Il mondo in un cestino
Ho messo i miei tesori preferiti nel mio cestino verde. Un tappo di alluminio, del cotone, alcune ghiande col cappello e senza cappello, la matita azzurra piccola e verde piccola, l’adesivo della scimmietta, i pupazzi piccoli di topolino e brigitta, dei sassi bianchi di cui uno grande. Questo cestino è il mio ed è solo mio. Lo lascio sempre a casa se no me lo prendono i bambini. All’asilo tanto ho un altro cestino, che non è proprio mio, ma quasi. All’asilo faccio cose che mi piacciono molto, tranne dormire. Dormire mi piace, ma lì non ci riesco. A me piace dormire nella capanna, cioè con la faccina sotto una coperta. Ma in generale dormo senza coperte né lenzuolini. Infilo le manine a fianco del materasso e mi giro molto, mi rannicchio tutta fino a dormire nel lato corto del lettino, tanto che mi escono fuori i piedi. Ogni tanto la mamma mi prende e mi rimette sul lato lungo, ma dura poco. Devo sempre tenere in mano qualcosa, anche solo un sassolino piccolo. Se vedo qualcuno che non conosco bene, mi copro gli occhi con le mani. Quando sarò sicura di piacergli, cioè presto, gli farò una pernacchia! E riderò. Mi piace cantare e ballare. Invento anche le canzoni, una fa così “il mondo è miooooo……il mondooo”.
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Frau S. e le pecore
Mi spiegò, naturalmente in tedesco, che potevo uscire e rientrare quando volevo anche di sera: avrebbe lasciato aperta per me una porticina segreta. Non è che ci fossero grandi attrazioni in quel paesino austriaco sorto intorno all’immenso e sontuoso monastero cistercense: semplicemente percorrevo la stradina di campagna giù per la collina (perchè la casa di Frau S. si trovava sulla sua sommità) e raggiungevo la Gasthof dove cenavo con gli altri cembalisti.
Quella prima sera, poichè gli dèi mi erano contro, pioveva, il buio più pesto avvolgeva ogni cosa e la casa già spettrale di Frau S. era immersa nel silenzio. Varcai il cancelletto cigolante e andai ad aprire la porticina sul retro, che avrei dovuto trovare senza chiavistello. Invece era sbarrata. Così, sotto alla pioggia, al buio totale, partorivo l’unica soluzione: prendere gentilmente a sassate le persiane di una finestra al primo piano, sperando che l’ultranovantenne Frau riuscisse a sentirmi. Dopo qualche colpo scese ad aprirmi la porta, scusandosi, e potei raggiungere la mia stanza. Lì mi attendeva una notte in bianco, tormentata dalle zanzare e da insetti che mi pareva piovessero sul letto dalle pareti e dal soffitto (ma forse alcuni erano immaginari).
L’apoteosi fu quel mattino. Devastata dalla notte trascorsa, sedevo al tavolo della cucina insieme ad un altra ospite, di non so quale idioma, che sembrava intenerita dalla gentilezza di Frau S., la quale ci offriva tutta solerte un tè alla menta (difficilissimo da bere, non so perchè). Avevo fame ma non avrei potuto inghiottire nulla, nemmeno dietro minaccia: forse Frau S. lesse nel mio pensiero (ma solo la prima locuzione: avevo fame), così andò al frigorifero da cui estrasse un involto di carta argentata che mise vicino alla mia tazza del tè. Sorrisi e cercai di ignorarlo finchè potevo, non volevo sapere che cosa conteneva, me lo mostrò la Frau che mi vide intimidita, era una cosa oblunga, un würstel raggrinzito, argh!
Non lo mangiai.
Preparai le valigie e intorno all’ora di pranzo con l’aiuto di un collega dotato di automobile sono fuggita, scusandomi con un biglietto scritto metà in tedesco e metà in inglese (giacchè non conoscevo bene nessuna delle due lingue).
Non sono stata gentile e lo so. Frau S. era una contessa credo, o qualcosa di simile, e viveva lì sulla collina da sola, vecchissima com’era. Forse ai suoi tempi d’oro era stata una mecenate e continuava a esserlo così, ospitando le giovani musiciste. Poi tornava a pascolare le sue pecore, nel terreno che circondava quella strana villa di campagna, ospitale e un po’ cadente.
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Il pensiero sfuggente
A volte mi dimentico del tutto di te. Ti nutro, ti vesto: quanto basta. Ma non so più dove inizi, dove finisci. Dove arrivano le tue estremità? Mi pare di non conoscerle più. Non ti osservo abbastanza: non so se sei cambiato. Sei cambiato? E dove? Sul serio? Ma lì eri già così? Per un attimo, mi occupo di te; riscopro qualcosa che conoscevo bene, un tempo. E poi, mi distraggo di nuovo.
Ti guardo, di sfuggita: quasi sempre allo specchio. Ma lo specchio non dice tutta la verità, non la sa: non può toccare – morbido duro crespo liscio ruvido – e nemmeno annusare.
(Osservare dal vivo e toccare è, naturalmente, tutta un’altra cosa. Specchio: sciocco!).
Che cosa so, che cosa offro, di te? A me piace, come sei oggi? E poi, vediamo: mi piaceresti ancora, privato di ogni ornamento? Senza i vestiti, la collana e l’anello scelti ogni giorno? E’ come se mi fossi venuto a noia, ma non è così, sai.
(A volte penso: tanto cambia poco. Lui va per la sua strada, che io lo osservi o no. Lui si trasforma, che io me ne occupi o no. Di che cosa potrò pentirmi, quando si sarà del tutto trasformato, ogni tessuto si sarà rilasciato e i lineamenti si riconosceranno a stento? Forse di non averlo amato abbastanza? In fondo, amarlo significa semplicemente averne cura. Sarà vero che ignorare aiuti a sopportare? Fino a quando…?).
Non è che non ti ami più, è che non ho tempo per dimostrartelo. …Ma non è vero nemmeno questo. E’ che il tempo mi è sfuggito e non ho provato ad afferrarlo.
(Un giorno mi ritroverò faccia a faccia con lui, all’improvviso).
Fuggo da te, dal pensiero di te. E il tempo scivola sul mio essere curvo.
(Niente è più curvilineo di un corpo).
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Una canzone
(…) Il ballo venne interrotto da un improvviso stridio lamentoso nel momento in cui qualcuno sollevò la puntina del grammofono a metà del disco, e sembrò che un uomo stesse per parlare. Si scoprì però che si trattava di una canzone e non di un discorso, infatti Martin Mathlongo, il basso Shabalala, due donne meticce e un’enorme africana con scarpe verdi dalla suola di sughero si raggrupparono con le braccia sulle spalle l’uno dell’altro e, quando nella stanza si fece silenzio, cantarono. Fu un canto di straordinaria bellezza, le voci degli uomini profonde e tenere, quelle delle donne alte e appassionate. Cantarono in una lingua bantu, e quando ebbero finito la ragazza chiese (…) di che cosa parlasse la canzone. Lui rispose con la semplicità di un contadino, come se non avesse mai ballato con lei scambiando battute sofisticate: “Parla di un ragazzo che passa e vede una ragazza al lavoro nel campo del padre”. (…)
Nadine Gordimer, Un odore di morte e di fiori da Racconti di una vita, Feltrinelli, 2014
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Dietro le quinte
Durante lo spettacolo di cui ho parlato qui ho condiviso le quinte con alcuni colleghi ed è stata un’esperienza estremamente piacevole. Sono emersi aspetti della nostra umanità che, in anni e anni di chiacchiere spese tra una lezione e l’altra, nei corridoi, alle riunioni, erano sempre rimasti relegati chissà dove. Perchè in fondo la nostra professione si svolge principalmente dietro una porta, ma stavolta non c’erano porte: al loro posto, il comune ingresso per la ribalta.
A questo proposito, ho riflettuto per l’ennesima volta su quanto sia fonte di deliziosa inquietudine (un bell’ossimoro) quell’attesa dietro le quinte degli spettacoli condivisi, specialmente di danza (quindi ciò non vale per le performances solo musicali e meno che mai solistiche). E’ un’esperienza riservata a chi vive di musica a contatto con i danzatori ed è impossibile immaginarla: bisogna viverla. Voglio dire che è incredibilmente esaltante, per me, unire l’emozione per la mia prova a quella per l’esibizione coreutica, vissuta per empatia: la tensione per la riuscita delle singole parti dello spettacolo accomuna tutti, là dietro. E la vicinanza ai corpi dei danzatori sudati tesi e ansanti che si scambiano nelle entrate e nelle uscite riesce a far sentire un po’ danzatori anche noi, che spartiamo con loro le panchine, l’attesa snervante, il momento in cui ci si prepara, il respiro profondo. Respirare con loro è bellissimo. Lo rifarei infinite volte.
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Una classe aperta al pubblico
La classe di danza come performance rivolta al pubblico è sempre una sfida, perchè naturalmente c’è una contraddizione in termini nel momento in cui si mette in scena l’allenamento quotidiano. Ma si può dire che la danza è anche questo! In questa forma d’arte infatti è possibile dare una veste teatrale alla lezione, grazie alla musica da una parte e al lavoro coreografico dall’altra.
Avevo collaborato con Brunella Vidau anche in altre occasioni, come questa. Per l’Open day 2014 dell’AND, dove partecipava il nostro corso maschile, abbiamo pensato al repertorio operistico: un connubio, quello tra tema operistico e danza, da me già sfruttato e piacevolmente riuscito (vedi Arie danzate I, Arie danzate II, Arie danzate III). Questa volta, tuttavia, la scelta e l’eventuale arrangiamento dei brani sono stati un po’ più ardui, essendomi stati richiesti temi dal carattere “maschile”, ovvero incisivi, eroici, marziali, semplici ed efficaci per i grandi salti. Le arie dell’opera ottocentesca e novecentesca, italiana e non solo, si prestano meglio ai passi espressivi come adagio o fondu, e vi si scovano più facilmente temi leggeri e staccati (Donizetti, Bellini…). Così ho attinto molto dal repertorio verdiano e moltissimo dai ballabili dei grand-opéra: altrimenti non avrei potuto efficacemente accompagnare i salti maschili.
Per lo spettacolo è stato presentato il centro della lezione quotidiana, nobilitato da una speciale cura della coreografia, privato dei passi legati ed espressivi e mostrato quindi come una sequenza di esercizi ben articolati che mettevano in evidenza le specialità della Tecnica classica maschile (pose, salti, giri). La struttura era la seguente:
Tendu: Temi da Rigoletto (G. Verdi)
Grand battement I: Valzer da Die lustige Witwe (F. Lehàr)
Grand battement II: Tema da Il Trovatore (G. Verdi)
Primo salto: Tema da Carmen (G. Bizet)
Assemblé I: Tema dal Pas Berrichon (P.I. Ciajkovskij)
Assemblé II: Tema da Thaïs (J. Massenet)
Jeté I: Tema da Faust (C. Gounod)
Jeté II: Tema da Faust (C. Gounod)
Cabriole: Coda da Il lago dei cigni (P.I. Ciajkovskij)
Sissonne: Gran Valzer da concerto (A. Glazunov)
Grande salto: Gran Valzer da concerto (A. Glazunov)
Entrechat-six: Gran Valzer da concerto (A. Glazunov)
Salto: Tema da Romeo and Juliet (S. Prokofiev)
Saluto finale: With or without you (U2)
Da notare: i passi contrassegnati con I e II erano eseguiti senza soluzione di continuità, così come gli esercizi costruiti sul Valzer di Glazunov. Per l’ultimo salto e l’inchino di saluto mi sono state chieste musiche di linguaggio completamente diverso da tutto quello che si era sentito prima.
Ed ecco il video della performance.
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Un mondo a parte – I
Alla fine, ci fu il ricevimento del Priore. Le sue stanze, un po’ anguste, dai muri spessi e con i soffitti a botte (un po’ come le celle monacensi) si aprivano una dopo l’altra; in qualche angolo, su un tavolino semplice, avevano disposto pane, acqua e piccole bottiglie del distillato prodotto da loro (una grappa che non avrei mai potuto assaggiare accompagnata solo da un po’ di pane).
Erano cinque, forse sei compreso il priore, benedettini; abitavano un monastero immenso, principesco, nel quale si entrava venendo da una distesa di campi di grano (in estate), mentre dalla parte opposta della proprietà il muro di cinta diventava una terrazza affacciata su una foresta di pini, spersi a perdita d’occhio. Un’abbazia di origini medioevali, che alla fine aveva conservato il suo volto barocco nella severa grandiosità degli edifici e nei magnifici e ridondanti affreschi: offriva una cappella affrescata degna di re e regine e un immenso salone di rappresentanza, al centro del quale troneggiava il nostro clavicembalo circondato da file di finestroni; una cripta, cupa e freddissima, nella quale si svolgevano i concerti, anche i nostri, sotto il carro guidato dalla morte; e poi caseggiati, scale a vite, scalinate barocche, cucine, stanzine, cortili aperti, giardini, celle di clausura, grate, cortili segreti. Scoprimmo uno dei cortili salendo una scalinata, che ci era preclusa, in realtà. Dall’alto, guardando in una grande finestra, si poteva scorgere un piccolo chiostro che racchiudeva un curatissimo giardino di albicocchi; una scala a pioli era appoggiata ad uno degli alberi, ma non c’era nessuno. Eppure la vita aleggiava, alacre, parsimoniosa, rispettosa.
Dei cinque o sei monaci, alcuni erano di clausura, perciò era impossibile vederli. Incontravamo talvolta il Priore, che ci salutava gentilmente toccandosi il cappello rosso, quando percorreva i suoi giardini con quell’andatura calma, senza fretta – senza tempo, certamente al di fuori del nostro.
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Una classe al Royal Ballet
Ho trovato questo video del Royal Ballet che, per quanto ne so, è l’unico esempio accessibile dal web di una classe completa di un corpo di ballo. Altri teatri, come La Scala o il Nyc Ballet o l’Opéra offrono solo brevi trailer promozionali: evidentemente non è possibile filmare nulla del lavoro quotidiano di queste grandi compagnie. Invece il Royal Ballet offre una veduta generosa, che a me interessava naturalmente per l’aspetto musicale. Cercando quindi di escludere le voci della maître e dei giornalisti che tendono spesso a sovrastare il sonoro in questo video, ho concentrato la mia attenzione sul rapporto tra musica e danza.
Gli esercizi sono semplici, talvolta elementari, dal punto di vista strutturale: lavorano sull’agilità (ma anche sulla forza nei sostenuti, specialmente nel fondu, vedi a 18’15”), puntano a riscaldare tutta la muscolatura in modo completo e non eccessivamente faticoso (viste le ore di prove che i ballerini dovranno sostenere subito dopo). Fin qui la mia esperienza mi conferma che questa è prassi consueta nelle classi quotidiane per l’allenamento delle compagnie di professionisti: anche se ho visto combinazioni strutturali più complesse di così. La velocità non riguarda solo i tempi dei passi alla sbarra (i battement tendu tutti brevi e agili, vedi il terzo a 9’10”), ma anche la prossimità tra un passo e l’altro. L’avvicendarsi è infatti incalzante: dimostrazione – “ready” ai ballerini – “and” alla pianista ; e immediatamente dopo la preparazione musicale. E’ comunque molto probabile che la lezione di questa maître abbia una struttura ricorrente e che quindi sia ben conosciuta, per tempi di esecuzione e dinamiche, sia dai ballerini che dalla pianista.
Nelle proposte musicali si riconosce talvolta qualche tema (assolutamente mai tratto dal repertorio ballettistico: se si suona per una grande compagnia che lavora sul repertorio dalla mattina alla sera, è una buona norma), che tuttavia viene presto variato o cambiato. La pianista offre molte note, molto virtuosismo (ottave, accordi ribattuti, riempitivi continui nell’accompagnamento degli adagi, l’unico dei quali mi sia piaciuto è la Sicilienne di Faurè per l’adagio al centro, idea subito copiata dalla sottoscritta), dinamiche forti (chi non cede a questa tentazione?). Le strutture armoniche sono semplici, con una certa insistenza sulle stesse tonalità soprattutto minori e su alcuni giri armonici prediletti…: la definirei un’improvvisazione non particolarmente evoluta ma efficace. Abbastanza interessante il lavoro sul ritmo, non complesso ma anche qui funzionale: spesso sincopato anche alla sbarra (nei battements) e molto sincopato nei salti, dove sottolinea correttamente i singoli movimenti, risultando talvolta tutt’altro che leggero (i salti iniziano a 50’56”; un esempio a 52’00”). E’ bello sentire tonalità minori e sincopati non sempre leggiadri che riescono a sollevare questi magnifici ballerini…
I grandi salti procedono senza sorprese musicali (a 1h1’10” rischiano lo scontro due primi ballerini: succede nelle migliori famiglie!). Mi sia concesso dire che è difficile inventarsi qualcosa di accattivante se si sta soffrendo per la fatica esecutiva e la concentrazione: personalmente ho sempre trovato quest’ultima parte della lezione, quando è rivolta ai professionisti, molto faticosa.
Di seguito i link ad alcuni video dedicati a compagnie di grandi teatri:
Sul Bolshoi:
Un documentario sulle classi della scuola del Bolshoi:
Sull’ Opéra de Paris:
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Orecchie fini
Credo di non aver mai letto nulla di serio intorno a quest’argomento, perciò scriverò un mucchio di banalità ed inesattezze, ma non posso più trattenermi dal farlo. Quindi pubblico un post che potrebbe essere intitolato La storia dell’Universo secondo Pioggiadinote.
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Grazie alla forma dell’esistente (ovvero il nostro Universo), che si sviluppa come una curva sulla quale si dispongono, legati in un’intima relazione fra loro forse per sempre (ma non da sempre), lo Spazio ed il Tempo,
Grazie all’evoluzione dell’abilità umana che ha consentito la costruzione di telescopi sempre più potenti e di radiotelescopi sempre più sensibili,
osservando dove più lontano è possibile nello Spazio, possiamo vedere altrettanto lontano nel Tempo. E come traguardo della Fisica, non è male: anche senza scomodare volontariamente la Metafisica (che tuttavia viene scomodata eccome).
Possiamo dunque vedere dietro, verso il passato, ma non oltre, come mai? Perchè qui e ora Spazio e Tempo sono un punto, coincidono. Per vedere oltre dovremmo scomporre questo punto, cioè trovarci spettatori del punto successivo, nel quale Spazio e Tempo divergono ancora. Insomma, dovremmo guardare dentro, e non fuori, e questo dalla Fisica di oggi non è stato credo nemmeno teorizzato (da Pioggiadinote certamente no). E poi ci interessa poco! Abbiamo altro da fare: perchè guardare fuori e quindi indietro ci viene naturale e siccome è comunemente accettato che nel Tempo ci viviamo, pare piuttosto interessante scoprire, come si suol dire, da dove veniamo: che cosa c’è stato, prima. (Forse una comunità di esseri viventi su un altro pianeta, nel futuro del nostro stesso Universo, osservando ciò che la circonda, ovvero all’indietro, può osservare la Terra in un momento della sua storia e scoprire qualche assassino o mistero nascosto. Allora avere rapporti col futuro potrebbe interessarci…).
Per ora acconentiamoci di quest’affascinante rapporto visivo col passato. Visivo, ma anche uditivo: è infatti il Rumore di fondo che ci racconta molte cose, quello captato dalle orecchie fini dei radiotelescopi. Le quali di recente sono riuscite ad ascoltare proprio il primo rumore: quello del Grande scoppio. Più lontano di così non si può arrivare.
I seguenti link, al contrario di questo post, sono attendibili e seri, vi invito a leggerli:
http://phys.org/news/2014-03-hints-gravitational-big-afterglow.html
http://phys.org/news/2014-03-rumours-gravitational.html
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Una tra tante
Piu’ volte mi sono posta una di quelle domande che non mi danno pace, e cioe’ perche’ un tempo, e spesso anche adesso, la donna nei popoli occupa un posto molto meno importante rispetto all’ uomo. Chiunque puo’ dire che e’ ingiusto, ma a me non basta, vorrei tanto conoscere il motivo di questa grande ingiustizia!
Si puo’ immaginare che l’ uomo, fisicamente piu’ forte, fin dall’ inizio abbia avuto una posizione di supremazia rispetto alla donna; l’ uomo che guadagna, che genera i figli, l’ uomo che puo’ tutto… E’ gia’ stato abbastanza stupido da parte di tutte quelle donne che fino a poco tempo fa hanno permesso che fosse cosi’ senza protestare, perche’ quanti piu’ secoli questa regola ha resistito, tanto piu’ ha preso piede. Per fortuna la scuola, il lavoro e il progresso hanno un po’ aperto gli occhi alle donne. In molti Paesi le donne hanno ottenuto gli stessi diritti degli uomini; molte persone, soprattutto donne, ma anche uomini, adesso capiscono quanto questa suddivisione fosse sbagliata e le donne moderne vogliono avere il diritto all’ indipendenza totale!
Ma non e’ solo questo, e’ il rispetto della donna, quello manca! In tutto il mondo l’ uomo viene rispettato, perche’ non si puo’ dire lo stesso della donna? Soldati ed eroi di guerra vengono onorati e festeggiati, gli scopritori hanno fama immortale, i martiri vengono osannati, ma di tutta l’umanità, quanti considerano la donna anche come un soldato? (…) quale successo spetta alla donna, dopo avere sofferto tanto? Viene spinta in un angolo quando e’ sformata dalla gravidanza, i figli ben presto non sono piu’ suoi, la bellezza svanisce. Le donne sono molto piu’ stoiche, sono soldati piu’ coraggiosi che lottano e soffrono per la sopravvivenza dell’ umanità molto più di tanti eroi che non sanno fare altro che vantarsi!
Con questo non voglio affatto dire che le donne debbano rifiutarsi di mettere al mondo bambini, anzi, cosi’ e’ per natura, e così è giusto che sia. Condanno solo gli uomini e tutto l’ ordinamento del mondo che non ha mai voluto rendersi conto del grande, pesante ma d’ altronde anche bel fardello che la donna porta nella societa’ .
Anna Frank, Diario (13 giugno 1944) Traduzione di L. Pignatti
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