
e sogna e sa
che muta l’ordine delle cose
ma esse non mutano
§
Pensierini su di noi
Avete mai ascoltato una musica che proviene da dietro una porta, quando al di là c’è una classe di danza con un pianista che sta suonando? Ebbene, sappiate che si tratta di musica funzionale, in tempo reale e che in molti casi è originale. Ditemi, dove potete trovare nel nostro tempo altra musica con queste caratteristiche (funzionale, in tempo reale, originale)? Sappiate inoltre che gli autori di queste musiche sono dei tipi piuttosto strani.
Qualcuno è specializzato nel repertorio di musica leggera e infila una canzone dietro l’altra, altri propongono Bach e i grandi classici. Tutti improvvisano con passione, e si ripetono: tornano sui propri modelli armonici, sui propri vizi (certi arpeggi, certi stili di accompagnamento nella sinistra, certe preparazioni all’esercizio), e così ognuno è riconoscibile. Per alcuni pianisti, vizi e virtù coincidono. C’è chi improvvisa su un percorso armonico che si sviluppa continuamente attraverso cadenze evitate: è una strada che non sceglierei, ma anche uno stile improvvisativo convincente. Ce n’è uno che suona tutto piano o pianissimo, quasi senza pedale di risonanza, e ogni tanto (di solito sulla prima nota) produce degli accenti fortissimi (gli addetti ai lavori hanno già capito di chi sto scrivendo). Così, se c’è un ballerino che sta per addormentarsi o è semplicemente depresso, si sveglia e si dà da fare nell’imminente esercizio – salvo poi accasciarsi di nuovo appena finita la musica. Io trovo fastidioso questo saliscendi dinamico, ma non sono io che devo danzare: può darsi invece che l’espediente funzioni.
(Al contrario, uno dei rischi maggiori dovuti alla routine è che i pianisti della danza suonino quasi tutto forte, lascino giù il pedale destro tirandolo su solo alla fine della sbarra e non si rendano conto di quanto siano noiosi).
Che tipi sono?
Foto di gruppo. Un marinaio col sigaro (in inverno), uno sportivo in tuta da jogging (estate e inverno), una signora in abito da sera: ecco alcuni di loro. Ce n’è uno che porta sempre con sé una fantomatica valigetta. Un altro non si fida delle abitudini igieniche dei suoi colleghi e pulisce ogni volta la tastiera prima di suonare. Una collega va in giro con un cuscino, perchè i pianoforti sono alti e le sedie sono basse. Un altro di noi, invece, non c’è mai, quindi non so come suoni. C’è chi cammina come un ariete sbuffando e chi è noto per la sua abitudine di stare al telefono, sempre (avrà l’orecchio surriscaldato oltrechè assoluto); ma non è il solo a riporre gelosamente quell’oggetto sul leggio, per controllarlo in modo convulso anche mentre suona. Un altro, mentre aspetta che i danzatori si preparino, suona tutto il suo repertorio a memoria con la sordina. Alcuni non riescono proprio a star fermi! Devono SEMPRE suonare. Mentre aspettano pasticciano, suonano boogie-woogie, fanno le scale, eseguono cose difficilissime di Bach, suonicchiano canzoni – e intanto chiacchierano. E’ che sono dei veri intrattenitori. O dei veri pianisti. E specialmente gli intrattenitori sono bravissimi a chiacchierare anche mentre suonano, cosa che a me non riesce. Se sto improvvisando, infatti, perdo immediatamente il filo del discorso musicale; se sto suonando a memoria, anche.
E io? Abbasso lo sgabello al minimo, ordino ogni cosa intorno a me in modo assolutamente preciso, suonicchio solo raramente perchè a me non porta bene (meno suono meglio è), cerco di non pensare, non vedo l’ora di iniziare, ascolto il vicino di sala che suona e cerco di indovinare chi sia (e indovino sempre).
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All’ombra
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Le ombre sono un po’ come i sogni.
Ci seguono imperterrite.
Rivelano la realtà e sono in grado di nasconderla, se vogliono.
Ci aiutano a vivere, a sopravvivere, e anche a dormire, come l’uomo all’ombra del tempio immortalato da Cartier-Bresson.
E allora di che natura siano ci importa poco!
Esse sono copia impalpabile della realtà: vere e inafferrabili, generose e piene di mistero.
(Come forse noi stessi vorremmo sentirci. Almeno ogni tanto).
Per quanto le ombre possano essere ricondotte alle semplici leggi dell’ottica, ci sarà sempre qualcosa di sfuggente nel loro aspetto. Esse fanno parte del nostro ambiente, ma appaiono e scompaiono alla vista, sono effimere e mutevoli, come può aver sperimentato qualsiasi pittore che abbia tentato di registrare la loro presenza sulla tela. (…) Noi tendiamo a concepire il mondo come stabile, anche se siamo consapevoli della molteplicità di circostanze che possono influenzare il modo in cui ci appaiono le cose; ma attribuiamo comunque al colore o alla struttura delle superfici caratteristiche di stabilità che permangano anche al di là della mutevolezza delle immagini. Diversamente accade con le ombre, perchè esse non fanno parte del mondo reale; non possiamo toccarle o afferrarle e anche nel linguaggio corrente ricorriamo spesso alla metafora dell’ombra per descrivere qualcosa di irreale. (…)
E. H. Gombrich, Ombre
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Curve dell’estasi
C’è una curva che influisce pesantemente sulla nostra contingenza nel modo altrettanto subdolo e inevitabile dello Spazio-tempo: è la curva dell’Attenzione. E non riguarda solo i piccoli discenti, magari seienni, alle prese con la decifrazione della lavagna e le prime nostalgie dei giochi: infatti anche gli adulti, magari docenti, avvezzi da tempo a concentrarsi su un lavoro abbastanza concettuale e a dimenticarsi del resto, ne vivono la stessa parabola!
Eseguire cinque delle Variazioni Goldberg, non delle più difficili, è un compito naturale, consueto. Ma ammettiamo di non averle ristudiate di recente: servirà qualche lettura per riportarle ad una veste coerente. Ben venga, perchè l’impegno di oggi mi ha richiesto di suonarne ognuna ripetendola svariate decine di volte, mentre alcuni gruppi di danzatori componevano su quelle note brevi idee coreografiche! Dunque, succederà che le prime cinque-otto ripetizioni serviranno per ricordarmi tutte le soluzioni ai passaggi difficili (scambi di voce tra le mani, diteggiature). Le successive dieci vedranno il risorgere dell’Idea interpretativa, che andrà mutando e perfezionandosi: la sonorità migliora e si chiariscono definitivamente le idee sul fraseggio. La fase dopo è quella del galleggiamento! Sugli allori, intendo. L’Interpretazione veleggia, sono Gould risorto, temporaneamente prestato a Tersicore: che ci faccio qui? Ma ecco che, appena raggiunta questa estasi sonora, qualcosa vacilla. Qua e là comincio a sbagliare le note. Le ultime venti ripetizioni sono scorrevoli, potrei quasi distrarmi e pensare ad altro mentre le mie mani offrono la musica del Kantor su un piatto d’argento: infatti mi distraggo, e i passaggi, quelli là che avevo risolto all’inizio, verso la fine si ingarbugliano di nuovo. Anzi, sbaglio anche dei passaggi facili, sfuggo tasti che stanno sotto alle dita e devo concentrarmi molto di più per costringermi ad arrivare in fondo ai brani! La parabola discendente è cominciata. D’altronde le variazioni sono concepite per essere eseguite una volta sola, a parte i ritornelli….
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Fluttuando (a Natale)
Vorrei dedicare la pagina di oggi a una donna che in questo momento porta letteralmente in altissimo il nome della nostra patria da più parti sfregiata e che soprattutto rappresenta il versante femminile dell’umanità sul proscenio della sfida più grandiosa del genere umano: l’esplorazione dell’Universo. Mi riferisco a Samantha Cristoforetti, che da un mese è parte dell’equipaggio della ISS con un ruolo di responsabilità, e che passa più o meno sulla nostra testa quattro volte al giorno, in orbita intorno alla terra. E’ un’astronauta come tanti altri, diremmo, senonchè è la prima italiana e la seconda europea ad affrontare i 6 mesi di residenza sulla ISS. Visto che si trova lì, non può che trattarsi di una scienziata preparatissima, dall’intelligenza lucida e dalla tempra d’acciaio. Ma le qualità che la rendono un fenomeno all’attenzione di molti appassionati sono la fervida comunicativa e la sensibilità poetica, ironica e intelligente con le quali descrive la propria vita lassù anche nei suoi aspetti più quotidiani, e con le quali sottotitola le meravigliose fotografie della terra che invia copiose attraverso i social network.
Samantha pubblica una foto come questa, e la intitola Simple colors colliding on planet Earth:
Oppure questa: The wind paints with clouds over South America!
Qui non so voi, io ho le vertigini: Turned around to catch a last glimpse of the Mediterranean as we flew on to Egypt
Fin da bambina ho amato l’osservazione del cielo stellato, che oggi riesco a fare anche attraverso telescopi e binocoli amatoriali, e ho sempre immaginato la permanenza nello spazio come un modo per avvicinarsi alle stelle. E’ senz’altro anche così, ma la verità è che lo spettacolo più affascinante visto da lassù è proprio la terra; forse anche per la nostalgia, il legame che si fa più forte quando si è lontani; forse perchè l’osservazione dello spazio profondo, anche dagli oblò della ISS, richiede una strumentazione adeguata (penso soprattutto alle fotografie). Così quando si affacciano verso la terra, da tanto lontano ma abbastanza vicino per riconoscere gli ambienti e le città, gli occhi rimangono come intrappolati dalla meraviglia: per i colori, per la sorprendente varietà degli scenari e per il senso di familiarità che sembra incredibile date le dimensioni del nostro pianeta. Immagino il cuore degli astronauti pulsare più forte, fluttuando nell’assenza di gravità ancor di più per l’emozione. E il merito di questa donna è metterne a parte anche noi con generosità. Grazie! Continua così. Buon Natale Fluttuante, Samantha.
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