Offerta musicale
Das Musikalische Opfer (BWV 1079), l’ Offerta musicale, capolavoro bachiano, è musica sublime costruita con l’applicazione dei più rigorosi canoni contrappuntistici; è forma definita dalla logica più astratta con esiti allo stesso tempo trascendenti e intimi; è espressione di invenzione fantastica ed estro comunicativo contenuti in un cubo di vetro.
Per la discorsività e ciclicità della sua struttura, la riconoscibilità del tema principale – il famoso tema di Federico II sul quale questa composizione è costruita – e per la varietà delle soluzioni compositive che offre, questa musica è stata scelta quale trama di alcuni importanti lavori coreografici del ‘900 e del nostro secolo.
The choreographic offering di José Limòn è del 1964. I quasi cinquant’anni di vita la rendono un grande classico della modern dance americana, e le riproposizioni attuali che offre la José Limòn Dance Company sono tanto fedeli all’originale da sembrare quasi impermeabili agli ultimi decenni di evoluzione della danza contemporanea. E’ un lavoro coreografico così intimamente legato alla partitura bachiana da riproporre una sua “partitura” in cui si susseguono duetti, quintetti e pezzi d’insieme, così come nel capolavoro bachiano si alternano episodi contrappuntistici a due o più voci.
Tod in Venedig di John Neumeier si affaccia già nel nostro millennio, essendo del 2003. Tratta dall’omonima novella Der Tod in Venedig di Thomas Mann, rilegge quella trama in un percorso simbolico, ricco di allusioni letterarie e rimandi storici, nel quale è affrontata la questione del tormento dell’artista (qui un coreografo) di fronte all’atto creativo e la sua disfatta di fronte all’impossibilità di creare. La musica di Bach, alternata ad estratti del Tristano e Isotta di Wagner, accompagna in modo severo ed insieme affettuoso gli stati angosciosi ed alienati del protagonista nel suo percorso autodistruttivo. Neumeier affida i suoi lavori coreografici alla propria compagnia, l’Hamburg Ballett.
Zarko d’altri tempi
Queste giornate d’un caldo torrido, giunte con sollievo di molti, rendono le sale di danza luoghi particolarmente insalubri.
Anche Zarko soffre il caldo, e per questa stagione predilige il completo bianco, a volte corredato di giacca blu, come un autentico yacht captain.
– Oggi ho dimenticato mio … ventaglio – mi confessa un giorno, e io ben so che ama questo oggetto come lo amava Kitri. – Lei non ha per caso un foglio?
– Maestro, non ho un foglio bianco, ho solo degli spartiti, c’ho qui Le Silfidi, possono andar bene…?
– Ho ho, …Le Silfidi, bene… perché senza mio ventaglio…
Così comincia a sventolarsi con quella pietra miliare della storia del balletto romantico. La lezione può iniziare.
– … Aprite bene le orecchia! Voi non ascoltate musica!
In effetti, alcuni dei giovani allievi hanno notevoli difficoltà nel condurre il proprio corpo sul fraseggio musicale, pur essendo ormai più che adolescenti. D’altronde, i pianisti che accompagnano le classi di danza si domandano talora quale ruolo arrivi a rivestire la musica: troppo spesso piegata con violenza, fino a perdere la logica del proprio percorso espressivo, alle esigenze di certi passi di danza delle lezioni; troppo spesso ridotta ad orpello, eco dei tempi in cui le dame vestivano trine e merletti, oggetto frivolo che aiuta a fare un po’ di vento…
Omaggio alla Passacaglia – II
Il secondo appuntamento con la Passacaglia nelle sue espressioni del ‘900 lo dedico ad un capolavoro assoluto di Benjamin Britten, tra le più alte pagine del repertorio per chitarra sola: Nocturnal op. 70 – After John Dowland (1963).
E’ costituito da nove “variazioni”, che sono in realtà da intendersi come quadri sonori intorno a temi, stilemi e strutture compositive del grande compositore e liutista di epoca elisabettiana John Dowland, insieme al quale Britten celebra i liutisti e virginalisti inglesi ed il loro peculiare linguaggio.
Pubblico di seguito le indicazioni preposte dall’autore agli otto brani, che talora rispecchiano modi d’esecuzione, altre volte sono evocazioni di stati d’animo; nonostante l’apparente intenzione rievocativa, il lavoro di Britten è fortemente intellettuale, e conduce l’ascoltatore attraverso un’esperienza avvincente nella quale gli indugi poetici sono spesso velatamente ironici, mentre resta in evidenza il lavoro costruttivo, di elaborazione ritmica e melodica, oltre che l’esplorazione delle possibilità sonore di questo strumento. Il numero otto corrisponde alla Passacaglia, della quale propongo l’ascolto; trovo comunque che il Nocturnal sia un lavoro meritevole di essere conosciuto nella sua completezza.
– Musingly
– Very agitated
– Restless
– Uneasy
– March-like
– Dreaming
– Gently rocking
– Passacaglia
– Slow and quiet ( come heavy sleep…)
Benjamin Britten, Nocturnal op. 70 per chitarra (1963): Passacaglia – Slow and quiet. Alla chitarra Julian Bream.
Minstrels
Ritornello, rimbalzi
tra le vetrate d’afa dell’estate.Acre groppo di note soffocate,
riso che non esplode
ma trapunge le ore vuote
e lo suonano tre avanzi di baccanale
vestiti di ritagli di giornali,
con istrumenti mai veduti,
simili a strani imbuti
che si gonfiano a volte e poi s’afflosciano.Musica senza rumore
che nasce dalle strade,
s’innalza a stento e ricade,
e si colora di tinte
ora scarlatte ora biade,
e inumidisce gli occhi, così che il mondo
si vede come socchiudendo gli occhi
nuotar nel biondo.Scatta ripiomba sfuma,
poi riappare
soffocata e lontana: si consuma.
Non s’ode quasi, si respira.
Bruci
tu pure tra le lastre dell’estate,
cuore che ti smarrisci! Ed ora incauto
provi le ignote note sul tuo flauto.
Eugenio Montale: Minstrels, da Ossi Di Seppia
Musica senza rumore, musica che s’inoltra nei vicoli ma poi attraversa il corpo, musica che nasce e muore. Musica che si respira.
A seguire un ascolto, lo stesso che ispirò Montale, gestito con sapienza ed eleganza da Arturo Benedetti Michelangeli.
C. Debussy: Minstrels, Préludes Ier livre, XII.
Omaggio alla passacaglia – I
Tempo fa proposi ai miei lettori l’ascolto di alcune ciaccone tratte dal repertorio strumentale e vocale del seicento. Come la ciaccona, anche la passacaglia è in origine una danza popolare ma è stata presto assunta dalla musica colta come forma musicale costruita su una serie di variazioni sopra una linea melodica di ostinato (che può trovarsi al basso oppure in una qualsiasi delle altre voci). Molti tra i più grandi compositori dal seicento in poi hanno utilizzato questa struttura musicale, anche inserendola all’interno di opere molto importanti. Gli esempi musicali che offre il novecento sono mirabili, ed io sono emozionata al pensiero dei tre omaggi che ho programmato… Ecco il primo.
Maurice Ravel, Trio per pianoforte e archi in la minore (1914), terzo tempo: Passacaille.
L’esordio a canone suggerisce il riferimento un genere severo, ma l’entrata carezzevole del violoncello ne addolcisce il sapore aprendo uno scenario imbevuto di tardo romanticismo e impressionismo. Ravel sapeva infatti sfruttare stilemi e strutture melodiche e armoniche della tradizione classica trovando loro una collocazione ideale all’interno del suo linguaggio; le sue idee non rinunciano mai a un’espressività direzionata e a sonorità che, sfruttando ogni strumento al massimo delle sue potenzialità e ricercando costantemente una scrittura di tipo orchestrale, offrono una tavolozza di grande ampiezza, a cui hanno attinto tutti i grandi compositori successivi.
Buon ascolto…
La danza delle luci
Anche loro danzano, e lo fanno nel cielo, dipingendo a colori vivi e fosforescenti, verde e giallo e blu e viola, l’azzurro scuro della sera o il nero della notte. I cieli sono quelli polari della nostra terra, ma non sempre: a volte compaiono in zone più vicine all’equatore, e sono presenti anche su altri pianeti. E’ uno spettacolo di luci cangianti.
Le aurore polari sono un fenomeno la cui origine è oggi spiegata scientificamente, ma nell’antichità era ritenuto misterioso e raccontato attraverso leggende e miti: i vichinghi ad esempio pensavano si trattasse del bagliore degli scudi delle walchirie, e quando si scorgeva significava che era in corso una battaglia. Di certo fin dalle epoche più antiche hanno affascinato gli uomini, e sono state sempre associate a manifestazioni soprannaturali: per alcune tribù di indiani le aurore erano i riflessi della danza del fuoco di folletti; ancor oggi, per gli aborigeni australiani sono una danza degli dei e per gli inuit della Groenlandia una danza dei morti.
In effetti è proprio un movimento danzato la prima immagine che viene in mente, perché questi bagliori di luce formano delle strisce, dei nastri che si svolgono muovendosi morbidamente e con lentezza, come fossero onde spinte da una forza invisibile. Come lingue di fuoco aeree si formano e poi si smaterializzano, ma si percepisce anche la loro energia, che le manifesta appunto come luci.
Al loro apparire può essere associato un suono talvolta anche udibile dall’orecchio umano e prodotto, come le luci stesse, da particolari perturbazioni del campo magnetico terrestre in interazione con l’ambiente circostante.
La danza rigeneratrice
E’ una delle divinità principali e più antiche dell’induismo, e si manifesta con caratteristiche differenti e contrastanti a seconda dei culti di provenienza, definendosi allo stesso tempo distruttore e restauratore, simbolo di ascesi e di sensualità sfrenata, feroce assassino e generoso salvatore: si tratta di Shiva.
Shiva Nataraja è uno dei tanti aspetti che può assumere Shiva, ed è immaginato come una figura eternamente danzante: è la sorgente di ogni movimento del cosmo, la sua danza manifesta l’universo, lo conserva e lo dissolve. Per l’uomo la finalità è la liberazione dall’identificazione col mondo dei sensi, ed è una danza che si deve compiere nel suo cuore, al centro, nella sua interiorità. Nell’ambito dei vari miti che lo riguardano, la danza di Shiva Nataraja può essere anche selvaggia e distruttiva, ma sempre all’interno di una visione ciclica, per cui la dissoluzione è rigenerazione del nuovo.
…Ebbene, sarà che proprio oggi i miei diventano quaranta, ma avvertivo forte la necessità di affidarmi, seppur temporaneamente, ad un mito rigeneratore…

Nella statuetta bronzea dell’immagine, Shiva Nataraja è raffigurata con quattro braccia, ciocche dei suoi capelli sono proiettate verso l’esterno nella violenza della danza che si svolge al centro del cosmo, rappresentato dal cerchio di fiamme.
Un’aquila sul tetto del mondo
(…) Era l’odore della mia pelle che cambiava, era prepararsi prima della lezione, era fuggire da scuola e dopo aver lavorato nei campi con mio padre perché eravamo dieci fratelli, fare quei due chilometri a piedi per raggiungere la scuola di danza.
Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consunte ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi rendeva sopra le nuvole. Era il senso che davo al mio essere, era stare lì e rendere i miei muscoli parole e poesia, era il vento tra le mie braccia, erano gli altri ragazzi come me che erano lì e forse non avrebbero fatto i ballerini, ma ci scambiavamo il sudore, i silenzi, la fatica. Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni, niente, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi. Ma a me non interessava: io imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, mi era impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica, impossibile non usare i miei occhi per guardare allo specchio, per provare passi nuovi. (…) E quando ero lì, con l’odore di canfora, legno, calzamaglie, ero un’aquila sul tetto del mondo, ero il poeta tra i poeti, ero ovunque ed ero ogni cosa. (…)(…) Ora so che dovrò morire, perché questa malattia non perdona, ed il mio corpo è intrappolato su una carrozzina, il sangue non circola, perdo di peso. Ma l’unica cosa che mi accompagna è la mia danza, la mia libertà di essere. Sono qui, ma io danzo con la mente, volo oltre le mie parole ed il mio dolore. Io danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare.
Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita (…)
RUDOLF NUREYEV
“Sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi“, ecco questa è una sensazione misteriosa che solo i danzatori possono provare – forse solo i grandi danzatori, non so.
“La profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire“. Non conosco il testo originale, ma mi piace notare che lui scrive “divenire”, non banalmente “essere”, cioé non contrappone tanto interiorità ed esteriorità, quanto una concezione della vita come percorso direzionato e dinamico ad un’altra, più statica, della vita come raggiungimento di mete.
“Si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati“. Direi: dipende. Rispetto a tutto ciò che è ideale, d’accordo.
Lively emotions
Lively emotions è il risultato di un lavoro d’insieme condotto in poche settimane e con un numero esiguo di ore a diposizione nell’ambito del corso di Composizione per l’ottavo anno dell’indirizzo moderno. Gli allievi dell’Accademia Nazionale di Danza hanno lavorato alle parti coreografiche coordinati da Brunella Vidau e in stretto contatto con me. Ogni sezione è nata da un “suggerimento” musicale lanciato da me che, raccolto da loro, diventava movimento; ed io, a mia volta, elaboravo le idee musicali svolgendole sulla coreografia che nasceva man mano. In tal modo è nata la musica di Lively emotions, la cui struttura tripartita potrà senz’altro essere limata e perfezionata per una successiva occasione, ma tutto sommato offre già così un percorso emozionale che ha coinvolto tutti coloro che hanno assistito sia alle prove generali che a quella conclusiva.
La registrazione live si avvale, oltre che dell’autrice al pianoforte, del supporto estemporaneo di Federico Di Maio al flauto e percussioni.
Ho in programma di pubblicare i soli file audio che purtroppo, anche in questa occasione, soffrono per rumori di fondo di varia origine, nonché di una regolazione dei livelli che nell’ultima parte non consente di seguire adeguatamente il discorso musicale svolto dal pianoforte.
Lively emotions © è un brano depositato con licenza Creative Commons, così come i temi che lo compongono:
parte I: The purple Song © e Sun Rays ©;
parte II: 1a sezione Blue Waves © e 2a sezione Percussive (e)motions ©.
Buona visione e buon ascolto…
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Una serata diversa
Sera limpida di fine aprile. Roma, Foro Italico, Internazionali di Tennis. Scarseggiano spettacoli di danza degni di nota, la programmazione delle stagioni musicali è prevedibile e tediosa e allora sono qui, in uno stadio illuminato intorno a un campo di terra rossa. Vedrò palline gialle danzare e mi basterà, sì, mi basterà. E’ che si tratta di un torneo serio, si affrontano oggi Rafael Nadal, spagnolo dall’aria gentile numero tre al mondo, e un atletico rumeno, Victor Hanescu. Victor tira delle pezze a duecento chilometri all’ora, costringendo l’astuto Nadal a fondo campo quando è di servizio. Vamos Rafa, incitano qua e là i sostenitori spagnoli sventolando bandiere rosse e gialle, e Rafael il mancino allora mostra tutta la sua tecnica sottile, con alcuni servizi di taglio, diverse palle in controtempo che l’avversario non riesce a raggiungere e qualche palla accorciata, abilmente rallentata sull’orlo della rete.
Non c’è storia per il rumeno. Rafael lo vince in due set, quanto gli basta.
Il gioco a questo livello è avvincente anche per una spettatrice inesperta come la sottoscritta. Le palline viaggiano a incredibili velocità, ma gli scambi più affascinanti sono quelli vicini alla rete, perché lì le traiettorie diventano all’improvviso più curve e la dinamica più morbida, un po’ come se la pallina non fosse più lanciata, ma passeggiasse per conto suo.
Ogni giocatore stabilisce con le palline un rapporto che ha qualcosa di buffo. Gliene forniscono tre o quattro prima di ogni servizio. Rafael le osserva assorto, con la testa un po’ piegata all’ingiù, come un Michelangelo che deve scegliere il marmo per la scultura che ha in mente – ma la sua caricatura stupida, però. Delle quattro ne scarta una o due, e lo fa con una specie di noncuranza, come a dire: questa mi fa schifo. Allora la lascia cadere e quella rimbalza mollemente all’indietro. Il raccattapalle gliela ridà insieme alle altre per il servizio successivo – ovviamente le palline sono sempre le stesse! – ma chissà quale scarterà questa volta!
Una nota modaiola. I due giocatori sono davvero sciatti nell’abbigliamento, indossano pantaloni troppo larghi e lunghi quasi al ginocchio; Rafael predilige i quadretti azzurri e porta una fascia gialla intorno alla testa – ma il giallo è uno dei suoi colori – , Victor è di un bianco anonimo e inelegante. Alcuni spettatori sono vestiti come loro, hanno un cappellino e uno zaino oltre alle scarpe e all’abbigliamento da tennisti, forse hanno appena terminato una partita anche loro, chissà, sono spettatori dinamici ma attenti, rispettosi delle regole e dei rituali di questo colorato duello, abituati al singolare silenzio che avvolge l’affannarsi intenso e corto dei giocatori.
Quel silenzio e l’aria tersa della sera.
Quel silenzio e la luna piena che sorge alle spalle dello stadio.
Silenzio, aria tersa, luna. Andiamo a casa.











