Le parc
Ideato nel 1994, il balletto Le parc di Angelin Preljocaj è entrato stabilmente nel repertorio del Ballet de l’Opéra de Paris, così come altri successivi lavori del coreografo montenegrino. La struttura in tre atti e un epilogo è solo uno degli aspetti che testimoniano la cifra neoclassica attribuibile a questo lavoro: in effetti, il percorso narrativo esplora – con uno spirito che potremmo definire in certo modo “enciclopedico” – le “strategie galanti”, i codici del comportamento amoroso visti attraverso la lente letteraria del ‘600 e, naturalmente, del ‘700. Non a caso la scelta delle musiche si è concentrata su Mozart: brani d’intrattenimento come danze, divertimenti e serenate si succedono interrotti, per gli episodi di carattere più lirico, dai movimenti lenti di alcuni concerti per pianoforte e orchestra, nonché da brevi “creazioni sonore” di un autore del ‘900.
Il pas de deux che chiude il terzo atto, Abandon, costruito sul movimento centrale del concerto per pianoforte e orchestra KV 488 di Mozart, in origine pensato da Preljocaj per le étoiles Isabelle Guerin e Laurent Hilaire, è proposto qui nell’interpretazione mirabile, passionale, tecnicamente perfetta di Aurélie Dupont e Manuel Legris. La dinamica è misurata, lineare; il movimento morbido si esprime attraverso una gestualità sempre sul confine labilissimo tra narratività ed evocazione; il risultato è emozionante – direi anche per la stretta relazione con la partitura mozartiana, una delle rarissime pagine capaci, da oltre duecento anni, di tenere chiunque con il fiato – e il pensiero – sospeso .
L’idea di dedicare un post a questo pas de deux mi è stata suggerita da una scoperta che potremmo definire “banale”: una pubblicità televisiva trasmessa sugli schermi italiani negli ultimi tempi, che aveva colpito me e persone a me vicine prima ancora per la scelta musicale che per il breve passaggio coreografico, è infatti una citazione letterale proprio di questo balletto.
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Espressioni scultoree
… Cézanne (…) sapeva trasformare una tazza da té in un essere animato, o meglio sapeva riconoscere l’essere in quella tazza. Cézanne porta la “natura morta” a un’altezza in cui le cose esteriormente morte diventano interiormente vive. Le tratta come tratta l’uomo, perché ovunque sa vedere la vita interiore. Dà loro un’espressione cromatica, cioè una dimensione intimamente pittorica, e le chiude in una forma traducibile in forme astratte, spesso matematiche, che diffondono armonia. Non rappresenta un uomo, una mela, un albero, ma usa questo materiale per formare qualcosa di intimamente pittorico che si chiama immagine.
V. Kandinskij, Lo spirituale nell’arte
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Diversamente da giudizi espressi da Kandinskij su altri pittori o musicisti, giudizi che condivido solo in parte o con cui sono in totale disaccordo, sento davvero mie queste riflessioni su Cézanne. Mi piacerebbe riuscire ad associare all’immagine e a queste parole un ascolto – non necessariamente risalente allo stesso periodo storico; Kandinskij compie quest’operazione quasi incautamente, accostando, per esempio, Matisse a Debussy – . Mi viene in mente musica estremamente pura, ben costruita, d’istinto nessuna musica concepita dopo il ‘600. Qualcosa di questo genere:
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Su, venir!
Quest’anno, per motivi vari e contingenti, abbiam trascorso vacanze diciamo sedentarie (in realtà ben lontane dalla città), per non dire da vecchi svizzeri. Così, a differenza dell’anno scorso, non abbiamo percorso migliaia di chilometri attraversando posti nuovi, ma villeggiato in luoghi conosciutissimi e visitatissimi. Tra una sagra della polenta e una della salsiccia ho raccattato comunque qualche souvenir, ben poca cosa rispetto al grasso bottino dell’anno scorso, ma tant’è: è la qualità che conta! E quella si è confermata sui livelli precedenti.
Dunque ecco i ninnoli:
un morbido portachiavi a forma di cane peloso (bob-tail), che oggi dondola felice dal cruscotto della mia auto;
una marmellata di albicocche di non so quale cucina locale d’oltralpe;
alcune targhe metalliche (ancora??).
Per fortuna che amici e parenti sanno della mia passione per i prodotti artigianali, specialmente per quelli di tipo mangereccio: infatti hanno pensato loro a portarmi in dono da più parti barattoli di miele, olii, salsine varie incluse alcune piccantissime ed altre molto curiose, che una volta assaggiate vi farò sapere come sono!
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Scenari
Costretta al riposo, non riesco a cimentarmi in nessuna attività intellettuale, come invece pensavo che avrei fatto. Così, potrei dire, “sto”. Nel nascondiglio, ben celata agli sguardi di fuori, tengo strette le mie speranze, come se un’arma efficace a proteggerle consistesse proprio nel tenerle al chiuso, nell’evitare il più possibile di manifestarle. E loro si lasciano proteggere, crescono al riparo da tutto, sebbene lo scenario globale sia colmo di ombre e d’incertezze, e irrisolto e irrealizzato l’individuale. E insieme alle speranze, io: che ritrovo chi sono e vado a colmare così il vuoto che c’è altrove, dipingendo di chiaro le ombre.
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Due passi
[..] Connie stava ballando, e anche Lambreta. Man mano che i movimenti di lei si facevano più ritmati, lo stesso accadeva a quelli del nano. Cercava di starle dietro, ma si vedeva che gli mancava il fiato. Per ogni passo fatto da Connie con le sue lunghe gambe, a Lambreta toccava farne tre. Connie si accorse che il suo partner non ce la faceva più. A un tratto, il suo fazzoletto volteggiò sul pavimento. Il nano lo raccolse e lo restituì alla bella ragazza, che si fece livida e gli disse qualcosa. […]
Lambreta lasciò il palcoscenico. Essendosi sbarazzata di lui, la sensuale Connie iniziò la propria danza del desiderio. Ma io guardavo Lambreta. […] Nessun altro se ne rese conto, ma io avevo notato che era stanco e non riusciva più a stare in piedi. […] Il torace di quel poveretto ansava come un mantice, i suoi abiti erano fradici di sudore. Invece Connie non era affatto stanca…continuò a danzare come un pupazzo a molla. Le luci del Mumtaz si erano di nuovo spente. Solo il raggio di un riflettore illuminava il suo corpo seminudo,
conferendole una più profonda aura di mistero.
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Sankar, Hotel Calcutta [Chowringhee].
Traduzione di N. Gobetti
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Ali
Un giorno di tanti anni fa pagaiavo nello specchio di lago davanti alla scaletta, e tra le onde provocate dalla Breva pomeridiana scorsi un piccolo anatrino, ancora batuffolo implume, che doveva essersi separato dalla madre e nuotava disorientato costeggiando la riva. Un momento dopo con la coda dell’occhio vidi due ampie ali scure abbassarsi decise sul pelo dell’acqua, così per istinto agitai la pagaia e il grosso volatile rinunciò alla preda, risalendo da dov’era la parabola nell’aria. Subito dopo realizzai che avevo salvato – temporaneamente – la vita al batuffolo, ma riflettendo compresi che la maestosa poiana aveva forse anche lei uno o più batuffoli nel suo nido. Inoltre, mentre la specie delle anatre allora come oggi prosperava intorno alle rive del lago, le poiane erano considerate già a quel tempo specie protetta, soffrendo i cambiamenti climatici e la concorrenza dei gabbiani, uccelli non autoctoni ma aggressivi e resistenti.
Tanto aggressivi che proprio oggi uno di essi scendeva con parabole spericolate (non ampie e lente come quelle delle poiane) ad afferrare al volo i pezzi di pane che lanciavo generosamente – di nuovo – alle anatre ed ai loro batuffoli.
Ma anche le poiane ci sono ancora. Resistono anche loro, le riconosco per l’apertura alare, il colore scuro delle piume e lo stile profondamente nobile ed antico della planata; distinguo in un attimo quella forma alata che planando con la sua aura forse leggermente inquietante racconta del suo nido posto in alto tra rocce inaccessibili.
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Ritratto – V
Mi è capitato di veder danzare in palcoscenico ballerini dai corpi che potrei definire burrosi: corpi morbidi, con muscoli evidenti che, scivolando l’uno sull’altro, guidano i movimenti con armonia controllata, se non con grazia; corpi che respirano. In aula non mi è capitato di osservarne che raramente: un giovane che studiava teatro danza a Milano tanti anni fa, forse un allievo dell’And negli ultimi anni.
Ma come Percy non avevo mai visto nessuno: almeno, da vicino. Percy è diverso: Percy è pannoso. Percy mostra i passi nuotando nella panna montata. E’ giovane, biondo, emozionato. Ha appoggiato il suo Mac sul pianoforte e ogni tanto viene a controllare la struttura dell’esercizio che vuole spiegare, così i tempi della lezione si dilatano senza proporzione, ma pazienza. Ogni suo movimento esprime una grazia assoluta con qualsiasi dinamica: lo chiamerei soft – control. Queste qualità sono evidenti specialmente negli arti superiori, nelle spalle e nelle mani. La lezione rispecchia tale impostazione, concentrandosi, come mi è sempre capitato di notare nelle lezioni di classico destinate ai danzatori di contemporaneo, sulla continuità del movimento e sul rilassamento o rilascio; tuttavia lavora quasi sempre in velocità – nei passi dinamici come degagé, frappé, ma anche tendu – in un modo a cui nessuno dalle nostre parti è realmente abituato: il movimento è spesso eseguito “stretto” anche nell’ambito di un tactus moderato. La mia musica ne risente subito: tendo a suonare in modo fluido, con una sonorità coperta, senza eccessi. A certe velocità (e a certa…fluidità!) nei giri e nei salti al centro non sono per niente abituata, ed è comunque faticoso; eppure qui si respira davvero.
Grazie alla panna montata.
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Diffidenza
Ho avuto un cane che guardandosi allo specchio riusciva a riconoscere non proprio sé medesimo – non possedeva coscienza della propria identità fino a quel punto – ma un suo simile, un altro cane, e si stupiva anche riconoscendo figure umane molto simili a quelle che lo circondavano.
Io non so a quale età ho imparato a riconoscere la mia immagine specchiata, ma per gli umani diciamo evoluti – dotati di strumenti capaci di riflettere o semplicemente curiosi di ammirare le immagini riverberate nelle acque di qualche limpido corso d’acqua come Narciso insegna – si tratta di una cognizione molto precoce, data presto per scontata.
Certi sono tanto affascinati dalla propria immagine da restarne in contemplazione rapiti, altri invece rimangono dubbiosi, assorti nell’incertezza, come imbronciati; o peggio strillano indemoniati come la regina di Biancaneve – da cui la nota sindrome – quando ne disapprovano del tutto l’evidenza; oppure, in uno stadio evolutivo ancora “primitivo”, ne sono spaventati, non essendo in grado di associare alla propria identità quello che vedono.
E io mi chiedo se queste reazioni di natura “primitiva” non possano essere assimilate a quelle di adulti senzienti che si trovano di fronte a manifestazioni volontarie o involontarie della propria identità più profonda, nel suo rivelarsi continuamente, nel tempo e in ogni luogo, in un processo di naturale metamorfosi oppure anche solo di evoluzione nella conoscenza di sé. E mi domando se quella paura – derivata proprio dal mancato riconoscimento, dalla diffidenza – non rappresenti, quando resta insuperata, un sintomo d’involuzione.
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La danza delle astronavi
Come dimenticare alcune delle più belle scene di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, nelle quali il grandissimo regista accompagna il movimento delle astronavi con le note dei valzer straussiani? Galleggiano nello spazio vuoto ad una velocità che pare rallentata, tramite un movimento armonioso, curvilineo: sembra proprio una danza. E quel movimento esotico, ma pur meccanico, è silenzioso: un silenzio immane lo circonda, per questo è così emozionante e poetica la scelta di commentarlo con una musica tanto umana, tanto legata a vicende ben localizzate nel tempo e nello spazio, come quella dei valzer viennesi.
(Tra l’altro: non ha qualcosa di ottocentesco, imperiale, anche l’interno dove si svolge la metafisica ed onirica scena conclusiva?).
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Foglie gialle
(…) Si inerpicò tra le montagne. La stagione era cambiata anzitempo, c’erano già alberi spogli, di verdi più nessuno. Trascorse la notte su una cornice di roccia sopra il fiume e fino alla mattina dopo continuò a sentire i fantasmi dei treni di legname, un clicchettio liquido, lunghe manovre e sferragliamenti, il gergo dei vecchi pianali arrugginiti su binari scomparsi da un pezzo. Le prime albe gli diedero quasi la nausea, tant’era il tempo che non ne vedeva da sobrio. Rimase seduto a guardare nella fredda luce grigiastra, mummificato nella sua coperta. Soffiava un vento leggero. Una nuvolaglia imbrattava il cielo a est, virò al viola e al giallo e il sole cominciò ad affacciarsi. Quel silenzio assoluto lo commosse. Si girò per offrire le spalle al tepore. Foglie gialle cadevano ovunque nella foresta e riempivano il fiume, navette occhieggianti, una cascata di lamine dorate impetuose come monetine in una diga. Valuta effimera, sempre nuova. (…)
Cormac McCarthy, Suttree. (Traduzione di Maurizia Balmelli)
[Meraviglioso, sorprendente romanzo. Tra i più belli che io abbia mai letto e che rileggerei, subito].
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