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Scenari

4 settembre 2011
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Costretta al riposo, non riesco a cimentarmi in nessuna attività intellettuale, come invece pensavo che avrei fatto. Così, potrei dire, “sto”. Nel nascondiglio, ben celata agli sguardi di fuori, tengo strette le mie speranze, come se un’arma efficace a proteggerle consistesse proprio nel tenerle al chiuso, nell’evitare il più possibile di manifestarle. E loro si lasciano proteggere, crescono al riparo da tutto, sebbene lo scenario globale sia colmo di ombre e d’incertezze, e irrisolto e irrealizzato l’individuale. E insieme alle speranze, io: che ritrovo chi sono e vado a colmare così il vuoto che c’è altrove, dipingendo di chiaro le ombre.

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Due passi

15 agosto 2011
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[..] Connie stava ballando, e anche Lambreta. Man mano che i movimenti di lei si facevano più ritmati, lo stesso accadeva a quelli del nano. Cercava di starle dietro, ma si vedeva che gli mancava il fiato. Per ogni passo fatto da Connie con le sue lunghe gambe, a Lambreta toccava farne tre. Connie si accorse che il suo partner non ce la faceva più. A un tratto,  il suo fazzoletto volteggiò sul pavimento. Il nano lo raccolse e lo restituì alla bella ragazza, che si fece livida e gli disse qualcosa. […]

Lambreta lasciò il palcoscenico. Essendosi sbarazzata di lui, la sensuale Connie iniziò la propria danza del desiderio. Ma io guardavo Lambreta. […] Nessun altro se ne rese conto, ma io avevo notato che era stanco e non riusciva più a stare in piedi. […] Il torace di quel poveretto ansava come un mantice, i suoi abiti erano fradici di sudore. Invece Connie non era affatto stanca…continuò a danzare come un pupazzo a molla. Le luci del Mumtaz si erano di nuovo spente. Solo il raggio di un riflettore illuminava il suo corpo seminudo, conferendole una più profonda aura di mistero.

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Sankar, Hotel Calcutta [Chowringhee].

Traduzione di N. Gobetti

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Ali

19 luglio 2011

Un giorno di tanti anni fa pagaiavo nello specchio di lago davanti alla scaletta, e tra le onde provocate dalla Breva pomeridiana scorsi un piccolo anatrino, ancora batuffolo implume, che doveva essersi separato dalla madre e nuotava disorientato costeggiando la riva. Un momento dopo con la coda dell’occhio vidi due ampie ali scure abbassarsi decise sul pelo dell’acqua, così per istinto agitai la pagaia e il grosso volatile rinunciò alla preda, risalendo da dov’era la parabola nell’aria. Subito dopo realizzai che avevo salvato – temporaneamente – la vita al batuffolo, ma riflettendo compresi che la maestosa poiana aveva forse anche lei uno o più batuffoli nel suo nido. Inoltre, mentre la specie delle anatre allora come oggi prosperava intorno alle rive del lago, le poiane erano considerate già a quel tempo specie protetta, soffrendo i cambiamenti climatici e la concorrenza dei gabbiani, uccelli non autoctoni ma aggressivi e resistenti.

Tanto aggressivi che proprio oggi uno di essi scendeva con parabole spericolate (non ampie e lente come quelle delle poiane) ad afferrare al volo i pezzi di pane che lanciavo generosamente – di nuovo – alle anatre ed ai loro batuffoli.

Ma anche le poiane ci sono ancora. Resistono anche loro, le riconosco per l’apertura alare, il colore scuro delle piume e lo stile profondamente nobile ed antico della planata; distinguo in un attimo quella forma alata che planando con la sua aura forse leggermente inquietante racconta del suo nido posto in alto tra rocce inaccessibili.

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Ritratto – V

4 luglio 2011

Mi è capitato di veder danzare in palcoscenico ballerini dai corpi che potrei definire burrosi: corpi morbidi, con muscoli evidenti che, scivolando l’uno sull’altro, guidano i movimenti con armonia controllata, se non con grazia; corpi che respirano. In aula non mi è capitato di osservarne che raramente: un giovane che studiava teatro danza a Milano tanti anni fa, forse un allievo dell’And negli ultimi anni.

Ma come Percy non avevo mai visto nessuno: almeno, da vicino. Percy è diverso: Percy è pannoso. Percy mostra i passi nuotando nella panna montata. E’ giovane, biondo, emozionato. Ha appoggiato il suo Mac sul pianoforte e ogni tanto viene a controllare la struttura dell’esercizio che vuole spiegare, così i tempi della lezione si dilatano senza proporzione, ma pazienza. Ogni suo movimento esprime una grazia assoluta con qualsiasi dinamica: lo chiamerei soft – control. Queste qualità sono evidenti specialmente negli arti superiori, nelle spalle e nelle mani. La lezione rispecchia tale impostazione, concentrandosi, come mi è sempre capitato di notare nelle lezioni di classico destinate ai danzatori di contemporaneo, sulla continuità del movimento e sul rilassamento o rilascio; tuttavia lavora quasi sempre in velocità – nei passi dinamici come degagé, frappé, ma anche tendu – in un modo a cui nessuno dalle nostre parti è realmente abituato: il movimento è spesso eseguito “stretto” anche nell’ambito di un tactus moderato. La mia musica ne risente subito: tendo a suonare in modo fluido, con una sonorità coperta, senza eccessi. A certe velocità (e a certa…fluidità!) nei giri  e nei salti al centro non sono per niente abituata, ed è comunque faticoso; eppure qui si respira davvero.

Grazie alla panna montata.

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Diffidenza

24 giugno 2011

Ho avuto un cane che guardandosi allo specchio riusciva a riconoscere non proprio sé medesimo – non possedeva coscienza della propria identità fino a quel punto – ma un suo simile, un altro cane,  e si stupiva anche riconoscendo figure umane molto simili a quelle che lo circondavano.

Io non so a quale età ho imparato a riconoscere la mia immagine specchiata, ma per gli umani diciamo evoluti – dotati di strumenti capaci di riflettere o semplicemente curiosi di ammirare le immagini riverberate nelle acque di qualche limpido corso d’acqua come Narciso insegna – si tratta di una cognizione molto precoce, data presto per scontata.

Certi sono tanto affascinati dalla propria immagine da restarne in contemplazione rapiti, altri invece  rimangono dubbiosi, assorti nell’incertezza, come imbronciati; o peggio strillano indemoniati come la regina di Biancaneve – da cui la nota sindrome – quando ne disapprovano del tutto l’evidenza; oppure, in uno stadio evolutivo ancora “primitivo”, ne sono spaventati, non essendo in grado di associare alla propria identità quello che vedono.

E io mi chiedo se queste reazioni di natura “primitiva” non possano essere assimilate a quelle di adulti senzienti che si trovano di fronte a manifestazioni volontarie o involontarie della propria identità più profonda, nel suo rivelarsi continuamente, nel tempo e in ogni luogo, in un processo di naturale metamorfosi oppure anche solo di evoluzione nella conoscenza di sé. E mi domando se quella paura – derivata proprio dal mancato riconoscimento, dalla diffidenza –  non rappresenti, quando resta insuperata, un sintomo d’involuzione.

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La danza delle astronavi

18 giugno 2011

Come dimenticare alcune delle più belle scene di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, nelle quali il grandissimo regista accompagna il movimento delle astronavi con le note dei valzer straussiani? Galleggiano nello spazio vuoto ad una velocità che pare rallentata, tramite un movimento armonioso, curvilineo: sembra proprio una danza. E quel movimento  esotico, ma pur meccanico, è silenzioso: un silenzio  immane lo circonda, per questo è così emozionante e poetica la scelta di commentarlo con una musica tanto umana, tanto legata a vicende ben localizzate nel tempo e nello spazio, come quella dei valzer viennesi.

(Tra l’altro: non ha qualcosa di ottocentesco, imperiale, anche l’interno dove si svolge la metafisica ed onirica scena conclusiva?).

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Foglie gialle

12 giugno 2011

(…) Si inerpicò tra le montagne. La stagione era cambiata anzitempo, c’erano già alberi spogli, di verdi più nessuno. Trascorse la notte su una cornice di roccia sopra il fiume e fino alla mattina dopo continuò a sentire i fantasmi dei treni di legname, un clicchettio liquido, lunghe manovre e sferragliamenti, il gergo dei vecchi pianali arrugginiti su binari scomparsi da un pezzo. Le prime albe gli diedero quasi la nausea, tant’era il tempo che non ne vedeva da sobrio. Rimase seduto a guardare nella fredda luce grigiastra, mummificato nella sua coperta. Soffiava un vento leggero. Una nuvolaglia imbrattava il cielo a est, virò al viola e al giallo e il sole cominciò ad affacciarsi. Quel silenzio assoluto lo commosse. Si girò per offrire le spalle al tepore. Foglie gialle cadevano ovunque nella foresta e riempivano il fiume, navette occhieggianti, una cascata di lamine dorate impetuose come monetine in una diga. Valuta effimera, sempre nuova. (…)

Cormac McCarthy, Suttree. (Traduzione di Maurizia Balmelli)

 

[Meraviglioso, sorprendente romanzo. Tra i più belli che io abbia mai letto e che rileggerei, subito].

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Come un albero

6 giugno 2011

E’ come stare al riparo nella tana, sentendo arrivare alle narici gli odori della campagna esaltati dalla pioggia. Ogni cosa è ravvivata dalle gocce d’acqua, ogni sasso ogni foglia anche morta, l’aria stessa, persino il pensiero. La pazienza è ravvivata. L’esistere – il respiro – è ravvivato. Mi sento come un albero: che piova, berrò.

Patience – has a quiet Outer –
Patience – Look within –
Is an Insect’s futile forces
Infinites – between –

‘Scaping one – against the Other
Fruitlesser to fling –
Patience – is the Smile’s exertion
Through the quivering –

E. Dickinson, Poesie

[La Pazienza – ha una quieta Esteriorità –
La Pazienza – Guardala dentro –
È un futile Manipolo d’Insetti
Infiniti – insieme –

Sfuggito uno – contro l’Altro
Più infruttuoso gettarsi –
La Pazienza – è l’esercizio del Sorriso
Attraverso il fremito -]

Traduzione di I. Ierolli

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Strano piano

2 giugno 2011

Quando si dice: ma che cesso di pianoforte! O meglio, è un pensiero che suole attraversare la mente dei pianisti, anche i meglio educati, ai quali capitano sotto le mani strumenti malandati – stonati o scordati (nel senso di senza corde). Ma qui è diverso: questo pianoforte è davvero un cesso. E’ infatti un bagno pubblico, progettato nella nobile foggia di pianoforte a coda dotato di sgabello. Succede in Corea.

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Piano improvisation – IV

29 Maggio 2011

Da molto tempo non pubblico files audio di improvvisazioni per la danza, il motivo è che le registrazioni effettuate durante le lezioni sono sempre molto disturbate da rumori di fondo e voci, e il lavoro di pulizia necessario sarebbe lungo e complesso – anche perché si tratta di semplici improvvisazioni, che decido di mettere a disposizione sull’onda del mio stato d’animo del momento, magari perché contengono qualche accenno di buona idea musicale.

Il file di oggi, quanto a rumori di fondo, non fa eccezione. Inner echo è un’improvvisazione in 3/4 per un semplice adagio al centro di una lezione di danza classica di livello medio.

Qui trovate il file audio: Inner echo (adagio). [C’era un problema sull’audio…adesso risolto].

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Di seguito la stessa versione pubblicata su youtube:

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