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Foglie gialle

12 giugno 2011

(…) Si inerpicò tra le montagne. La stagione era cambiata anzitempo, c’erano già alberi spogli, di verdi più nessuno. Trascorse la notte su una cornice di roccia sopra il fiume e fino alla mattina dopo continuò a sentire i fantasmi dei treni di legname, un clicchettio liquido, lunghe manovre e sferragliamenti, il gergo dei vecchi pianali arrugginiti su binari scomparsi da un pezzo. Le prime albe gli diedero quasi la nausea, tant’era il tempo che non ne vedeva da sobrio. Rimase seduto a guardare nella fredda luce grigiastra, mummificato nella sua coperta. Soffiava un vento leggero. Una nuvolaglia imbrattava il cielo a est, virò al viola e al giallo e il sole cominciò ad affacciarsi. Quel silenzio assoluto lo commosse. Si girò per offrire le spalle al tepore. Foglie gialle cadevano ovunque nella foresta e riempivano il fiume, navette occhieggianti, una cascata di lamine dorate impetuose come monetine in una diga. Valuta effimera, sempre nuova. (…)

Cormac McCarthy, Suttree. (Traduzione di Maurizia Balmelli)

 

[Meraviglioso, sorprendente romanzo. Tra i più belli che io abbia mai letto e che rileggerei, subito].

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Come un albero

6 giugno 2011

E’ come stare al riparo nella tana, sentendo arrivare alle narici gli odori della campagna esaltati dalla pioggia. Ogni cosa è ravvivata dalle gocce d’acqua, ogni sasso ogni foglia anche morta, l’aria stessa, persino il pensiero. La pazienza è ravvivata. L’esistere – il respiro – è ravvivato. Mi sento come un albero: che piova, berrò.

Patience – has a quiet Outer –
Patience – Look within –
Is an Insect’s futile forces
Infinites – between –

‘Scaping one – against the Other
Fruitlesser to fling –
Patience – is the Smile’s exertion
Through the quivering –

E. Dickinson, Poesie

[La Pazienza – ha una quieta Esteriorità –
La Pazienza – Guardala dentro –
È un futile Manipolo d’Insetti
Infiniti – insieme –

Sfuggito uno – contro l’Altro
Più infruttuoso gettarsi –
La Pazienza – è l’esercizio del Sorriso
Attraverso il fremito -]

Traduzione di I. Ierolli

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Strano piano

2 giugno 2011

Quando si dice: ma che cesso di pianoforte! O meglio, è un pensiero che suole attraversare la mente dei pianisti, anche i meglio educati, ai quali capitano sotto le mani strumenti malandati – stonati o scordati (nel senso di senza corde). Ma qui è diverso: questo pianoforte è davvero un cesso. E’ infatti un bagno pubblico, progettato nella nobile foggia di pianoforte a coda dotato di sgabello. Succede in Corea.

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Pittore in mostra

24 Maggio 2011

Non è che mi aspettassi granché, ma un vernissage è pur sempre una mostra, di quadri, visitata nel primo giorno di apertura. Esponeva un assai quotato e per me del tutto sconosciuto pittore, nei cui lavori mi sono sforzata invano (ma non troppo)  di trovare qualcosa che mi colpisse o interessasse. In poche parole, uno che fa delle pennellate di giallo vivo il segno di riconoscimento del suo stile; che approfitta del figurativismo per citare senza pudore alcuni dei più grandi del Novecento senza nulla aggiungere di suo; che evita con cura di suggerire un qualunque significato al di sotto del primo strato di colore.

Eppure – o meglio: infatti, uno sfoggio di toilettes degno di una prima in teatro. Ospiti vip: una miss Italia, ad esempio. Le telecamere. E un mucchio di signorine accompagnate da signori eleganti; alcune straniere. E poi, gli artisti. Uno portava un basco, come si addice ad ogni buon pittore da manuale: gli mancava la tavolozza con i colori ancora freschi e sgocciolanti. Infine: i maniaci sessuali. Uno dallo sguardo malato fingeva di non saper chi diavolo fosse l’espositore e lo chiedeva a me, attaccando discorso; l’ho scaricato subito e  lui senza perder tempo si è rivolto alle mie amiche. E il Pittore? Non indossava il basco, ma vestiva come ci si aspetta da un artista, in foggia apparentemente trasandata e fuori moda. Lo stavano intervistando. Molte tele erano già vendute.

(Speravo nelle tartine, ma quelle, niente, non erano previste. Altrimenti, ovvio, sarebbe entrato chiunque).

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Chansons de Bilitis

19 Maggio 2011

Debussy compone le Chansons de Bilitis nel 1897 mettendo in musica, per voce di mezzosoprano e pianoforte, alcuni testi poetici dell’amico e poeta Pierre Louÿs. Torna poi sulla medesima raccolta nel 1901, quando elabora un nuovo ciclo di dodici brani intitolato Les Chansons de Bilitis per voce recitante e gruppo da camera, versione che all’epoca viene messa in scena solo in forma privata e con l’ausilio di quadri viventi.

E’  un periodo fecondo: del 1893 sono il Quatuor à cordes e il Prélude à l’après-midi d’un faune e nello stesso anno comincia a lavorare a Pelléas et Mélisande, che sarà rappresentata per la prima volta nel 1902. Inoltre tra il 1897 e il ‘99 scrive i Nocturnes per coro femminile e orchestra.

Il linguaggio di ispirazione “simbolista” che segna queste chansons si esprime attraverso una raffinata ricerca di sonorità e nuances che anticipano la scrittura delle opere pianistiche più tarde. I percorsi armonici e l’utilizzo di scale esatonali testimoniano l’evoluzione verso il linguaggio impressionistico, impreziosito di tanto in tanto dal tono “aulico” determinato da cadenze e stilemi di matrice classica, facilmente riconoscibili  nel chiaro impianto tonale.

L’omonima raccolta poetica di Pierre Louÿs, pubblicata nel 1894, è di soggetto erotico e ambientazione mitologica-pastorale. L’autore immagina che i poemi siano opera di una donna dell’antica Grecia, dal nome appunto Bilitis, cortigiana e contemporanea di Saffo: in effetti, alcune liriche della raccolta prendono spunto proprio da poesie di Saffo o da altri poemi dello stesso Louÿs, che è considerato ancor oggi un poeta di rilievo – anche  per la scelta di tematiche inusuali al suo tempo.

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Trovate qui il capitolo dedicato alle Chansons de Bilitis – incentrato sul rapporto tra metrica musicale e poetica – tratto dalla tesi Viaggio nell’Europa musicale: il lied tra ‘800 e ‘900. Analisi di alcuni importanti cicli liederistici da Schumann a de Falla che ho presentato all’esame di laurea sostenuto nello scorso settembre.

Invece qui di seguito potete ascoltare l’esecuzione delle medesime da parte del mezzosoprano Irene Molinari e della sottoscritta al pianoforte,  sempre in occasione del mio esame di laurea in Discipline Musicali –  Musica vocale da camera.

 

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Legàmi

14 Maggio 2011

Un legame è come un filo che collega due esistenze – due persone o due stati esistenziali vissuti dallo stesso individuo – e nel tempo può subire due generi di destino: può conservarsi (anche se dimenticato); oppure spezzarsi, anche se spasmodicamente coltivato.

Come racconta Sidi Larbi Cherkaoui nel bellissimo lavoro intitolato Bound, concepito nel suo linguaggio coreografico più rappresentativo, poetico e raffinato insieme,  i legami tra gli esseri umani nascono, seguono un percorso che è loro naturale, si interrompono. Essi sono a loro volta influenzati da vincoli che hanno un’origine più lontana, quelli con il passato, le tradizioni, la cultura di riferimento. Cherkaoui non ci dice niente di nuovo, ma sceglie una forma narrativa che mette in scena le emozioni dando loro corpo, letteralmente: tanto che ogni spettatore può osservare le dinamiche emozionali, patrimonio intimo di ciascuno, esprimersi attraverso il movimento – con l’ausilio, in questo caso, dell’oggetto corda presente in scena, che assume il significato simbolico più evidente.

Ma come dicevo, il senso del filo può esser interpretato in modo più sottile, come qualcosa che tiene insieme un’esistenza. Non siamo vincolati soltanto a riferimenti esterni, idee e relazioni con l’altro: esiste infatti anche un legame con la nozione che abbiamo di noi stessi.

Quella nozione può subire modifiche ed anche trasfigurarsi.

Che lo si voglia o no.

(Ed è sempre un po’ come morire e poi rinascere).

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Gregory Maqoma,  Southern Comfort; Sidi Larbi Cherkaoui,  Bound.  RomaEuropa Festival, Teatro Palladium, 15-17 aprile 2011

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The spider holds a silver ball

11 Maggio 2011
tags:

The Spider holds a Silver Ball
In unperceived Hands –
And dancing softly as He knits
His Coil of Pearl – unwinds –

He plies from nought to nought –
In unsubstantial Trade –
Supplants our
Tapestries with His –
In half the period –

An Hour to rear supreme
His Theories of Light –
Then dangle from the
Housewife’s Broom –
His Sophistries – forgot –

Il Ragno tiene un Gomitolo d’Argento
In Mani impercettibili –
E danzando
delicatamente mentre tesse
Il suo Rotolo di Perla – dispiega –

Si affretta da nulla a nulla –
In incorporeo Traffico –
Soppiantando i
nostri Arazzi con i Suoi –
In metà tempo –

Un’Ora per innalzare supreme
Le Sue Teorie di Luce –
Per poi penzolare
dalla Scopa della Massaia –
Le Sue Sofisticherie – dimenticate –

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E. Dickinson, Poesie. (Trad. di G. Ierolli)

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Risacca

2 Maggio 2011
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Dopo averla gettata alle onde nella speranza che prenda il largo, con una noncuranza appena studiata volto le spalle al mare. Immagino che l’aspetti un viaggio verso una specie di libertà ignota e dunque spero che vada alla deriva, oltre la risacca che spinge verso terra – come riuscì a fare Steve McQueen in Papillon, nuotando contro la forte corrente.

Ma non ci va. Inesorabile il mare me la riconsegna, facendola rotolare ai miei piedi.

Non posso che raccoglierla, sentendo i miei piedi affondare leggermente nella sabbia morbida, e chissà ritentare di dimenticarla sulla cresta di un’onda fortunata.

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Del colore blu

29 aprile 2011

Tra i miei colori, i colori che da sempre prediligo, c’è senz’altro il blu, specialmente nelle sfumature più scure. In generale mi piacciono i toni netti, pieni, brillanti, come l’acqua del mare un po’ profondo. E’ una passione che condivido con Kandinskij – anche se lui non lo ha mai saputo.

Kandinskij amava il blu;   Der blaue Reiter, il gruppo che fondò insieme a Franz Marc ed altri pittori, prende questo nome dal titolo omonimo della sua nota opera, ma più in generale dal significato spirituale e profondo che lui ed altri sentivano di dover attribuire a questo colore. In Dello Spirituale nell’arte, Kandinskij descrive i legami sinestetici tra suono  e colore disegnando una vera e propria tabella in cui ad ogni sfumatura di colore sono associati uno stato emozionale umano (colto anche nel suo divenire) e il suono di uno strumento musicale (ascoltato anche in un particolare contesto).

Dice del BLU SCURO: Pace, tristezza non umana

I meravigliosi suoni del contrabbasso in forma profonda, solenne, come l’organo profondo

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Del BLU: Di colore celestiale tipicamente concentrico [l’opposto di eccentrico]

Violoncello, mentre la tristezza aumenta

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Anch’io associo questo colore ad uno stato di pace, alla conoscenza di sé, alla contemplazione. Esulto all’idea di pensare al suono del contrabbasso come a un suono blu, anche se, diversamente da Vasilij, sento suoni blu uscire anche da molti strumenti a fiato – legni – di tessitura medio-grave, come il clarinetto e il clarinetto basso…

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[Nei link ci sono due esempi musicali, L’Elegia in mi minore per contrabbasso di Giovanni Bottesini e il Solo de Concours op. 10 per clarinetto basso di Henri Rabaud].

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Kandinskij e i Quadri

26 aprile 2011

Di questi tempi sto riflettendo intorno a Kandinskij ed alle sue idee riguardo allo stretto legame tra suono e colore. Affronterò il discorso partendo da un’opera nota: la messinscena che Kandinskij realizzò nel 1928, su invito del direttore del Teatro di Dessau Gustav Hartmann,  dei Quadri di un’esposizione di Modest Mussorsgkij. Benché la composizione di Mussorsgkij (costruita formalmente come il percorso di un visitatore tra i dipinti di una mostra, nella quale una sorta di motivo conduttore – la Promenade – inframezza la contemplazione dei dipinti in successione) si possa ascrivere nell’ambito della cosiddetta “musica a programma”, Kandinskij interpretò – correttamente – la composizione non secondo una poetica descrittiva, ma emozionale. Immaginò quindi un contesto teatrale di scene e luci che potesse costituire da sfondo, contenitore e amplificatore degli stati emotivi  del visitatore nel suo percorso. Disegnò con varie tecniche bozzetti per le scenografie ed anche per i costumi dei danzatori che dovevano intervenire in due quadri della rappresentazione, in un tripudio di forme astratte e colori accesi e brillanti.

Ecco quindi il bozzetto per il Quadro II Gnomus associato all’esecuzione dell’omonimo brano (preceduto dalla Promenade) da parte di Sviatoslav Richter.

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Questo è invece l’acquerello steso come bozzetto per il quadro XVI – conclusivo -, La grande porta di Kiev, sempre nell’esecuzione elegante e profondamente razionale di Richter.

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