Corno inglese
ll vento che stasera suona attento
– ricorda un forte scotere di lame –
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l’orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D’alti Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia a scaglia,
livido, muta colore,
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell’ora che lenta s’annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.
(Eugenio Montale, Ossi di seppia; Movimenti)
Questa immagine che ho scattato quattro anni fa tenta un’impossibile intreccio con i versi di Montale. E’ stata scattata in Liguria, nella località detta Punta della Madonna, dalle parti di Bonassola. Mostra definiti raggi di luce che uniscono la superficie del mare al tetto delle nuvole e alcune gradazioni di colore, come il rame del cielo e lo scurirsi del mare all’imbrunire, che rievocano le immagini scolpite da Montale. Non si ascoltano suoni, né quelli provocati dal vento di maestrale né il fragore delle onde: il suono per noi è quello di questi versi. Quanto al cuore, neppure quello montaliano vibra di una sua voce.
Et…voilà!
Nella mia second life di blogger sono solita dedicare un po’ del mio tempo alla lettura del web, così mi capita di imbattermi in decine di blog di privati cittadini melomani e frequentatori di teatri che offrono considerazioni anche penetranti sulla vita musicale e culturale delle loro città. Ed è in alcuni prossimi post che vorrei raccontarne: ma non oggi.
Oggi la mia attenzione si è depositata – come polvere statica su una lente – sulla notizia della pubblicazione di una nuova … raccolta di musiche per accompagnare la lezione di danza classica: Arreglos de piano para danza di Saùl Aguado (ed. Nueva Carisch España). La mia curiosità è stata rivolta anzitutto a capire se si tratta di musiche originali o no. Perché i pianisti che scrivono musica per le lezioni di danza incidono le loro creazioni su cd per diffonderle nelle scuole, però non le pubblicano mai; oppure, nessun editore è interessato a pubblicargliele. Forse non amano diffonderle a beneficio di altri pianisti che intraprendono questa professione; se le tengono per sé. In certi casi non è nemmeno un male, dopotutto…
Infatti anche in questo caso non si tratta di composizioni originali: e io mi domando che utilità possa avere una raccolta di arrangiamenti di brani del repertorio pianistico più conosciuto del ‘700, ‘800 e ‘900. D’accordo, lo scopo principale è propedeutico: l’opera fornisce indicazioni su “come eseguire” queste musiche applicate ai passi di danza e include dei cd – così, quando il pianista ha il suo ricorrente attacco di tendinite, gli insegnanti fanno presto, mettono il cd e via… Ma in ogni caso, visto che l’autore degli Arreglos de piano para danza, due volumi, si è messo lì e ha perso un po’ del suo tempo, forse poteva coglier l’occasione per rinnovarlo, questo repertorio… perché qui – cito a caso – troviamo un’infinità di musiche di Chopin (valzer, notturno op.55…), il valzer delle ore di Ponchielli, la pucciniana Quando m’en vo’, il terzo movimento della sonata Patetica, Golliwogg’s cake walk di Debussy, vari minuetti di Bach… Il ‘900 è rappresentato da due brani di … Scott Joplin!
Questo percorso viene proposto senza neppure azzardare il tentativo di affacciarsi su un repertorio tematico che non sia scontato. In un’ottica di questo genere la professione del pianista della danza non riesce a sganciarsi da un’immagine logora e antiquata priva di un’autentica personalità musicale e rimane inconciliabile con la necessità di una ricerca musicale attiva, se non creativa.
Uccellino azzurro
Nel terzo atto de La bella Addormentata di Tschaikovskij/Petipa l’intreccio è ormai risolto: ha luogo infatti la festa di nozze di Aurora e Desiré, protagonisti della ben nota vicenda, tratta dalla omonima fiaba di Charles Perrault. L’azione di fatto si interrompe e ha inizio un divertissement nel quale compaiono i personaggi di altre famose fiabe contenute nella raccolta dei Contes de fées, buona parte delle quali – ma non tutte – sono di Perrault. La coppia di personaggi più affascinante, a mio avviso, a cui è affidato un importante e giustamente famoso episodio del Balletto, è quella dell’ Uccellino azzurro e Florina. La fiaba originaria è intitolata L’oiseau bleu ed è di mano di Madame d’Aulnoy (autrice a sua volta di una interessante raccolta di fiabe): narra del principe Splendido il quale, sotto le sembianze di uccello azzurro, conforta Florina rinchiusa nella torre; ma sarà lei a ritrovarlo, ritornato alle apparenze umane, dopo essersi liberata dalla prigionia.
Nel balletto l’episodio è costituito da un passo a due e dalle singole variazioni dei due protagonisti seguite da una coda di entrambi. La variazione maschile è in un tempo di valzer molto accentato che conferisce particolare slancio al danzatore, i cui salti devono proprio dare l’idea del volo: e io trovo molto poetica quell’apertura accentuata delle braccia – morbide come autentiche ali anche nelle volute potenti dei salti – e lo sguardo del danzatore rivolto verso l’alto, come per sollevare in cielo il principe-uccello verso la torre di Florina. Dal canto suo la coda che segue la variazione femminile è a parer mio deliziosa. Lo è dal punto di vista coreografico per la leggerezza delle movenze, in particolare delle braccia, ma anche per il carattere della partitura di Tschaikovskij, mosso ma leggero, che suona soave come un frullare d’ ali.
Eccola:
Legami perduti
(Frammenti da un dialogo)
« (…) Sento che qualcuno cerca di entrare in contatto con me. Per questo nel sogno mi cerca e piange. E anch’io cerco questo contatto. Ho bisogno di legarmi a qualcosa. Vorrei ricominciare da capo (…)»
(…) lentamente, lui alzò la testa e mi guardò in viso.
«Io farò quanto è in mio potere per realizzare il contatto che cerchi (…). Quello che posso fare, lo farò. Ma anche se tutto andrà bene, può darsi che tu non ce la faccia a trovare la felicità (…) Può darsi che nel mondo dall’altra parte, non ci sia nessun posto per te. (…) Quando si cade in questa rigidità, è difficile tornare indietro (…)»
«Che cosa devo fare?»
«Finora tu hai perso molte cose. Molte cose preziose. Il problema non è sapere di chi è la colpa. Il problema è che tu attaccavi sempre qualcosa di te a tutte le cose che perdevi. Non avresti dovuto. Avresti dovuto tenere qualcosa da parte per te (…). Così ti sei consumato a poco a poco. Perché? Perché l’hai fatto?»
«Non lo so»
«Forse era più forte di te. O forse eri spinto a farlo da…una specie di destino (…)»
«Che cosa devo fare?» ripetei di nuovo.
«Danzare,» rispose «Continuare a danzare, finché ci sarà musica. Capisci quello che ti sto dicendo? Devi danzare. Danzare senza mai fermarti. Non devi chiederti perché. Non devi pensare a cosa significa. Il significato non importa, non c’entra. Se ti metti a pensare a queste cose, i tuoi piedi si bloccheranno. E una volta che saranno bloccati, io non potrò fare niente per te. Tutti i tuoi collegamenti si interromperanno. Finiranno per sempre. E tu potrai vivere solo in questo mondo. Ne sarai progressivamente risucchiato. Perciò i tuoi piedi non dovranno mai fermarsi. (…) Un passo dopo l’altro, continua a danzare. E tutto ciò che era irrigidito e bloccato piano piano comincerà a sciogliersi».
Alzai gli occhi e guardai la sua ombra sul muro.
«Danzare è la tua unica possibilità. Devi danzare, e danzare bene. Tanto bene da lasciare tutti a bocca aperta.(…) Finché c’è musica, devi danzare!»
Murakami Haruki, Dance Dance Dance (traduz. G. Amitrano)
Nuvole danzanti
L’abitudine di riconoscere figure o atteggiamenti antropomorfi nelle manifestazioni naturali non mi abbandona mai, così ho deciso di pubblicare alcune fotografie del cielo terrestre in cui mi pare di ritrovare figure danzanti. Nell’attimo in cui sono state fermate, queste immagini suggeriscono un’idea di movimento “organizzato”.
E’ un diletto tutto nostro, tutto umano naturalmente. L’esistente si manifesta in tutte le sue splendide forme, in cui amiamo talvolta intravedere figure “familiari”, non certo per piacere a noi.
Per un momento rimaniamo ingannati e poi tutto ritorna subito a trasformarsi per infinite volte manifestandosi come ordine o caos o chissà quale suprema sintesi di queste due cose.
D’altronde, io sono ben contenta di non dovermi preoccupare di quale senso abbia il tutto. Felicissima di lasciare che questo senso sia, qualunque esso sia.
I cannot dance upon my Toes
No Man instructed me –
But oftentimes, among my mind,
A Glee possesseth me,
That had I Ballet knowledge – Would put itself abroad In Pirouette to blanch a Troupe – Or lay a Prima, mad,
And though I had no Gown of Gauze – No Ringlet, to my Hair, Nor hopped for Audiences – like Birds, One Claw upon the air,
Nor tossed my shape in Eider Balls, Nor rolled on wheels of snow Till I was out of sight, in sound, The House encore me so –
Nor any know I know the Art I mention – easy – Here – Nor any Placard boast me – It’s full as Opera –
Non sono capace di danzare sulle Punte –
Nessuno mi ha istruito –
Ma spesse volte, nella mente,
Una Gioia mi possiede,
Che se avessi pratica di Balletto –
Renderei palese
In Piroette da far impallidire una Compagnia –
O lasciare una Primadonna, di stucco,
E anche se non ho Gonna di Tulle –
Né Cerchietto, nei Capelli,
Né saltello per il Pubblico – come gli Uccelli,
Una Zampetta in aria,
Né lancio la mia figura in Balli Eterei,
Né mi avvolgo in ruote di neve
Fino ad uscire di scena, fra la musica,
Con il Teatro che chiede il bis –
Né alcuno sappia che conosco l’Arte
Che menziono – semplicemente – Qui –
Né vi sia Manifesto che mi esalti –
È tutto esaurito come all’Opera –
E. Dickinson, Poesie (trad. G. Ierolli)
Prima o poi avrei pubblicato questa perla tra le meraviglie della beneamata Dickinson. Troppo facile fare mie queste parole?
Ritratto. II
L’occhio del Pantheon – quello originale romano – vigila su di noi mentre nella sua acustica pessima risuonano confuse le pure linee delle polifonie palestriniane. E continua a vigilare quando, dopo l’esibizione del coro, subitanea dalle prime file s’alza una chioma ricciuta che corre dondolando e saltellando verso il pianoforte a coda. E’ il nostro uomo. Fedelissimo all’immagine che di lui ha ogni fruitore anche occasionale di programmi televisivi di qualunque specie, sotto ai folti ricci sfodera un largo sorriso un poco ebete, alla Forrest Gump per intenderci, e sotto ancora sfoggia una lineare felpa blu con cappuccio, indossata su jeans e scarpe da tennis, che forse sono colorate – ma non ne sono certa. Incurante dello sguardo severo che penetra dritto giù dalla cupola, l’uomo saluta con la mano alla guisa di infante meno che treenne oppure di povero demente – quindi non si sa bene a quale modello si ispiri, ma comunque fa ciao-ciao e ride, come a dire: son qui di passaggio, eccomi qua, gente simpatica, vediamo un po’ se ora mi ricordo qualcuna delle mie canzoni, che ve la suono.
Purtroppo qualcuna se la ricorda, e una ce la ricordiamo anche noi perché passa alla televisione con una certa frequenza a commento della pubblicità di un’auto lussuosa e quindi la sentiamo spesso, anche se non compreremo mai quell’auto. In tutto ne suona cinque e dopo la seconda esibizione del coro ne suona, fuori programma, altre due. Delle prime cinque, solo la quarta – quella della pubblicità dell’auto – dimostra che l’uomo sa comporre una melodia facile facile, buona per un jingle pubblicitario. Le altre quattro no, ma sarà l’acustica confusa, chissà: a noi arrivano un mucchio di accordi ribattuti nel registro grave che non riescono ad allontanarsi dal pianoforte, ma rimangono appiccicati tra loro come zucchero filato e formano una specie di nuvola informe che per fortuna non sale verso l’occhio – sempre più spalancato – ma giace lì, tranne qualche frammento che vaga per l’aere attaccandosi ai vestiti – che nessuno si può togliere, più che altro perché fa un freddo che non vi dico. Delle prime cinque le tre centrali sono nella stessa tonalità, caratteristica facilmente percepibile anche grazie al fatto che nessuna delle sette si allontana granché dalla tonalità d’impianto durante lo svolgimento del pezzo. Perché in realtà non c’è alcuno svolgimento. Di fatto, nessuna idea, neppure minima – neppure minimalista, potrei dire, ma per questo caso non vorrei scomodare una delle principali correnti della storia della musica contemporanea. Nessuna intenzione di dire alcunché, né di già sentito e meno che mai di nuovo. Perché in realtà è uno scherzo. Ecco perché ride!
Vi segnalo questo articolo sull’argomento…
I suoni del mondo
Save our sounds è un programma promosso dalla BBC che invita a realizzare registrazioni di “suoni” provenienti da qualunque fonte, che per noi abbiano un significato tale da meritare la conservazione: dal fruscìo del nastro di un vecchio Super 8 al sibilare del vento in un deserto americano, dai canti propiziatori dei pescatori angolani all’abbaiare degli husky in Groenlandia… Tutti possono partecipare, si è già costituito un archivio di documenti sonori provenienti da ogni parte del mondo. Poiché “suono” ha qui un’accezione ampissima, è naturale che questo archivio tenderà ad assumere immense proporzioni. Vi rimando a questo articolo.
Archival sounds recordings è invece una collezione di testimonianze sonore raccolte con rigore scientifico dalla British Library, che le ha sistemate in categorie come “Accents and dialects” “Environment and nature” “Oral history” “Jazz and popular music”, ecc. Sul sito è possibile ascoltare – ma non scaricare – centinaia di tracce, e io per una volta ho rinunciato alle Chansons de Bilitis, a de Falla e ai Radiohead per deliziare le mie orecchie con
A rich tapestry. Hungarian soundscapes
Amazon riverside at night. Colombia
Atmosphere – various birds calling round the pool. South Africa
… e così ho viaggiato in affreschi sonori ricchissimi, tridimensionali, pieni di vita. Penso infatti che un'”immagine sonora”, ancor meglio se non associata a un corrispettivo visuale, sia dotata di una capacità evocativa molto più penetrante ed efficace di un’immagine visiva.
Un’onda del mare
(…) when you dance, I wish you
A wave o’ th’ sea, that you might ever do
Nothing but that (…).
William Shakespeare, The Winter’s Tale, atto IV.
Quando danzi, vorrei che fossi
un’onda del mare, per fare null’altro che quello,
muoverti, muoverti sempre,
senza altra funzione.
(Traduzione non mia)
Da sempre affascinata dal mare per i suoi colori e per la sua densità e per la dinamica delle sue acque, mi è familiare l’idea di cercare un’identificazione con le onde, ma non avevo mai associato il loro fluire a un movimento danzato – mentre l’inverso, ovvero riconoscere onde e flussi nelle forme e nei movimenti coreutici, è diventato quasi un luogo comune.
In questi versi è scritto il miglior augurio che si possa fare a chi vive per danzare – o viceversa – ma si tratta anche di una delle immagini più poetiche a cui ogni soggetto amoroso vorrebbe essere avvicinato.
“Suonatemi, sono vostro”
Play me I’m yours, così recita lo slogan di un’iniziativa commissionata dal Fierce Festival a Luke Jerram, artista UK specializzato in installazioni pensate per ampi spazi a cielo aperto, che prevedono un’interazione con il pubblico. La prima edizione si è svolta a Birmingham nel 2008: per alcune settimane 5 pianoforti sono stati sistemati in diverse piazze o luoghi di riferimento della città e messi a disposizione di chiunque, con il proposito di far interagire i passanti occasionali con i residenti e i vicini di casa, documentando poi la “storia” di questi strumenti attraverso i post, le foto e i video raccolti dal sito internet. L’esperienza è stata ripetuta nell’ottobre 2008 a Saõ Paulo (8 pianoforti) e nel 2009 a Sydney (30 pianoforti), Birmimgham, Londra… Nel 2010 sono previste riedizioni dell’installazione a Bath, ancora a Londra, poi a Belfast, Barcellona, Cincinnati e in diverse altre città europee e americane.
Gli strumenti in molti casi vengono decorati e agghindati con colori sgargianti e scritte, risultando in tal modo meglio integrati nel contesto metropolitano: non sono pianoforti di gran valore, ovviamente, visto che li lasciano alle intemperie per settimane finché non se ne vanno in malora del tutto (a quel punto, ormai ridotti a scatoloni di ferraglia, vengono generosamente donati alle scuole e alle associazioni degli stessi quartieri…).
Scorrendo i commentari e i video si possono trovare dilettanti che eseguono i loro cavalli di battaglia (anche con lo spartito davanti), bambini e varia umanità curiosa, vecchietti che pasticciano valzer o boogies, giovani biker e skater della notte, musicisti in erba che cercano pubblicità, poliziotti e fattorini…












