Mediterranea
Mediterranea
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Penso un mare lontano, un porto, ascose
vie di quel porto; quale un giorno v’ero,
e qui oggi sono, che agli dèi le palme
supplice levo, non punirmi vogliano
di un’ultima vittoria che depreco
(ma il cuore, per dolcezza, regge appena);
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penso cupa sirena
– baci ebbrezza delirio – ; penso Ulisse
che si leva laggiù da un triste letto.
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U. Saba, da Mediterranee
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Io e loro
E’ l’imbrunire di una giornata limpida di marzo, perciò la luce è soave e come sempre accarezza le rovine del Palatino, uno scenario – potrei dire un fondale – al quale in realtà non ci si abitua mai del tutto. In un momento di (indesiderata) pausa li osservo da una finestra del primo piano mentre percorrono il passaggio verso la porta a vetri dell’entrata, entrando e uscendo soli o a piccoli gruppi, certi discorrendo, altri dirigendosi verso il bar. A colpo d’occhio appare subito che ai due indirizzi della danza, classico e contemporaneo, corrispondono anche per ciò che riguarda l’aspetto due differenti mentalità, che si riconoscono non solo quando indossano la divisa, ma anche nelle vesti di tutti i giorni. Di queste due correnti di pensiero, una tende alla sublimazione e scivola quindi nella conformazione verso un modello che è fatto di armoniosità e accuratezza nei dettagli, mentre l’altra esclude l’idealizzazione e pretende la molteplicità di soluzioni, di forma e di colore, comprendendo anche il disarmonico. In apparenza, questa seconda risulta più favorevole all’emergere dell’individualità, e la prima meno; dico in apparenza perché attraverso la mentalità che richiede l’omologazione verso un modello di ballerina già adulta ad ogni età risaltano ugualmente e forse ancora meglio la peculiarità del singolo, per quanto riguarda le scelte estetiche – che sono comunque un riflesso del carattere.
E’ difficile non affezionarsi, specialmente agli allievi ed allieve più giovani: perché anche il pianista stabilisce con loro un rapporto di amicizia, stima e talvolta complicità. E’ naturale per me sentire affetto nei loro confronti, e in alcuni casi una speciale sintonia di carattere o una particolare empatia. Percepisco sempre se apprezzano la musica che suono per loro, anche quando sono nei posti alla sbarra più lontani da me. E ci sorridiamo in modo amichevole o ci scambiamo eloquenti occhiate quando si accostano al pianoforte prima di iniziare un passo in diagonale.
Affacciata a quella finestra, penso. Penso che vorrei restare sempre qui, non perché coltivi l’illusione che si possano realizzare qui tutte le mie aspirazioni professionali, né che questo rappresenti un luogo di lavoro ideale (ma esisterà, poi?), ma perché sento che è il mio posto. Forse invece sono di passaggio anch’io, chissà. Ma potendo scegliere di fermarmi, mi fermerei qui.
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Into the wild
Non ho una grande passione per il cinema; anche per questo sono stata finora reticente a dedicare un post ad una pellicola. Questa volta è diverso, ho visto di recente Into the wild, bellissimo film del 2007 diretto da Sean Penn, che non solo è il mio attore americano favorito, ma pure un fine e introspettivo regista che lavora moltissimo sul concetto di tempo. Ho l’impressione infatti che gli piaccia intervenire sullo scorrere del tempo attraverso varie tecniche di montaggio, come il rallenty o l’iterazione di intere sequenze, per dare modo allo spettatore di cogliere la bellezza poetica di un’immagine (come lo scorrere dell’acqua, elemento che ha sempre un ruolo nei suoi film). Dedica decine di minuti di ripresa al paesaggio, cosa che pare ovvia in un film che narra la storia (vera) di un giovane che lascia la famiglia e il focolare di città per addentrarsi nelle terre selvagge del nordamerica, ma in fondo non lo è: il regista non si separa mai dall’intento di raccontare una vicissitudine interiore e, senza che la bellezza delle immagini e della fotografia diventi mai manieristica, consente allo spettatore di attardarsi ogni tanto a contemplare assorto singole brevi bellissime scene.
Il Cast è composto da ottimi (veri) attori, oltre al protagonista Emile Hisrch, come Hal Holbrook (il vecchio veterano) e Vince Vaughn (il trebbiatore). Non ci sono ruoli di non-protagonista che Penn lasci davvero in secondo piano; è un amante dei primi piani, oltre che in senso cinematografico, anche in senso narrativo. Ad ognuno riserva il tempo per un ritratto approfondito, rivelando una speciale inclinazione per le persone anziane (che hanno subito delle perdite): come il vecchio veterano, orfano della moglie e del figlio, che mi ha subito ricordato il protagonista dello struggente cortometraggio di Sean Penn contenuto in September 11, a sua volta un emozionante, lievemente e consapevolmente ingenuo capolavoro.
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Passaggio
Che esultanza è mai questa che tu ricerchi, dopo tutto quel giacere a mezz’aria e quell’arrotolarti in spirali chiuse e lubrificate dove solo tu e il tuo sogno respirate? Dopo aver sfogliato album di esistenze voluttuose e narrato a te stesso aneddoti gonfi di sensazioni – spasmi di evasione verso estasi perfette – concatenati l’uno nell’altro come un fiore che si apre e si sfoglia all’infinito, mostrando petali sempre morbidi e nuovi, tu cerchi ora l’aria vera, odori di erbe conosciute; camminando, sussulti per un ronzìo d’api, sentendo solo il crepitare delle foglie calpestate dai tuoi passi e il fango rappreso dalle piogge recenti e i fruscii tra gli arbusti e dietro le pietre e rumori di acque strette che corrono attraverso il bosco. Come se le tue vene portassero sangue denso, gravido di emozioni accumulate e vissute solo nei recessi tuoi nascosti, adesso è il distacco che cerchi. Vuoi frantumare le pareti di quel tuo mondo spiraliforme, sentire il tuo sangue fluire vivace ancora, le sue cellule rotolare libere. Vuoi gettare via come un rifiuto il liquido denso rappreso che frena il tuo respiro e limita lo stesso dispiegarsi delle possibilità che un’esistere introiettato non ammette. Esulta, allora, adesso che respiri di nuovo; senti il terreno; intrattieni la mente in occupazioni nitide, lascia che si svuoti delle tue liquide proiezioni, permetti che essa firmi, con te corpo, un armistizio fondato sul rispetto e sulla necessità del tempo.
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Venere fuori scena
Una delle esperienze di osservazione visuale del cielo che mi hanno più emozionata non è avvenuta con l’ausilio del mio piccolo telescopio, ma ad occhio nudo. La definizione appropriata dell’evento astronomico è occultazione di Venere da parte della Luna.
Verso il crepuscolo di una giornata limpidissima di dicembre, il cielo di un azzurro intenso ospitava la Luna in fase iniziale – una piccola falce – e il pianeta Venere – in realtà anche lui una falce, ma che appariva ad occhio nudo come un punto brillantissimo -; entrambi gli astri abbastanza alti nel cielo e luminosissimi.
Si può immaginare la distesa del cielo come la scena di un teatro dove due personaggi, una pietra preziosa ed una grande falce, sembrano galleggiare. Lo speciale effetto visivo è offerto dalla luna,
apparentemente una falce, in realtà un disco in parte travestito dello stesso colore del cielo. Così Venere avvicinandosi alla falce della Luna sembra andarle incontro, eppure, appena incontrato il lembo del suo disco travestito, comincia a infilarsi dietro l’azzurro come dentro ad una tasca, i raggi brillantissimi vanno a nascondersi in quell’azzurro, sgusciano dietro la quinta del cielo…
…fino a scomparire del tutto, come inghiottiti. Proprio come una pietra preziosa scivolata in una tasca. Per un po’ la Luna resta sola circondata da quell’azzurro,
finché, all’imbrunire, il punto brillante non ricompare, ma dall’altro lato questa volta, quello illuminato…quello non travestito.
Un vero coup de théâtre.
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Onde
Ben poco potrei aggiungere a questo post di Mauro Graziani (Grattacieli danzanti), al quale vi rimando per una riflessione sull’ennesima spaventosa sequenza di immagini relativa alla catastrofe tuttora in corso in Giappone.
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Omaggio alla passacaglia – III
Diversi mesi orsono avevo inaugurato una serie di post sul tema della…Passacaglia nel ‘900. Avendo dedicato i due precedenti rispettivamente a Ravel e a Britten, pensavo inizialmente di intitolare il terzo appuntamento al Webern della Passacaglia per orchestra op. 1, brano che riveste un ruolo decisivo nell’ambito della storia del linguaggio musicale del Novecento e che nei suoi aspetti formali, armonici e di orchestrazione, preannuncia già il percorso futuro del compositore.
Tuttavia, per il mio speciale attaccamento alla produzione musicale francese (non solo della nostra epoca), ho deciso di proporvi un ascolto di Henri Dutilleux (1916), autore poco conosciuto dal grande pubblico e decisamente sottovalutato anche dagli addetti ai lavori, che ha scritto in forma di passacaglia il movimento iniziale della sua Prima sinfonia, Passacaille: Andante (1951). In questo brano il basso di passacaglia, dalla struttura ritmica articolata e viva, è enunciato nel pp dai contrabbassi e poi armonizzato e variato con invenzioni tematiche e soprattutto coloristiche sempre nuove; il discorso musicale procede, attraverso idee melodiche fascinose, per accumulazione anche dinamica e va poi estinguendosi, componendo una struttura formale direzionata e lineare.
Io trovo che sarebbe interessante coreografare un brano come questo. Chissà se qualcuno ci ha già pensato…?
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Occhi
Occhi. Strumenti di interpretazione.
Occhi che vedono: come quelli, raccontati da José Saramago, dell’unica donna – unico essere umano – scampata all’epidemia di cecità, che teme di perdere la sua condizione privilegiata, ma allo stesso tempo vorrebbe non vedere la degradazione che la cecità di massa ha provocato intorno a lei.

Occhi che non vedono, come quelli della danzatrice non vedente che in Tristi tropici di Virgilio Sieni è entrata da una porta, ha attraversato nel silenzio la platea e, raggiunto il palcoscenico, ha eseguito movimenti danzati in uno spazio che fisicamente non vedeva. Uno spazio percepito, disegnato e poi percorso mentalmente in una regione diversa da quella oculare.
Gli occhi che non comunicano son rari. Persino gli occhi di chi non vede comunicano, solo che noi vedenti di solito non li sappiamo leggere.

Occhi che parlano. E’ luogo comune e pur vero che svelino l’anima e quello che essa contiene. Ma non solo. Talvolta in un attimo solo, fugace (quello che vorremmo fissare per sempre, in senso letterale e figurato) si tramutano in una sorta di vibrante fiume, ci pare persino di scorgere quelle piccole ondulazioni che li increspano, che illuminano l’iride, specialmente se son chiari, sì. Quelle ondulazioni sono messaggere di un senso comprensibile, non pronunciabile a voce in quel momento, o in nessun altro momento forse. L’immagine di quelle iridi rimane a noi cara, restiamo a fissarla ancora a lungo nel ricordo, perché la lingua parlata dagli occhi è una lingua dolce, più dolce e memorabile di un timbro di voce anche perfettamente modulato.
J. Saramago, Cecità
Virgilio Sieni, Tristi tropici. Big Bang theater, Teatro Palladium Roma, 26 febbraio
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Nel bosco
La musica del Prélude à l’Après-midi d’un faune di Debussy per Faun di Sidi Larbi Cherkaoui ha chiuso una serata nella quale si sono succedute tre coreografie di poetica affatto differente. Il poema sinfonico debussyano era inframezzato da interventi musicali di nuova composizione, che interrompevano il fluire del notissimo brano con episodi di sospensione dalla sonorità vagamente tribale e strutturavano la composizione coreografica, riportando l’attenzione sulla danza e sul movimento. Il cuore della fonte letteraria, l’omonimo poema di Mallarmé, ha trovato in questo lavoro di Cherkaoui una forma espressiva nuova e seducente.
Un poema che ha preso letteralmente forma dai corpi morbidi e generosi di un danzatore e di una giovanissima danzatrice, sintonizzati sulla medesima espressività fatta di sensualità avvolgente, felina, terrestre. Ha preso forma e colore, appannato dalla luce soffusa, su una scena dove il giorno è costellato da macchie fosforescenti come di luce che penetra fra i rami del bosco e impreziosito da macchie colorate come ali di farfalle, e la notte cala nel mistero. Il bosco con i suoi anfratti e il suo interno pulsare è il luogo dell’amplesso, la storia che Cherkaoui ci racconta è la storia di quell’amplesso. In questo lavoro il coreografo non ha scelto una sintassi di movimento né una forma narrativa particolarmente “innovative”. Nel concentrare il suo interesse specialmente sull’animalità dei corpi, ha conservato l’aura mitologica ed erotica del poema amplificandone il potere seduttivo, dimostrandosi ancora una volta molto abile nel definire una poetica del movimento ideale per i danzatori con cui lavora – o viceversa.
Il risultato per me è stato che, ancor prima che finisse, avrei voluto rivederlo, incantata e a mia volta sedotta da un insieme organico, complesso e non scontato di gesti affascinanti.
Questa volta vi propongo la coreografia in forma pressoché completa, visto che si trova su youtube, divisa in due parti.
D. Jourde, Xebeche; M. Bolze e H. Thabet, Ali; S. Larbi Cherkaoui, Faun. Festival Equilibrio, Auditorium Parco della Musica, 15 febbraio
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Sano sconcerto
Oh, ridurlo così, era tanto perfetto. Se non sarà la fine del mondo com’è scritto, ad agitare l’aria quieta e alterare l’armonia delle forme ci penserà la follia degli uomini. Chi può governare quest’accolita di patetici individui intenti nel loro canto rabbioso? L’uomo che dirige non vede la partitura, colui che la vede non sa dirigere. Essi stessi sono imbarazzati dai contenuti dei propri cervelli, tanto che devono celare alla bell’è meglio le loro teste nei copricapo più ridicoli. Godono malamente, s’infuriano, pensano a cibarsi. E i pennuti, incuriositi dal canto, non sanno che potrebbero finire nella cesta a zampe insù. Meglio levarsi di qui in tempo prima di finire in brodo, o sulla griglia! Che ne sanno, sciocchi, del loro stesso mondo, cantori malfermi? Persino i loro incubi occupano spazi che non gli appartengono.
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