Rigorosamente in ordine sparso
Quest’estate il bianco va per la maggiore, almeno chez moi. Sa esercitare su di me una suggestione dal potere calmante e fecondo insieme; è un colore pulito, ben dispone. Ne ho ritrovata la luminosità più o meno opaca in alcuni spettacoli visti in questo periodo, Balli in bianco, Tragedia biancovestita, Atto bianco.
Mi piace brillante, accecante come la luce del sole, come un lampo e come ogni fonte splendente che rischiara la notte, e anche quando brilla di luce non sua, di riflesso. E mi piace opaco e lattiginoso, e sporcato di grigio e di giallo, e ancora finché non diventa beige e indefinito.
Così, nella sua gamma di sfumature, è il colore degli abiti estivi, del latte di mandorla, di molti edifici delle piazze di De Chirico e di oggetti e vasi nelle nature morte di Morandi, che più che bianchi son velati di bianco, e che a loro volta mi fanno venire in mente altre immagini meno bianche ma altrettanto pure e rigorose: alcune cose di Moroni, Chardin. E poi colora le forme: il marmo di Bernini e Canova e le facciate del Borromini. Cos’altro? Rigorosamente in ordine sparso: le abbazie cistercensi (Fossanova, ad esempio), il melone giallo (bianca è la sua dolce polpa), le scogliere della Côte d’Albâtre.
E infine:
Dare you see a Soul at the “White Heat”?
Then crouch within the door –
Red – is the Fire’s common tint –
But when the quickened OreHas sated Flame’s conditions –
She quivers from the Forge
Without a color, but the Light
Of unannointed Blaze –Least Village, boasts it’s Blacksmith –
Whose Anvil’s even ring
Stands symbol for the finer Forge
That soundless tugs – within –Refining these impatient Ores
With Hammer, and with Blaze
Until the Designated Light
Repudiate the Forge.E. Dickinson
Osi vedere un’Anima al “Calor Bianco”?
Allora rannicchiati dietro la porta –
Rossa – è la tinta comune del Fuoco –
Ma quando l’eccitato MetalloHa saziato la condizioni della Fiamma –
Lei esce fremendo dalla Fucina
Senza colore, tranne la Luce
Di una Vampa profana –Il più piccolo Villaggio, vanta il suo Fabbro –
Della cui Incudine l’incessante tintinnio
Assurge a simbolo di una Fucina più sottile
Che senza suono batte – dentro –Raffinando questi impazienti Metalli
Col Martello, e con la Vampa
Finché la Luce Designata
Ripudia la Fucina –
Restyling
Settembre è tempo di restyling ed è toccato anche al mio blog. Un’aggiustatina.
Ricordo a tutti che da qualche settimana è cambiato anche l’indirizzo web di Pioggia di note…sui danzatori
eccolo qui
http://pioggiadinote.com
Il nuovo indirizzo dei feed è invece
https://pioggiadinote.com/feed/
Ipotesi di laurea
Del mio passato di pianista nel repertorio della musica vocale da camera rammento due incontri speciali, entrambi con voci baritonali. Christian era cileno, studiai con lui Die schöne Müllerin ed altre pagine memorabili del repertorio liederistico: molto bravo, entrò nell’Accademia scaligiera e poi iniziò una bella carriera. Laureato in biologia, era campione nazionale di scacchi del suo paese e sposato con un soprano con cui ho avuto altresì l’occasione di suonare. Alfredo invece era milanese come me, un bellissimo timbro di voce. Con lui ho portato in concerto splendidi cicli, tra cui Liederkreis op. 24 di Schumann, Don Quichotte à Dulcinée dell’adorato Ravel, le Chansons gaillardes di Poulenc, geniali e provocatorie. Ma eseguivamo anche altro, per esempio Embraceable you di Gershwin, che grazie al suo timbro vocale suonava profonda e sensuale insieme.
I Lieder o Chansons o Canciones o Romanze e canzonette dalla fine del ‘700 costituiscono le perle del catalogo vocale solistico, proponendo in alternativa al melodramma le sfumature e il tono intimistico delle composizioni da camera. E’ un repertorio meno noto specialmente qui in Italia, dove sembra impossibile trovare cantanti interessati a misurarsi con un genere di espressività che fa a meno della teatralità e li sfida a lavorare su aspetti della vocalità non appariscenti. I cantanti così sono dotati d’intelligenza musicale, curiosità intellettuale e predisposizione per il canto in altri idiomi linguistici, strumenti che fanno loro apprezzare la bellezza assoluta di molte pagine di questo repertorio.
Questo sguardo al passato e le conseguenti riflessioni – lascio nel cassetto, o meglio nell’armadio, quelle un tantino illividite riguardanti il mio rapporto con il pianoforte, e le occasioni perse * – mi sopraggiungono alla vigilia dell’esame di Laurea nel Biennio in Discipline Musicali con l’indirizzo “Musica Vocale da Camera”, che sosterrò verso la fine di settembre al Conservatorio Santa Cecilia di Roma.
Non c’è un repertorio della musica occidentale colta che io ami più di questo.
*Un buon titolo per un raccontino autobiografico d’ispirazione illuminista potrebbe essere Della mia controversa relazione con il pianoforte ovvero le occasioni perdute
Coreani da capogiro
Kim Myung Kyu e Park Sae Eun, dalla Corea, hanno vinto la sezione seniores del Premio Roma 2010, che si è svolto come è consuetudine nello scenario del Teatro Grande dell’Accademia Nazionale di Danza, affacciato sul Colle Palatino e illuminato dalla luce piacevole delle ultime sere di giugno. Avendo visto l’esibizione finale, avevo preferito in verità le qualità dell’ucraino Stoyanov, poi classificatosi secondo: molto morbido ed elegante, dotatissimo, altrettanto abile del coreano nell’eseguire le figure più virtuosistiche.
I due coreani si presentano per la classe di riscaldamento prevista il giorno dell’ultima esibizione, quella della ripresa televisiva. Classe che di norma prevede una sbarra breve, per un allenamento efficace e non faticoso, che non richieda una particolare concentrazione sulle sequenze. Invece la Maître mostra i passi con interminabili spiegazioni (in italiano, sebbene lei non sia di origine italiana e i danzatori siano coreani), come se in quel momento avesse una qualche importanza ricordarsene la struttura e sceglie andamenti lenti, da corso accademico intermedio: con il risultato di far stancare i due ballerini – tanto che la giovane coreana si massaggia i quadricipiti dopo i fondus. Ma non è abbastanza: l’alacre e instancabile vocazione di didatta induce la Maître ad interrompere l’esecuzione per correggere l’impostazione della schiena del coreano: c’è proprio da domandarsi come avrà fatto fino a quel momento il malcapitato ad eseguire gli incredibili salti di Attéon, a due metri da terra, con una schiena così… Infine la devota a santa Vaganova costringe i due ad un ultimo esercizio di grands battements, che mi tocca eseguire al tempo di marcia d’ordinanza. Infine li congeda, vivaddio. “Andate, andate al Premio Roma…”. Ci vanno, certo, e si portano via tutto. Io un po’ mi vergogno, ho scambiato con loro qualche sguardo eloquente durante la classe, così più tardi, attraversando la sala dove si preparano, ci inchiniamo reciprocamente, sorridendo.
Ecco qua la variazione maschile del Passo a due Diana et Attéon di Petipa/Drigo danzata dal coreano di cui sopra in occasione di un’altra competizione:
Atto bianco
Ballet blanc è un termine che si riferisce agli atti di balletti romantici – da La Sylphide, a Giselle, al Lago dei cigni – in cui dominano personaggi irreali ed eterei, vestiti da morbidi e bianchi abiti di tulle, appunto i tutù. Il più noto ed affascinante tra i Ballets blancs è il terzo atto – Atto bianco – de La Bayadère di Marius Petipa su musiche di Minkus.
La Scuola del Teatro dell’Opera di Roma ha presentato una propria versione coreografica dell’ Atto bianco de La Bayadère nell’ambito del Saggio-spettacolo di fine anno, svoltosi nell’omonimo Teatro i primi di luglio. Un saggio nel vero significato del termine: la prima parte in body accademico con una “coreografia” che è sostanzialmente una lezione di danza classica ripetuta per i vari livelli di corso su musiche di Mozart. La seconda parte è affidata alla medesima successione di corsi ma caratterizzata da un’espressività più libera, parzialmente sganciata dai canoni del classico specialmente nell’Atto bianco, interpretato dagli allievi dei primi corsi. Il risultato è suggestivo: in un’atmosfera da notte lunare, i giovani danzatori indossano abiti candidi e si spostano sulla scena ben diretti nella gestualità e nei movimenti, con un effetto di generale leggerezza e poesia.
Non ho sufficiente destrezza nel distinguere i talenti; al mio sguardo tuttavia non si sono rivelati allievi dalle doti fuor del comune, a parte la giovane interprete di The fairy Doll, già notata al Premio Roma. E’ facile invece riuscire ad intravedere un metodo di studio rigoroso, che emerge insieme ad un grande senso di professionalità anche nei ballerini giovanissimi. Nessuna impressione di dilettantismo o di preparazione improvvisata, perciò buon viatico per chi vuole davvero intraprendere la carriera di danzatore classico.
Babel
La volta di pietra che sovrasta il palco ha forse duemila anni, così come gli archi che incorniciano i musicisti sullo sfondo, riconoscibili dalla loro silhouette, affiancati al proprio strumento, nell’aura di luci calde. Vacillo al pensiero che al di là di questa struttura si trovi la più incantevole di tutte, il notissimo Bacino del Canopo della Villa di Adriano a Tivoli, contornato da archetti in marmo e statue ellenizzanti, definite da ombre e luci sparse nella notte.
Lo spettacolo è degno di questa cornice superba. Sidi Larbi Cherkaoui, danzatore e coreografo belga, insieme a Damien Jalet , ha concepito una trama complessa nella quale si intrecciano lingue, voci, razze, idee, forme. Babel (words) comincia il suo racconto intorno alla gestualità, linguaggio vivo nelle epoche primitive ma di cui oggi restano solo delle reminescenze; poi indaga la nascita delle lingue parlate e, di conseguenza, le relazioni umane nel loro svilupparsi attraverso le vicissitudini delle incomprensioni e del ritrovarsi. Questa Babele di linguaggi e filosofie e religioni che ne risulta, il mondo di oggi, trova una sua simbolica rappresentazione nelle geniali strutture di metallo trasportabili concepite da Antony Gormley: immensi parallelepipedi di dimensioni diverse che spostati, ruotati, inseriti ad arte l’uno nell’altro (fino a ricordare nella forma una specie di torre) rappresentano di volta in volta la scena e l’oggetto della scena, la linea di confine oltre/entro la quale cambiano i modi e gli usi, le lingue e le idee. Ogni possibile conflitto è considerato da Cherkaoui e Jalet come un’eventualità superabile, di ogni diversità essi cercano il punto di conciliazione: e a sostenere un messaggio di speranza come questo ci sono anche episodi buffi e leggiadri, duetti d’amore e d’intreccio non privi di sensualità.
Lo spettacolo è pensato e costruito intorno alle personalità e ai talenti dei tredici artisti, di molteplici nazionalità, danzatori versatili e preparatissimi atleticamente, alcuni acrobati o contorsionisti, e tutti dotati nella recitazione, nel mimo e nel canto. Cinque musicisti, anche loro di diverse provenienze, intrecciano a loro volta i propri linguaggi, alternando ma anche sovrapponendo canto medievale europeo e canto mediorientale (turco); a voci sole, oppure con il sostegno di percussioni varie di origine orientale e mediorientale (tra cui il kodo) e vari tipi di cetre (medievale, orientale come il koto, ecc). Ma anche i danzatori uniscono all’occorrenza la propria voce di cantori: una delle attrici canta con voce baritonale, facendo da bordone alla linea melodica cantata da Patrizia Bovi (cantrice medievale) o dal coro costituito da tutti i danzatori, con un risultato tecnicamente convincente ed equilibrato e dall’effetto timbrico insolito e affascinante, commovente ai nostri sensi già storditi dalla generosità di uno spettacolo come questo.
Cambio di indirizzo
Nota di servizio per tutti i miei cari lettori, in special modo per quelli più affezionati:
il nuovo indirizzo http
di questo blog, a decorrere da oggi, è
www.pioggiadinote.com
L’indirizzo www.taniapallabazzer.com per un po’ di tempo sarà reindirizzato al nuovo. Poi però diventerà altro. Quindi vi suggerisco di sostituirlo da subito, se conservate il mio blog tra i vostri preferiti o tra i feed. E se ancora non l’avete tra i preferiti, che cosa aspettate a inserirlo???
E ancora buone letture…
Ritratto – III
La sala è greve d’afa già di prima mattina. Ma i danzatori solerti son già lì che si riscaldano prima di cominciare la classe. Alcune zone della sala sono ancora in penombra, non tutte le luci sono accese. Impiego gli ultimi minuti per spostare il pianoforte, per fortuna abbastanza maneggevole grazie alle ruote, nella posizione meno sacrificata possibile.
Lui ancora non c’è, arriva sempre con due o tre minuti di ritardo; appena entra lancia il suo vigoroso buongiorno e subito stende il braccio destro e mi fa il segnale d’inizio con l’indice puntato verso di me: due quarti, e-e-euno. Con una cadenza un poco atona, leggermente ascendente sull’ultima sillaba. Ogni giorno iniziamo così. Ogni giorno punta il suo dito indice verso di me più volte, all’inizio di ciascun esercizio. Poi, all’interno di questo singolare linguaggio, ci sono altri segnali: c’è il fischio sparato, tipo richiamo del segugio, quando devo interrompermi all’istante perché in troppi hanno sbagliato; c’è il braccio teso con o senza indice, alla fine degli esercizi, quando devo restare ferma sull’ultima armonia o sul silenzio, prima di eseguire l’ultimissimo accordo, sovente accentato, che per i danzatori alla sbarra significa: riposo! (ma non: rompete le righe; quelle non si rompono mai); c’è un segnale per i danzatori, che per me significa: qui non suonare più, quando con la mano su e giù li guida, alla fine di ogni piccolo salto, in plié-relevé; e altre piccole cose. E c’è qualche sintetica spiegazione degli esercizi, che specialmente alla sbarra sono costituiti da diverse sequenze con cambi di tempo: ma lì di solito navigo a vista (e per ora ho la vista buona…). Infine, ci sono radi commenti sulla qualità di quello che io eseguo, generalmente negativi. Forse quando non ne fa significa che gli piace? Non si sa. Qualche sguardo rivolto al cielo, i primissimi giorni, quando non ero ancora in grado di leggere nelle sue intenzioni future; poi ho imparato a farlo, perciò niente più sguardi a Zeus.
Diciamo che la comunicativa non è il suo forte. Ma ha le idee chiare, questo sì. Ultimamente mi stringe la mano, alla fine della classe – sebbene senza un particolare entusiasmo.
Tra me e me, per sdrammatizzare, mi racconto: anche domani lezione con il vichingo. E penso ai suoi lunghi capelli biondi, che ogni tanto decide di pettinarsi mentre stiamo eseguendo; a quel viso un po’ ingrugnato, che si distende, talvolta abbozzando persino un sorriso, quando suono qualche pagina di repertorio classico al centro; alla sua espressività un po’ scolpita con l’accetta, che potrebbe ricordare appunto quella di un guerriero vichingo o un sacerdote druido proveniente da qualche gelida e fiera terra del nord.
Corpi da …ballo
Una compagnia straordinaria il Cedar Lake Contemporary Ballet. Atleti preparatissimi e interpreti versatili, che affrontano lavori coreografici ispirati a poetiche anche molto diverse tra loro. Nell’ambito di Spoleto 53Festival dei 2 mondi è stato proposto uno spettacolo che comprendeva tre coreografie accomunate dal pregio di saper mettere in evidenza le qualità di questi splendidi danzatori.
Sunday, again di Jo Strømgren, a mio avviso la meno interessante delle tre, giocava sul rapporto tra partitura – di Bach – e movimento, attraverso un percorso narrativo – un po’ prevedibile – intorno alle schermaglie domestiche di coppie contemporanee.
Di altri presupposti e linguaggio del tutto differente la coreografia di Jacopo Godani, Unit in reaction: tagliente e vorticosa, incentrata sull’avvicendarsi di velocità ed improvvise fermate, sfidava i danzatori, stimolandoli ed evidenziando le loro qualità atletiche, in special modo quel genere di corporeità, osservata in particolare negli interpreti maschili, che mi piace definire burrosa – anche se l’aggettivo burroso non dà l’idea dell’energia che contenevano e sprigionavano. Eppure tale era la morbidezza dei loro movimenti, il liquefarsi nell’aria delle loro schiene; insieme ad un controllo assoluto sulle dinamiche. Aggiungo che Godani è capace di espressione sintetica, qualità non diffusissima tra i coreografi contemporanei. Sul linguaggio di Godani, leggete anche queste interessanti riflessioni.
Mi ha affascinata ancor di più Frame of view di Didy Veldman – di nuovo tutt’altra prospettiva rispetto alle precedenti – dove è stato esplorato il rapporto con l’eventualità, manifestato, attraverso movimento e recitazione, nelle relazioni con gli oggetti e con lo spazio che unisce o divide dagli altri individui. L’impianto scenico, essenziale, è fatto di tre porte sulle quali i danzatori si arrampicano, possono appendersi, trovano appoggio o rifugio avviluppandosi nelle parti in gomma elastica. E il giallo, tonalità delle porte, dei confini tra dentro e fuori, è il colore “civetta” dell’emozione: colora i limiti tra partecipazione ed esclusione, appartenenza e abbandono; colora un vestito indossato da qualcuno, nel quale ci si può infilare, fino a indossarlo su di sè. Mutevoli come le emozioni, i corpi sembrano di gomma. E la gomma è il materiale della trasformazione, della pàtina grazie alla quale si può dar nuova forma ad un corpo o un nuovo stato emotivo all’ animo.
Vi segnalo anche questa recensione.
Tragedia biancovestita
Vi immaginate di esser guidati attraverso gli anfratti di un’elegante giardino ottocentesco da due…”folletti” biancovestiti, e condotti sull’orlo delle scene del Romeo e Giulietta Shakespeariano tanto da poterci quasi infilare un piede dentro, e creder d’esser lì? E quando siete ormai assorti nel dialogo, presi dall’emozione di trovarvi proprio dentro la tragedia, commossi e incantati dalla luce che fa brillare gli abiti tutti bianchi nella luce crepuscolare già quasi notte, vi immaginate che il tintinnio di un campanello vi risvegli e vi guidi (dài!) alla scena seguente dove, che ne so, sulla soglia di una grotta di pietra Romeo discute animatamente col frate Lorenzo? Oppure tra le foglie del bosco, dove la balia si dispera per la morte di Tebaldo, mentre sullo sfondo Romeo, bandito, pedala verso il suo esilio? O ancora in un angolo più oscuro che ospita l’alcova ultimo luogo d’incontro degli innamorati da vivi? Ve lo immaginate?
La scena d’apertura, dal canto suo, mi era parsa un prologo in cui i simboli della vicenda sono decontestualizzati, idealizzati e tuffati nel verde di un prato alla stregua di quadri viventi, che si animano come ingranaggi addormentati: fanciulle che danzano o giocano con una scala come fosse un’altalena (sarà la scala del balcone di Giulietta?); ruote di bicicletta (quella che porterà lontano Romeo; o quella che non farà giungere in tempo il messaggero?), che diventano strumenti di lavoro – anche domestico; e infine, giovani che si sfidano a duello e invitano gli spettatori ad entrare nella storia, in un certo modo sfidando anche loro.
Dalla tragedia poi si riemerge, è quasi notte, il gioco è svelato e i personaggi/attori dagli abiti candidi possono porgerci sorrisi e saluti gentili.
Loro erano gli allievi del I e II anno del corso di recitazione dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, in Romeo e Giulietta – materiali, coordinati da Lorenzo Salveti, Rosa Maria Tavolucci e Monica Vannucchi; lo scenario era il giardino di Villa Redenta a Spoleto, nell’ambito di Progetto Accademia, per Spoleto 53 Festival dei 2 mondi.
Sono appassionati e bravi e un po’ scanzonati questi giovani attori, e a me pare che questo lavoro abbia reso il pubblico partecipe di un’esperienza preziosa, nella quale ognuno poteva sentirsi accompagnato con delicatezza e giocoso candore all’interno di una sorta di incantesimo del quale era, temporaneamente, ospite speciale; un’esperienza in cui il contatto ravvicinato con la scena ha accentuato l’aura magica della rappresentazione.










