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Zarko in posa

10 marzo 2010

Al di là delle vetrate, la pioggia non riesce a cadere diritta verso la terra, ma viene scomposta furiosamente dal vento gelido, spinta contro le finestre con violenza. E’ facile supporre quanto il freddo là fuori sia intenso e sgradevole, tanto che persino la sala rosa pare un ambiente confortevole; oggi è persino ben riscaldata. Mi siedo quindi al piano, dopo aver gettato uno sguardo alle formichine vaganti lì intorno (l’area del pianoforte è l’unica zona franca dove non rischiano di essere spiaccicate): comincia la lezione di repertorio con Zarko. Oggi è rimasto un solo allievo ad eseguire le variazioni (tratte dal Passo a due del balletto di Auguste Bournonville L’infiorata di Genzano), altri sono malati, altri ancora si sono dati alla macchia (li intravedo uno per uno mentre scivolano felpati verso i loro nascondigli).

Nel mezzo delle correzioni di Zarko, che interrompono più volte l’esecuzione della prima variazione, si affaccia una giovane fanciulla con macchina fotografica al collo.

«Mi scusi, le avevo fatto già alcune foto poco fa, durante la lezione, ma mi chiedevo se posso fotografarla di nuovo, con lo sguardo in camera!»

«Ancora delle foto? Va bene. Dove facciamo?»

Si dirigono verso il murales che adorna la parete di fronte alle vetrate.

La fanciulla si lancia nel tentativo di motivare la sua nuova richiesta di foto: «Perché, insomma, mi hanno detto … mi hanno detto … che lei è …»

Sguardo interrogativo di Zarko.

«… Che lei è … lei è quello … lei è russo, no? » [Zarko ha studiato anche in URSS ma è di origine croata]

«Io cosa?»

«Cioé, mi hanno detto che lei è uno molto … – si corregge – … che lei è molto bravo!»

Zarko ride.

«Che cosa? Le hanno detto … ha, ha … Allora, come mi devo mettere?»

E lei lo immortala mentre lui, in una posa un po’ di sbieco, guarda l’orizzonte.

La fanciulla esce.

Zarko: «ha, ha … non sapeva neanche mio nome … ha, ha!». 

 

 

I capricci di Cupido

7 marzo 2010

Centrato...

Cupido che scocca le frecce dal suo arco colpisce, quando vuole, anche un po’ a caso: perché in realtà è un bimbo dispettoso…   

Il balletto Amors og Balletmesterens Luner (I capricci di Cupido e del maestro di ballo) di Vincenzo Galeotti su musica di Jeus Lolle è stato rappresentato per la prima volta in Danimarca nel 1786, agli albori della storia del balletto moderno nonché della fortuna del Balletto danese. Attingendo sia al patrimonio delle danze popolari scandinave che alla comicità della Commedia dell’arte italiana, questo lavoro coreografico di matrice buffa racconta una vicenda in cui Cupido si diverte a mescolare le coppie che lui stesso deve unire in matrimonio. Accomunati dalla nazionalità (tirolesi, danesi, norvegesi…), ma anche da altre salienti caratteristiche (i “quaccheri” e i “vecchi”), dopo un confusionario e buffo gioco di scambi, i componenti delle coppie si ritrovano appaiati al partner sbagliato,  ricongiungendosi solo  in occasione del matrimonio per l’immancabile lieto fine. Matrimonio che avviene appunto come si deve, ossia nel quale la norvegese sta col norvegese, il vecchio con la vecchia, e via dicendo. (L’importante è che alla fine tutto ritorni in ordine, secondo i canoni enciclopedici e moralistici dell’epoca –

 – e così sia).      

Prodotto in versione integrale nel 2006 dall’Accademia Nazionale di Danza sotto l’egida del rigidissimo Teatro Reale danese, che cura l’eredità di tutto il patrimonio dei  balletti danesiI capricci di Cupido è stato riproposto in versione ridotta sabato 6 marzo al Teatro Ruskaja dell’Accademia,  in occasione della rassegna Danza con me. Al pianoforte la sottoscritta.     

 Qui trovate un ulteriore notevole approfondimento sul Balletto Reale Danese.

 

Piano improvisation – III

28 febbraio 2010

Pubblico oggi With rush, un altro episodio improvvisativo estratto dal materiale registrato durante lo Stage di Contemporaneo e contact improvisation del 7 febbraio 2010.

Ricordo che tutte le improvvisazioni pubblicate si trovano nella pagina Musica per danza in MP3, con i relativi indirizzi you tube dove scaricarle in alternativa.

Ich grolle nicht

25 febbraio 2010

Ich grolle nicht, und wenn das Herz auch bricht,
Ewig verlor’nes Lieb ! Ich grolle nicht.
Wie du auch strahlst in Diamantenpracht,
Es fällt kein Strahl in deines Herzens Nacht.
Das weiß ich längst.

Ich grolle nicht, und wenn das Herz auch bricht,
Ich sah dich ja im Traum,
Und sah die Nacht in deines Herzens Raum,
Und sah die Schlang’, die dir am Herzen frißt,
Ich sah, mein Lieb, wie sehr du elend bist.

Io non mi lamento, anche se il cuore mi si spezza,
amore perduto per sempre!  Io non mi lamento.
Se anche tu splendessi nella luce del diamante,
non cadrebbe un raggio nella notte del tuo cuore.
Questo lo so da tempo.

Io non mi lamento, anche se il cuore mi si spezza.
Ti ho visto in sogno,
e ho visto la notte nel tuo cuore,
ho visto il serpente che ti divora il cuore,
ho visto, amore mio, quanto soffri.

Heinrich Heine: Buch der Lieder, Lyrisches Intermezzo n. 18

Robert Schumann, Dichterliebe op. 48: Ich grolle nicht

 

Se è vero che il patrimonio genetico può arricchirsi nel corso della vita, questa pagina fa parte ormai del mio dna, da quando consumavo quel 33 giri di mia madre con l’edizione di Fischer-Diskau e Moore che vi propongo all’ascolto.

Affiancati a Fischer-Diskau, altri due interpreti storici: Hermann Prey e Fritz Wunderlicht. Fischer-Diskau, elegante e suadente; Prey, meditativo e disperato (da togliere il respiro); Wunderlicht, fremente e aspro.

R. Schumann, Ich grolle nicht. Dietrich Fischer-Diskau – Gerald Moore, 1956.

R. Schumann, Ich grolle nicht. Hermann Prey – Leonard Hokanson

R. Schumann, Ich grolle nicht. Fritz Wunderlich – Pianoforte n.d.

Chi preferisco? Ebbene, Hermann Prey, con il quale rimango col fiato sospeso e sull’orlo della sedia,  (nonostante le incertezze d’intonazione sfuggite a questo grandissimo nell’esecuzione filata: ma chi se ne importa!).

 

Inconsolabile

22 febbraio 2010

Me ne sto qui, nel mio piccolo bungalow, non è spazioso ma ci sto bene, è accogliente e contiene tutte le mie cose. La finestra incornicia il mio quadretto preferito, il giardinetto con la palma: non sarà una natura lussureggiante, ma è tutto mio, è il mio piccolo regno. Nei giorni di brezza adoro affacciarmi e osservare la palma mossa dal vento. E in lontananza intravedo le acque del laghetto incresparsi lievemente e cigni e anatre incuranti scivolare sulla superficie, ogni tanto aprendo le ali come per spiccare il volo, in realtà per consentire all’aria mossa e tiepida di asciugarne le penne. Oh, quanto la amo, è la mia casa, e ciò che la circonda è tutto il mio mondo.

Inizia a piovere, però. Pare una pioggerella ma aumenta d’intensità, diventando sempre più fitta, tanto da costringermi a ripararmi nella mia casetta.

Il tempo passa. E’ monotono il suo trascorrere, come il precipitare delle gocce. Sì, perché la pioggia cade ancora incessante. Dalla finestra noto un paesaggio che si è fatto nebbia – non sembra quasi più il mio.

D’un tratto la palma si è afflosciata, come fosse fatta di cartone, zuppa d’acqua. La mia pianta! Come cartone! Eppure, tante volte mi sono disteso sotto la sua stretta ombra per ripararmi dal sole. La noia si muta in sgomento, ma non mi muovo: fuori piove…non posso andare a vedere che cosa è successo alla mia palma… Ma devo, perciò esco. Muto di angoscia, mi agito intorno alla mia pianta ormai ridotta a uno straccio bagnato e comincio a correre avanti e indietro nel mio giardinetto; ma anch’io sono ormai fradicio, così rientro e mi viene un’idea, e mentre sto pensando a quell’idea – ecco non me ne ero neanche accorto, anche i cigni e le anatre si sono afflosciati come fossero di cartone, eppure ero certo di averli visti scivolare sull’acqua del lago, ho visto quando sbattevano le ali sollevando spruzzi d’acqua, ma ora vedo i loro colli piegati e i corpi molli e sciolti da questa maledetta pioggia. Allora torno alla mia idea. Non so spiegare che cosa stia succedendo al mio paesaggio adorato, mi ricordo però com’era prima che iniziasse a piovere, perciò ne disegno i contorni sul muro opposto a quella finestra che ormai si apre sull’orrore.

In tutto questo, faccio finta di non accorgermi che l’acqua è penetrata anche dentro la mia casa, il mio rifugio. Infatti, mentre sto disegnando sul muro, fiumi d’acqua scorrono sui miei piedi, e le pareti si inclinano pericolosamente verso di me, perché – dio mio, no – anche la mia casa si sta afflosciando, non posso più ignorarlo ma cerco di resistere, finché anch’essa si piega su di me come fosse di cartone, e non mi resta che strisciare fuori carponi.

Non dovrei dire fuori, perché non c’è più un dentro dove rifugiarsi. Quello che un tempo era il mio mondo, con un dentro e un fuori, oggi è un’unica dimensione incerta, sferzata da un’orribile pioggia che non lascia quasi mai tregua e dalla quale posso ripararmi soltanto con i miseri resti delle cose che ho amato –  finché  si conservano, ridotti come sono a brandelli.

D’un tratto qualcuno cerca di consolarmi: che sarà mai, capita a tutti: ma che cosa pensavi?! E io allora rido, ghigno come un pagliaccio, e recito, e canto una canzone che non è la mia. Alla fine mi rialzo, ma solo perché sono un tipo tenace: mi devo pur aggrappare a una qualche forma di esistenza. 

Non è un mio racconto, né la trama di uno dei miei incubi, ma una libera rilettura della vicenda raccontata in Blessed, uno spettacolo della coreografa americana Meg Stuart andato in scena all’Auditorium di Roma per il festival Equilibrio. Adottando  un linguaggio di tipo simbolico, in questo lavoro la Stuart mette in scena il dramma della condizione umana attraverso un percorso di disfacimento in tempo reale. L’installazione e l’assetto scenico hanno reso agevole la leggibilità dei contenuti,  anche se personalmente avrei preferito una narrazione senza “variazioni di registro” verso  il grottesco. Inoltre un paio di dettagli iniziali come le…ciabatte indossate dal protagonista e lo scroscio incessante di vera pioggia hanno da subito svelato che i movimenti coreografici sarebbero stati assai limitati…come in effetti è stato.

Vi segnalo questa recensione  di Monica Vannucchi.

 

 

Piano improvisation – II

17 febbraio 2010

Pubblico questa settimana Soft waves, un’improvvisazione tratta dalle registrazioni effettuate durante lo Stage di Contemporaneo e Contact del 7 febbraio 2010. L’insieme delle  improvvisazioni  che ho pubblicato è raccolto nella pagina Musica per danza in MP3.

Piano improvisation – I

12 febbraio 2010

Ho pubblicato With outspread wings, un estratto delle mie improvvisazioni registrate durante lo Stage di Contact  con Paola Sorressa. Lo trovate nella pagina Musica per danza in MP3, dove è presente anche un link per scaricare il file da youtube. Per il momento, la qualità del file audio che trovate nel blog è di gran lunga migliore di quella ascoltabile su you tube.

Infra

5 febbraio 2010

Infra di Wayne McGregor, coreografia del 2008 pensata per il Royal Ballet, di cui questo passo a due è un estratto, mi sembra caratterizzata da un linguaggio meno astratto  rispetto a quello delle coreografie per la Random Dance, la compagnia di contemporaneo di McGregor. Una trama sottile di gesti, di slanci e leggerezza e sostenuti abbandoni, di espressività sfumata, intensa e a tratti assorta, ricama un vero e proprio discorso amoroso.

La musica è di Max Richter,  decisa rievocazione dei concerti per violino di Bach e Vivaldi e più in generale di stilemi e percorsi armonici bachiani. Non originale quindi, ma comunque poetica.

Il fatto è che mi ha incantato, davvero. Vorrei tanto, anche per una volta sola, in una specie di sogno da lampada di Aladino, tramutarmi in una danzatrice ed essere in grado di tessere anch’io una trama come quella. 

 

Per un approfondimento, contenente descrizioni di coreografie di McGregor e alcuni interessanti link, visitate The Ballet Bag, il blog del Royal Ballet.

 

La sirena

2 febbraio 2010

(…) Essa non mangiava che roba viva: spesso la vedevo emergere dal mare, il torso delicato luccicante al sole, mentre straziava coi denti un pesce argentato che fremeva ancora; il sangue le rigava il mento e dopo qualche morso il merluzzo o l’orata maciullata venivano ributtate dietro le sue spalle e, maculandola di rosso, affondavano nell’acqua mentre essa infantilmente gridava nettandosi i denti con la lingua. Una volta le diedi del vino; dal bicchiere le fu impossibile bere, dovetti versargliene nella palma minuscola ed appena appena verdina, ed essa lo bevette facendo schioccare la lingua come fa un cane mentre negli occhi le si dipingeva la sorpresa per quel sapore ignoto. (…) era una bestia ma nel medesimo istante era anche una Immortale ed è peccato che parlando non si possa continuamente esprimere questa sintesi come, con assoluta semplicità, essa la esprimeva nel proprio corpo. Non soltanto nell’atto carnale essa manifestava una giocondità e una delicatezza opposte alla tetra foia animale ma il suo parlare era di una immediatezza potente che ho ritrovato soltanto in pochi grandi poeti. (…)

Giuseppe Tomasi di Lampedusa: Racconti, La sirena (1961)

 

La «bestialità» costituisce un binomio davvero insolito con la «divinità». La sirena di Tomasi di Lampedusa abita il proprio corpo con “immanenza”, esprimendo immediatezza e vitalità , ma non ingenuità nel senso di “stato intellettivo elementare”;  non c’ è stato un “peccato originale”, eppure c’ è un’ intelligenza evoluta.

Ma l’essere umano è capace di tanto?  Di  una manifestazione davvero  “genuina” di corporeità

 

e,  insieme … di sapienza?

  

Da ora in poi

28 gennaio 2010

Un esordio è il primo passo: da quel momento in poi, se tutto va bene, comincia la (grande) avventura. Naturalmente è bene calibrarlo nei toni giusti quel passo, perché nel contempo esso è una sorta di biglietto di presentazione che mette in mostra le qualità peculiari di una compagnia, delineando l’abbozzo di una personalità e la prima goccia di un’esperienza.

Così, dapprima,  il filo rosso teso appena in tempo da Pina Bausch – come una benedizione – afferrato al volo dalla Compagnia dell’Accademia Nazionale di Danza, ha preso forma nel Solo di Cristiana Morganti, un episodio breve e toccante intriso della poetica della grande Pina.

…A seguire ha preso vita Da ora in poi, coreografia di Jacopo Godani dal linguaggio vorticoso – mi viene da dire: metropolitano, per l’atmosfera -,  ritmato implacabilmente dalle alternanze di luce e buio, dinamismo e staticità (ma sempre con l’energia come compressa, pronta ad esplodere). Un linguaggio fatto di torsioni, pose immobilizzate, continue trasformazioni di qualcosa in altro: paralizzarsi un istante, liquefarsi, farsi letteralmente pioggia, prendere vita di nuovo; un discorso che si svolge snodandosi  in splendidi dialoghi a due, tre, quattro danzatori, in una composizione ben riuscita, direzionata, avvincente.

E invece non si è visto nessuno danzare nella coreografia di Robyn Orlin,  una pièce –  comica a tratti, inquietante, prolissa, assurda ma non abbastanza, provocatoria ma in modo banale – dove la Compagnia si è ritrovata a recitare la propria vita di danzatori prima dell’esordio: una vita da cani, letteralmente. Tanto che sorge il dubbio, com’è possibile che corpi tanto armoniosi e volti espressivi e voci carezzevoli e intonate siano maturate a tal punto dopo la giovinezza trascorsa nelle sale di danza? Bene, chissà se il proposito era quello di farci venire questo dubbio.

Loro sono davvero bravi, secondo me. E’ una compagnia neonata, non ci sono veterani, né modelli da seguire: è tutto da costruire e in tale contesto la professionalità, la pulizia esecutiva e la versatilità dimostrate sono un indizio di solidità e senz’altro terreno per buone fondamenta. Naturalmente saranno le scelte effettuate a un altro livello – quello del Comitato Artistico, costituito da grandi nomi della danza – a determinare la fortuna della compagine, poiché è lì che se ne decide l’indirizzo poetico e culturale, i referenti e i linguaggi dal punto di vista delle tecniche contemporanee, il rapporto con la sperimentazione, ma anche i contenuti che si vogliono – eventualmente – trasmettere. Da questo punto di vista, il “manifesto delle intenzioni” accennato nel programma di sala esplicita propositi un po’ generici, e l’impressione (sempre della mia si tratta, beninteso) è che un vero indirizzo non sia ancora stato scelto.

Del resto, non è facile: le premesse sono molto diverse nel caso in cui una compagnia nasca per volontà di un singolo coreografo, che ne fa il luogo di espressione del proprio linguaggio e delle proprie idee. Qui gli intenti si manifestano volitivamente con un “da ora in poi…”  che non è ancora in grado di raccontarci il seguito.

Vi segnalo questo articolo.