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Le teche del Conte Hartig

21 settembre 2015

Le teche del Conte Hartig - ph. Runcini

La metamorfosi del baco in farfalla costituisce uno dei tòpoi del teatro e naturalmente anche della coreografia, di solito proposta nel suo significato più comune di superamento o raggiungimento di un obiettivo di grado superiore nell’evoluzione di un individuo, di una specie o di un’idea. Nella prima parte dello spettacolo di Cristina Caponera Le teche del conte Hartig la rappresentazione della metamorfosi era ospitata dallo spazio insolito e grezzo del Mulino Costantini di Ferentillo. Sebbene luogo ed atmosfera fossero suggestivi (anche perchè avvolti da una notte stellatissima, rischiarata soltanto dal lume delle candele) questa parte non mi ha colpito quanto la successiva, che si svolgeva invece intorno ad una vecchia chiesa del paesino di Castellone Basso. Il pubblico ha raggiunto la seconda location in una breve passeggiata sotto le stelle, appunto a lume di candela, e devo riconoscere che è stato impossibile non accogliere l’invito iniziale a lasciarsi avvolgere dal luogo, dai suoi profumi e colori -non si poteva infatti rimanere indifferenti a quella frescura, a quel buio fermo e pulito, alla nitidezza della volta. A ridosso del muro della chiesetta, le farfalle hanno danzato la loro nascita e poi i loro ultimi frulli d’ali prima di essere imprigionate nelle teche dal Conte Hartig, un feticista delle farfalle che, come ogni collezionista, le inseguiva per possederle e infine ammirarle chiuse nelle teche. Nell’invenzione assai convincente dei riquadri (teche) sospesi entro i quali danzano le farfalle c’era forse l’intenzione di rappresentarle sotto una luce edonistica, come fossero oggetti del desiderio finalmente conquistati che, anche racchiusi lì dentro, conservano il passato splendore fino a saperlo rievocare in modo dinamico. Eppure, personalmente ne ho colto l’aspetto (per forza presente) drammatico, e quella danza mi pareva più una sequenza di gesti disperati e soffocati di animali imprigionati, che rivelano tutto l’inganno nascosto dietro la smania di possesso propria di un collezionista: ovvero l’impossibilità di possedere degli animali vivi e liberi – l’insensatezza del concetto di possesso riguardo a qualsivoglia oggetto del desiderio.

LetechedelConteHartig-ph.RunciniQuesta riflessione sul desiderio e il possesso mi ha accompagnato anche dopo la performance, nel momento in cui quell’incredibile cielo ci ha regalato una stella che precipitava luminosissima verso di noi, per poi spezzarsi in due frammenti ancora più luminosi e infine spegnersi spargendo ovunque scintille: uno spettacolo fuori programma… Inutile dire che ero naturalmente troppo sorpresa e incantata per riuscire ad esprimere in tempo un qualsiasi desiderio (non ne trovavo uno all’altezza dello spettacolo).

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Le teche del conte Hartig, coreografia di Cristina Caponera, musiche di Marco Melia. Danzatrici: Federica Cucinotta, Claudia Fumato, Denise Patané. Per Ferentillo e le residenze d’arte – Le relazioni armoniche. Ferentillo, Castellone Basso, 12 settembre 2015.

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Follia

15 settembre 2015

Follia-patrick-mcgrath-recensione-libro

Quando non si riesce più a definire se la follia che si avverte in una relazione tra due persone è la propria o l’altrui, è il momento giusto per allontanarsene il più possibile. Anzi, l’ultimo momento: aspettare ancora significa varcare una soglia dalla quale sempre più difficilmente si potrà uscire. Il senso di conservazione farà così. Il senso di autoaffermazione, dal canto suo, ci racconterà che la follia era l’altrui e che noi eravamo plagiati, condotti da fili più forti e abili dei nostri che si appoggiavano sulla nostra debolezza, temporanea o permanente. E chissà se avevamo ragione (se esiste poi, una ragione, una spiegazione univoca). Forse la spiegazione è sempre quella banalmente intermedia fra le due? No, può anche trovarsi da una parte sola, ma è sempre più complessa di quanto non si voglia ammettere, e la complessità, si sa, rivela sempre degli aspetti contrari a quell’evidenza che sola sappiamo riconoscere nella rappresentazione di noi stessi, e così la ignoriamo, e preferiamo le spiegazioni manichee (e non mi riferisco agli errori di manovra…ma alla sostanza del contendere). Comunque, se avevamo in gran parte torto ed era quindi nostra la follia che ci mostrava la realtà come non era, tanto più dovremo allontanarcene. Se era radicata in noi (e non occasionale), riemergerà quanto prima, e la riaffronteremo; ma almeno non rischieremo ancora di nuocere all’altro – e a noi stessi. Se invece quella follia non era affatto in noi ed è stata l’altra parte ad indurci a crederlo – e lo abbiamo creduto per insicurezza e confusione – allora è un’altra questione: in questo caso si tratta di un sintomo di altrui follia e di patologico egoismo, da cui evidentemente ci si deve allontanare.

C’è chi decide persino di morire, di finire se stesso consegnando ad una (un’altra) mente folle la propria identità – come Stella nel romanzo (vecchio best seller) di McGrath. Stella però, in cambio, guadagna una specie di libertà, l’unica che è in grado di concepire. Una libertà che conquista attraverso un processo di distorsione della realtà: un radicale annullamento di se stessa, una definitiva negazione di tutto ciò che ha scelto ed è stata – e quindi è. In questa vicenda la follia diventa un fine cui tendere – non è uno stato della mente a priori, è un modo, infine impossibile per chi non è realmente folle, di cercare l’oblio da se stessi. E appunto, lei non ci riesce: se non decidendo di farsi fuori.

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L’incontro fatale

8 settembre 2015

Chagall_coppia_di_amanti_con_gallo

In quella baraonda di gente nuova ho stretto conoscenza con decine di persone, alcune delle quali mi hanno colpito più di altre. Invecchiando mi pare di aver affinato le antenne: capisco subito se sussiste una qualche empatia, ma talvolta mi succede di avvertire inizialmente un’estraneità che poi per fortuna scompare, perchè col trascorrere delle occasioni di condivisione l’affabilità del mio interlocutore riesce a superare la mia anche involontaria diffidenza. L’incontro più avvincente poteva essere quello con la star di turno, ma non è stato questo il caso: un carisma troppo algido, umanamente distaccato e professionalmente poco interessante. Avrebbe potuto colpirmi l’incontro con gli sguardi giovani e anche ardenti d’imparare, di fare; ma non è stato nemmeno questo. Eppure di personaggi speciali ce n’erano: il vecchio gentleman, l’aspra donna in nero, il magnifico rampollo, la Gradisca local, il fidanzato intellettuale, tate, amici, aiutanti, uomini di fatica burberi e solleciti… una moltitudine di persone gradevoli e ospitali. E nessuno di loro che ci volesse guadagnare, ad essere se stesso: erano, e basta; affabili e socievoli quanto sapevano essere. Per questo, alcuni non li dimenticherò. Ma un incontro mi ha colpito al cuore, in senso buono, più di ogni altro. Lui mi aspettava sul palco, come sempre in questi casi, un po’ appartato: era come se attendesse proprio me, solo me che invece, dall’emozione, non sapevo quasi come affrontarlo. Ci è voluto del tempo per trovare l’inclinazione ideale, la luce giusta. …Era di quel genere che ti pare di conoscerlo, una voce interiore ti racconta che ti è familiare, che lo hai già conosciuto, ma in verità non sai come sarà, non lo puoi sapere: ogni volta è diverso. Ogni voce è unica, e la sua era una voce bellissima, che riempiva tutto il teatro correndo veloce sui velluti e sulle decorazioni dei palchi, una voce duttile, plasmabile e affascinante. Suadente e non priva di brillantezza, potevo gestirla con facilità, senza affaticarmi. E sperimentare sfumature quasi dimenticate, accontonate dall’esercizio della consuetudine. Quella voce mi dava la realistica sensazione di offrire un piccolo concerto ogni volta; mi faceva credere che ogni mia breve, funzionale creazione fosse un brano a sé e la vestiva di nobiltà. Perciò mi costringeva all’attenzione, a meritarmi in ogni momento l’inattesa fortuna di quell’incontro. Maestoso e lucente, affidabile e leale compagno di avventura, quello Steinway mi ha sollevato, portandomi in alto con sé, al di sopra della imprevedibile instabilità che pervade tanti rapporti umani.

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steinway1

 

Torrido suolo ritrovato

30 luglio 2015
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G. Luxardo, Vendemmia

Fa un sole su questi bricchi, un riverbero di grillaia e di tufi che mi ero dimenticato. Qui il caldo più che scendere dal cielo esce da sotto – dalla terra, dal fondo tra le viti che sembra si sia mangiato ogni verde per andare tutto in tralcio. E’ un caldo che mi piace, sa un odore: ci sono dentro anch’io a quest’odore, ci sono dentro tante vendemmie e fienagioni e sfogliature, tanti sapori e tante voglie che non sapevo più d’avere addosso. Così mi piace uscire dall’Angelo e tener d’occhio le campagne; quasi quasi vorrei non aver fatto la mia vita, poterla cambiare; dar ragione alle ciance di quelli che mi vedono passare (…).

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Da Cesare Pavese, La luna e i falò (1950)

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Ogni vita

9 giugno 2015

tiziano, donna allo specchio PART.

Each Life converges to some Centre –
Expressed – or still –
Exists in every Human Nature
A Goal –

Admitted scarcely to itself – it may be –
Too fair
For Credibility’s temerity
To dare –

Adored with caution – as a Brittle Heaven –
To reach
Were hopeless, as the Rainbow’s Raiment
To touch –

Yet persevered toward – surer – for the Distance –
How high –
Unto the Saints’ slow diligence –
The Sky –

Ungained – it may be – in a Life’s low Venture –
But then –
Eternity enable the endeavoring
Again.

Emily Dickinson, Poesie


 

Ogni Vita converge verso qualche Centro –
Espresso – o taciuto –
Esiste in ogni Natura Umana
Una Meta –

Confessata a malapena a se stessi – può essere –
Troppo bella
Perché l’audacia di Crederci
Si avventuri –

Adorata con cautela – come un Fragile Cielo –
Raggiungerla
Sembrerebbe impossibile, come la Veste dell’Arcobaleno
Toccare –

Eppure perseverare al traguardo – più certo – perché Distante –
Quanto alto –
Sulla lenta diligenza dei Santi –
Il Cielo –

Inarrivabile – può essere – nell’umile Avventura della Vita –
Ma poi –
L’Eternità consente di tentare
Ancora.

(Traduzione di G. Ierolli)

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Chiudere gli occhi

15 maggio 2015
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La testa sopra un cuscino

morbido vorrei poggiare e chiudere

gli occhi una volta ancora, almeno.

 

E sprofondare in una specie

d’oblio vivo, fremente di piaceri

inenarrabili, di sorprese

che superano il mio confine;

 

E assaggiare l’inconosciuto senso

della quiete, dove è permesso

non vigilare. E cullare

il mio sangue che scorre quieto

nell’attesa di impennarsi, allegro.

 

Una volta sola, prima di riaprire

i miei occhi per sempre. Non è

una dolce morte, ma una lieve

pausa gonfia

di miele, di gocce

d’oro e d’incenso.

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Acqua

20 marzo 2015
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2008-Turner-Ancient-Rome

Percorrevo a piedi le strade all’ombra dei palazzi dalle pesanti architetture barocche, grigie e gialle, tutta la città era grigia e gialla e ocra ed era fatta di stretti vicoli e angoli incerti e retri dei cortili pieni di polvere. Ma quel giorno ogni cosa appariva smagliante per la pioggia. I contorni delle fontane e dei parapetti in pietra si stagliavano nitidi e lucidi apparivano i ciottoli quadrati: la pioggia cadeva fitta e lavava ogni piccolo canale, ogni interstizio, ogni angolo buio, mentre la luce del cielo bianco di nuvole e luminoso si rifletteva e si specchiava su ogni superficie.

E in mezzo scorreva il fiume, ampio e maestoso, già molto alto. Mi affacciavo al parapetto e notavo le acque salire di livello sempre di più, agitate da piccole onde; acque scure e forse fredde che si alzavano in fretta nascondendo le file di pietre. Mi accorsi presto che non sarei più riuscita a raggiungere la mia meta, a casa mi avrebbero atteso per un tempo indeterminato. Improvviso e inopportuno, un tafferuglio tra uomini mi distrasse e mi costrinse a nascondermi in un androne, perchè in verità si trattava di una vera e propria sparatoria:  le pallottole volavano a tagliare l’aria già affilata dalla frescura. Con me altri si ripararono nell’androne. Preoccupati ci affacciavamo sulla strada e le pallottole sfrecciavano quasi sfiorandoci.

Ma ormai l’acqua aveva superato il bordo e sommergeva la riva. Le piccole increspature della superficie divennero una grande liscia  e placida onda che varcava l’argine e copriva il piano stradale, i bordi del parapetto e s’infilava inesorabile tra i palazzi. Forse non sarebbe cresciuta ancora molto, ma lo era già abbastanza da avvolgere il terreno calpestato dai passi di chi fuggiva e si riparava in zone più alte. Faceva paura, ma non avrebbe ucciso. Era dolce. Avrebbe avvolto, bagnato, intriso persino le pietre. Ogni cosa sarebbe rimasta al suo posto, ma lavata, abbaracciata da quell’acqua scura e buona.

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