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Abiti di scena

9 febbraio 2011

Lo zoccolo duro (…) restava l’esercito di piccole sognatrici, un inesauribile corpo di ballo ricostituito di generazione in generazione: bambine animate dal desiderio anacronistico di ritrovarsi in tutù, calzamaglia, scaldamuscoli e scarpette da ballo, a piroettare davanti allo specchio e alla sbarra, sotto lo sguardo severo di una ex prima ballerina dal cuore d’oro. Il sogno di tanta fatica sul palchetto graffiato, della première, di quel primo salto dinanzi a un pubblico con il fiato sospeso, era sopravvissuto all’era elettronica, ai gruppi rock femminili e alle telenovelas. L’adattabilità indefessa di quella fantasticheria faceva pensare ad un bisogno genetico. Il tutù più piccolo dell’assortimento aveva la taglia di un’infante sui dodici mesi. Le madri di queste bambine attingevano al ricordo dei propri sogni e, a volte, non badavano a spese pur di riviverli per interposta persona.

 

da: Ian McEwan, Solar (trad.  di Susanna Basso)

 

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Vecchio Pleyel

31 gennaio 2011

La mia bisnonna era donna di grande ingegno, letterata ed anche buona pianista. Anche mia nonna e mia madre hanno studiato il pianoforte, anzi, quel pianoforte. La nonna se ne appassionò specialmente negli ultimi anni, in pensione dalle aule del liceo, e il suo lascito musicale andò direttamente a me, giovane studentessa di musica: un Pleyel verticale, che era appartenuto alla bisnonna,  un mucchio di spartiti e alcuni 33 giri. Tra gli spartiti alcuni (Brahms, Debussy) erano edizioni recenti, altri erano fatti di carta ingiallita che si sbriciolava al tatto: erano gli spartiti della bisnonna. Comprendevano il corpus delle sonate di Beethoven in un’edizione Breitkopf della fine dell”800, le sonate di Mozart altresì in un’edizione storica, l’ Otello di Verdi, la Wally di Catalani, l’Andrea Chénier e svariate raccolte di brevi pezzi d’intrattenimento comuni all’epoca.

 

Ho studiato anch’io su quello strumento dunque, mi piaceva la sua sonorità trasparente, anche se la lunga corsa dei tasti, molto leggeri, costringeva ad un’articolazione un po’ faticosa e ad un esercizio poco utile all’esecuzione sui pianoforti moderni, discendenti più dai modelli di Broadwood, Érard o Steinway, piuttosto che dai leggiadri Pleyel o dai pianoforti viennesi. 

 

Perciò eccola, la bisnonna, davanti al suo adorato Pleyel. Che ancor oggi si è conservato, ormai di un nero opacizzato e consumato, con i due piccoli vassoi laterali per appoggiare  i candelieri, si trova in questa casetta, dove abbiamo trascorso molta della nostra infanzia la bisnonna, la nonna, mia madre ed io.

Termine di ricerca

24 gennaio 2011

Come ogni blog figlio di WordPress, anche Pioggia di note sui danzatori riceve dal suo provider le notifiche riguardo alle visite ricevute, alle pagine visitate ed ai canali di ricerca utilizzati dai visitatori. I quali restano del tutto anonimi, ci mancherebbe, ma  WP mi dice che cos’hanno digitato sul loro motore di ricerca, gli incauti, per trovarmi: quali termini di ricerca.

Mi ritrovo quindi a sbellicarmi dalle risate di fronte a termini come questi: “trine e merletti” : ma che diavolo…?  (Ma poi, che ricerca è…? Forse qualcuno cercava soltanto il significato di quest’espressione).

Arrivo poi  a domandarmi dove porterà mai una ricerca che parte da “il mondo della danza classica“… (Come m’avrà trovato? Altro che ago nel pagliaio, ecco). E a chiedermi  che cosa c’entri il mio blog con gli “appendiabiti da terra ferro battuto” e con un “abbigliamento guerriero vichingo“… 

E mi stupisco nell’apprendere che se uno digita su Google, nel rettangolino “cerca“, la frase: “danza degli aborigeni video“, tra gli altri, trova me! Questo è un onore, però. Rimedierò presto, aprendo questo spazio alle forme di danza non solo occidentali.

…Ma lo sapete che qualcuno mi ha trovato così: “quadri antichi del novecento“? Va bene, ho utilizzato immagini di importanti pittori, anche del Novecento. Ma il quesito che mi pongo è: quindi i quadri del Novecento si possono definire antichi…?!

Perché dietro ad ogni ricerca ci sta il cercatore.

 

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Una lezione su… Das Wohltemperierte Clavier 

19 gennaio 2011

 Se la lezione di danza classica ha bisogno, per l’accompagnamento dei suoi passi, della “quadratura” musicale, è pur vero che, quando un pianista ha l’occasione di collaborare con un maestro di danza dotato di spiccata musicalità e curiosità – oppure semplicemente libero di agire secondo le proprie convinzioni – è bene che ne approfitti per costituire l’agognata eccezione alla regola. Così ho avuto la possibilità di costruire una lezione (“dimostrativa”) per un corso superiore su musiche tratte da Das Wohltemperierte Clavier bachiano. Benché il linguaggio contrappuntistico, dietro ragioni compositive differenti per i preludi e per le fughe, per sua natura sfugga alla regolarità delle cadenze e dei percorsi armonici, è comunque possibile stralciare da  composizioni barocche sezioni costituite da gruppi di quattro battute; oppure, com’era stato fatto in quell’occasione, è possibile utilizzare le musiche integralmente, rinunciando per una volta  alla suddivisione “accademica” dei passi.

Ecco dunque la sequenza della lezione per quanto riguardava la sbarra e l’adagio al centro:

Breve inchino e Plié: Preludio in Fa minore BWV 881 (Das Wohltemperierte Clavier, II libro) che vi propongo in questa assorta interpretazione di Friedrich Gulda.

Tendu e Jeté: Fuga in Do minore BWV 847 (I libro), di nuovo  nella concentrata interpretazione di Gulda (preceduta dal preludio).

Rond de jambe: Preludio in Do diesis maggiore 872 (II libro), nella delicata esecuzione di Hélène Grimaud.

Fondu: Preludio in Mi maggiore 854 (I libro), qui nell’interpretazione di un Vladimir Ashkenazy molto giovane…e davvero poco originale.

Frappé: Preludio in re minore BWV 875 (II libro) eseguito da  Glenn Gould, che qui non fa tanto il matto, adottando un tempo d’esecuzione credibile senza perdere la consueta sonorità morbida e gentile (notate le bellissime foto del grande – e altresì bellissimo – pianista scorrere nel video).

Rond en l’air: Preludio in La bemolle maggiore BWV 862 (I libro), proposto da Valery Afanassiev, in un’esecuzione risoluta e quasi “marziale” (nel senso barocco del termine), che ho scelto perché è l’unico interprete ad avere il coraggio di adottare davvero un tempo barocco, tra l’altro non lontano da quello adatto al passo di danza. Ma anche la versione di Richter è graziosa (benché io non riesca più, e da tempo, ad ascoltare gli abbellimenti realizzati dalla nota reale…).

Petits battements, poi Grands battements e corsa al centro: Preludio in do minore BWV 881 (I libro) nell’idea di Glenn Gould, meno atletica rispetto a tanti suoi colleghi; ma anche quella di Afanassiev è interessante.

Adagio al centro: Preludio in sol minore BWV 861 (I libro) suonato dal tenero Glenn Gould, ma perché non anche da Rosalyn Tureck, pur con il suo fraseggio romantico.

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Le osterie

14 gennaio 2011

 

A me piacciono gli anfratti bui
delle osterie dormienti,
dove la gente culmina nell’eccesso del canto,
a me piacciono le cose bestemmiate e leggere,
e i calici di vino profondi,
dove la mente esulta,
livello di magico pensiero.
Troppo sciocco è piangere sopra un amore perduto
malvissuto e scostante,
meglio l’acre vapore del vino
indenne,
meglio l’ubriacatura del genio,
meglio sì meglio
l’indagine sorda delle scorrevolezze di vite;
io amo le osterie
che parlano il linguaggio sottile della lingua di Bacco,
e poi nelle osterie
ci sta il nome di Charles
scritto a caratteri d’oro.

 

Alda Merini, Poesie (da “Vuoto d’amore”)

 

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Incontri

9 gennaio 2011
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Appena ho imboccato la strada solitaria tra i campi la pioggia si è intensificata, così per aprire il buio ho acceso i fari abbaglianti. Dopo qualche decina di metri, spuntando all’improvviso dalla mia destra, un grosso topo grigio ha attraversato la strada davanti a me, velocissimo, sotto la pioggia scrosciante. 

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Una cavalletta lunga diversi centimetri è riuscita a sopravvivere all’autunno su un balcone nutrendosi delle foglie di basilico. Ma non è di quel colore verde brillante che la rivestiva in estate, si è  ingrigita ed è cosparsa di chiazze più scure, che appaiono come piccole scaglie. Non salta più, e sembra voler risparmiare le forze per sopravvivere. Sfruttando uno stendipanni come cavallo di Troia, si è trasferita su un altro balcone, quello più riparato. 

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Da lontano sembrava una busta di plastica che rotolava spinta dal vento, così non mi sono preoccupata di rallentare troppo. Ma avvicinandomi ho riconosciuto la figura goffa di un istrice che in pieno giorno attraversava la strada trafficata, vicino ad un centro abitato. Gli aculei della sua pesante armatura dondolavano di qua e di là ed appesantivano il suo passo già corto.

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Un serpente si è annidato in uno dei miei grandi vasi di fiori, l’ho visto luccicare sotto le foglie morte. Ho preso un lungo bastone e l’ho sollevato, per gettarlo nel prato al di sotto del balcone.

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Tu non sai

21 dicembre 2010

Tu non sai: ci sono betulle che di notte

levano le loro radici, e tu non crederesti mai

che di notte gli alberi camminano o diventano

sogni.

Pensa che in un albero c’è un violino d’amore.

Pensa che un albero canta e ride.

Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi 

diventa vita.

Te l’ho già detto: i poeti non si redimono,

vanno lasciati volare tra gli alberi

come usignoli pronti a morire.

 

Alda Merini

 

 

 

 

 

 

 

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Cullarsi

14 dicembre 2010
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L’acqua del nostro lago è calma e pura, vedi come si galleggia, qui? Corri a prendere una di quelle biglie colorate. Bolle, biglie, bulbi, perle, uova,  sono forme adattissime a qualunque superficie perché si cullano da sole. Perciò la cosa migliore da fare è trovare un guscio e ficcarcisi dentro e lasciarsi cullare. E non dirmi che dall’interno di un guscio alla fine il mondo  suona come ovattato…non senti il fruscìo dei petali e delle ali, il carezzare degli steli, il cigolìo che fanno sfere e bolle l’una contro l’altra? Non senti il becchettare e cantare degli uccelli? Se non lo senti, è perché è un suono sommesso, e tintinna così uguale e perfetto, che neppure te ne accorgi.

 

 

Winter variations

9 dicembre 2010

Quella sera, non ho capito. Non mi ha afferrata a sufficienza. Quella sera, la danza mi ha lasciata  senza risposte: cercavo, si vede, qualcosa di immediatamente leggibile.  Eppure, Winter Variations di Emanuel Gat è un lavoro coreografico perfettamente composto nel suo disegno formale e calibrato nei movimenti sinuosi e morbidi dei due danzatori; movimenti e gesti ripetuti ma mai esattamente uguali, variati nelle sfumature della loro leggerezza. E il filo del discorso, pur inafferrabile nella sua astrazione, è allo stesso tempo percorribile e poetico nel suo svolgersi, nel suo divenire; ondulato nei percorsi e sintonizzato con sapienza e cura sulle assai raffinate scelte musicali: dal sublime Der Lindenbaum di Schubert (Die Winterreise), ai Beatles di A day in the life, alla musica araba di Riad Al Sunbati, al Malher di Das Lied von der Erde.

Eppure quel giorno ero spettatrice attenta, ma non coinvolta. Sono rimasta fuori dalla sala troppo spaziosa.

Ecco uno stralcio del lavoro di Gat, raccolto proprio nell’occasione a cui ho assistito.

 

Vi segnalo invece questo articolo di Monica Vannucchi che rende il giusto merito a questo lavoro di Gat.

 

 

RomaEuropa Festival, Auditorium della Conciliazione, 13 novembre –

Ideatori e interpreti Roy Assaf e Emanuel Gat  

 

 

 

Snow flakes

6 dicembre 2010

Snow flakes

I counted till they danced so
Their slippers leaped the town –
And then I took a pencil
To note the rebels down –
And then they grew so jolly
I did resign the prig –
And ten of my once stately toes
Are marshalled for a jig!

 

Fiocchi di neve

Contai finché essi danzarono tanto
Che le loro scarpine saltarono la città –
E allora presi una matita
Per annotare i ribelli a terra –
E poi essi prosperarono così gioiosi
Che rinunciai alla boria –
E dieci delle mie dita prima così seriose
Si schierarono per una giga!

 

E. Dickinson, Poesie. Traduzione di G. Ierolli