Pittore in mostra
Non è che mi aspettassi granché, ma un vernissage è pur sempre una mostra, di quadri, visitata nel primo giorno di apertura. Esponeva un assai quotato e per me del tutto sconosciuto pittore, nei cui lavori mi sono sforzata invano (ma non troppo) di trovare qualcosa che mi colpisse o interessasse. In poche parole, uno che fa delle pennellate di giallo vivo il segno di riconoscimento del suo stile; che approfitta del figurativismo per citare senza pudore alcuni dei più grandi del Novecento senza nulla aggiungere di suo; che evita con cura di suggerire un qualunque significato al di sotto del primo strato di colore.
Eppure – o meglio: infatti, uno sfoggio di toilettes degno di una prima in teatro. Ospiti vip: una miss Italia, ad esempio. Le telecamere. E un mucchio di signorine accompagnate da signori eleganti; alcune straniere. E poi, gli artisti. Uno portava un basco, come si addice ad ogni buon pittore da manuale: gli mancava la tavolozza con i colori ancora freschi e sgocciolanti. Infine: i maniaci sessuali. Uno dallo sguardo malato fingeva di non saper chi diavolo fosse l’espositore e lo chiedeva a me, attaccando discorso; l’ho scaricato subito e lui senza perder tempo si è rivolto alle mie amiche. E il Pittore? Non indossava il basco, ma vestiva come ci si aspetta da un artista, in foggia apparentemente trasandata e fuori moda. Lo stavano intervistando. Molte tele erano già vendute.
(Speravo nelle tartine, ma quelle, niente, non erano previste. Altrimenti, ovvio, sarebbe entrato chiunque).
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Chansons de Bilitis
Debussy compone le Chansons de Bilitis nel 1897 mettendo in musica, per voce di mezzosoprano e pianoforte, alcuni testi poetici dell’amico e poeta Pierre Louÿs. Torna poi sulla medesima raccolta nel 1901, quando elabora un nuovo ciclo di dodici brani intitolato Les Chansons de Bilitis per voce recitante e gruppo da camera, versione che all’epoca viene messa in scena solo in forma privata e con l’ausilio di quadri viventi.
E’ un periodo fecondo: del 1893 sono il Quatuor à cordes e il Prélude à l’après-midi d’un faune e nello stesso anno comincia a lavorare a Pelléas et Mélisande, che sarà rappresentata per la prima volta nel 1902. Inoltre tra il 1897 e il ‘99 scrive i Nocturnes per coro femminile e orchestra.
Il linguaggio di ispirazione “simbolista” che segna queste chansons si esprime attraverso una raffinata ricerca di sonorità e nuances che anticipano la scrittura delle opere pianistiche più tarde. I percorsi armonici e l’utilizzo di scale esatonali testimoniano l’evoluzione verso il linguaggio impressionistico, impreziosito di tanto in tanto dal tono “aulico” determinato da cadenze e stilemi di matrice classica, facilmente riconoscibili nel chiaro impianto tonale.
L’omonima raccolta poetica di Pierre Louÿs, pubblicata nel 1894, è di soggetto erotico e ambientazione mitologica-pastorale. L’autore immagina che i poemi siano opera di una donna dell’antica Grecia, dal nome appunto Bilitis, cortigiana e contemporanea di Saffo: in effetti, alcune liriche della raccolta prendono spunto proprio da poesie di Saffo o da altri poemi dello stesso Louÿs, che è considerato ancor oggi un poeta di rilievo – anche per la scelta di tematiche inusuali al suo tempo.
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Trovate qui il capitolo dedicato alle Chansons de Bilitis – incentrato sul rapporto tra metrica musicale e poetica – tratto dalla tesi Viaggio nell’Europa musicale: il lied tra ‘800 e ‘900. Analisi di alcuni importanti cicli liederistici da Schumann a de Falla che ho presentato all’esame di laurea sostenuto nello scorso settembre.
Invece qui di seguito potete ascoltare l’esecuzione delle medesime da parte del mezzosoprano Irene Molinari e della sottoscritta al pianoforte, sempre in occasione del mio esame di laurea in Discipline Musicali – Musica vocale da camera.
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Legàmi
Un legame è come un filo che collega due esistenze – due persone o due stati esistenziali vissuti dallo stesso individuo – e nel tempo può subire due generi di destino: può conservarsi (anche se dimenticato); oppure spezzarsi, anche se spasmodicamente coltivato.
Come racconta Sidi Larbi Cherkaoui nel bellissimo lavoro intitolato Bound, concepito nel suo linguaggio coreografico più rappresentativo, poetico e raffinato insieme, i legami tra gli esseri umani nascono, seguono un percorso che è loro naturale, si interrompono. Essi sono a loro volta influenzati da vincoli che hanno un’origine più lontana, quelli con il passato, le tradizioni, la cultura di riferimento. Cherkaoui non ci dice niente di nuovo, ma sceglie una forma narrativa che mette in scena le emozioni dando loro corpo, letteralmente: tanto che ogni spettatore può osservare le dinamiche emozionali, patrimonio intimo di ciascuno, esprimersi attraverso il movimento – con l’ausilio, in questo caso, dell’oggetto corda presente in scena, che assume il significato simbolico più evidente.
Ma come dicevo, il senso del filo può esser interpretato in modo più sottile, come qualcosa che tiene insieme un’esistenza. Non siamo vincolati soltanto a riferimenti esterni, idee e relazioni con l’altro: esiste infatti anche un legame con la nozione che abbiamo di noi stessi.
Quella nozione può subire modifiche ed anche trasfigurarsi.
Che lo si voglia o no.
(Ed è sempre un po’ come morire e poi rinascere).
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Gregory Maqoma, Southern Comfort; Sidi Larbi Cherkaoui, Bound. RomaEuropa Festival, Teatro Palladium, 15-17 aprile 2011
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The spider holds a silver ball
The Spider holds a Silver Ball
In unperceived Hands –
And dancing softly as He knits
His Coil of Pearl – unwinds –He plies from nought to nought –
In unsubstantial Trade –
Supplants our
Tapestries with His –
In half the period –An Hour to rear supreme
His Theories of Light –
Then dangle from the
Housewife’s Broom –
His Sophistries – forgot –Il Ragno tiene un Gomitolo d’Argento
In Mani impercettibili –
E danzando
delicatamente mentre tesse
Il suo Rotolo di Perla – dispiega –Si affretta da nulla a nulla –
In incorporeo Traffico –
Soppiantando i
nostri Arazzi con i Suoi –
In metà tempo –Un’Ora per innalzare supreme
Le Sue Teorie di Luce –
Per poi penzolare
dalla Scopa della Massaia –
Le Sue Sofisticherie – dimenticate –
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E. Dickinson, Poesie. (Trad. di G. Ierolli)
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Risacca
Dopo averla gettata alle onde nella speranza che prenda il largo, con una noncuranza appena studiata volto le spalle al mare. Immagino che l’aspetti un viaggio verso una specie di libertà ignota e dunque spero che vada alla deriva, oltre la risacca che spinge verso terra – come riuscì a fare Steve McQueen in Papillon, nuotando contro la forte corrente.
Ma non ci va. Inesorabile il mare me la riconsegna, facendola rotolare ai miei piedi.
Non posso che raccoglierla, sentendo i miei piedi affondare leggermente nella sabbia morbida, e chissà ritentare di dimenticarla sulla cresta di un’onda fortunata.
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Del colore blu
Tra i miei colori, i colori che da sempre prediligo, c’è senz’altro il blu, specialmente nelle sfumature più scure. In generale mi piacciono i toni netti, pieni, brillanti, come l’acqua del mare un po’ profondo. E’ una passione che condivido con Kandinskij – anche se lui non lo ha mai saputo.
Kandinskij amava il blu; Der blaue Reiter, il gruppo che fondò insieme a Franz Marc ed altri pittori, prende questo nome dal titolo omonimo della sua nota opera, ma più in generale dal significato spirituale e profondo che lui ed altri sentivano di dover attribuire a questo colore. In Dello Spirituale nell’arte, Kandinskij descrive i legami sinestetici tra suono e colore disegnando una vera e propria tabella in cui ad ogni sfumatura di colore sono associati uno stato emozionale umano (colto anche nel suo divenire) e il suono di uno strumento musicale (ascoltato anche in un particolare contesto).
Dice del BLU SCURO: Pace, tristezza non umana
I meravigliosi suoni del contrabbasso in forma profonda, solenne, come l’organo profondo
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Del BLU: Di colore celestiale tipicamente concentrico [l’opposto di eccentrico]
Violoncello, mentre la tristezza aumenta
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Anch’io associo questo colore ad uno stato di pace, alla conoscenza di sé, alla contemplazione. Esulto all’idea di pensare al suono del contrabbasso come a un suono blu, anche se, diversamente da Vasilij, sento suoni blu uscire anche da molti strumenti a fiato – legni – di tessitura medio-grave, come il clarinetto e il clarinetto basso…
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[Nei link ci sono due esempi musicali, L’Elegia in mi minore per contrabbasso di Giovanni Bottesini e il Solo de Concours op. 10 per clarinetto basso di Henri Rabaud].
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Kandinskij e i Quadri
Di questi tempi sto riflettendo intorno a Kandinskij ed alle sue idee riguardo allo stretto legame tra suono e colore. Affronterò il discorso partendo da un’opera nota: la messinscena che Kandinskij realizzò nel 1928, su invito del direttore del Teatro di Dessau Gustav Hartmann, dei Quadri di un’esposizione di Modest Mussorsgkij. Benché la composizione di Mussorsgkij (costruita formalmente come il percorso di un visitatore tra i dipinti di una mostra, nella quale una sorta di motivo conduttore – la Promenade – inframezza la contemplazione dei dipinti in successione) si possa ascrivere nell’ambito della cosiddetta “musica a programma”, Kandinskij interpretò – correttamente – la composizione non secondo una poetica descrittiva, ma emozionale. Immaginò quindi un contesto teatrale di scene e luci che potesse costituire da sfondo, contenitore e amplificatore degli stati emotivi del visitatore nel suo percorso. Disegnò con varie tecniche bozzetti per le scenografie ed anche per i costumi dei danzatori che dovevano intervenire in due quadri della rappresentazione, in un tripudio di forme astratte e colori accesi e brillanti.
Ecco quindi il bozzetto per il Quadro II Gnomus associato all’esecuzione dell’omonimo brano (preceduto dalla Promenade) da parte di Sviatoslav Richter.
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Questo è invece l’acquerello steso come bozzetto per il quadro XVI – conclusivo -, La grande porta di Kiev, sempre nell’esecuzione elegante e profondamente razionale di Richter.

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Poteri magici
Mi sono divertita ad immaginare me stessa capace di far muovere gli arti dei ballerini e di sollevarli nei loro salti come fossi dotata di un potere magico. Questa fantasia mi è nata dopo l’ultimo passo di una lezione di un corso di “piccole”, giovani allieve: un tipo di lezione che non mi capitava da tanto tempo. Pensando che l’esercizio consistesse in una serie di salti preceduti da preparazione (preparazione/salto, preparazione/salto, e così via), ho scelto la struttura ritmica che mi pareva adeguata. Solo che, nella vaga confusione mentale di fine lezione, vedevo che al momento del salto non si slanciavano, restavano agganciate a terra come a una molla: avevo perso i miei poteri?? No, in realtà il passo non prevedeva salti se non alla fine, e dove io mi aspettavo i salti c’erano dei relevé. Avevo tuttavia vissuto per alcuni istanti la sensazione di esser defraudata della mia magica bacchetta, del mio potere coreutico! La gravità o qualche altro diabolico incantesimo vincevano!
(E lo dico, in questo post che sembra un po’ una pagina di diario: ho la sensazione, da alcuni mesi a questa parte, di aver raggiunto uno stato di comprensione, specialmente istintiva, che fino a poco tempo fa non mi era ancora proprio. Nei momenti in cui raggiungo quella condizione di empatia profonda so di diventare davvero una cosa sola con loro, e credo che loro lo sentano. Da qui l’idea del potere magico).
Diciamolo una volta per tutte: noi pianisti ci illudiamo di sostenere i ballerini nella loro lezione di danza. Non dico di no, ma la verità è che loro saltano se vogliono saltare, indipendentemente dal nostro appropriato accento sulla spinta o dalle notine che mettiamo proprio lì, sul salto. Saltano se a lor pare cosa buona o possibile, altrimenti no, sia che risuoni la musica sia che echeggi il silenzio.
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Mediterranea
Mediterranea
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Penso un mare lontano, un porto, ascose
vie di quel porto; quale un giorno v’ero,
e qui oggi sono, che agli dèi le palme
supplice levo, non punirmi vogliano
di un’ultima vittoria che depreco
(ma il cuore, per dolcezza, regge appena);
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penso cupa sirena
– baci ebbrezza delirio – ; penso Ulisse
che si leva laggiù da un triste letto.
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U. Saba, da Mediterranee
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Io e loro
E’ l’imbrunire di una giornata limpida di marzo, perciò la luce è soave e come sempre accarezza le rovine del Palatino, uno scenario – potrei dire un fondale – al quale in realtà non ci si abitua mai del tutto. In un momento di (indesiderata) pausa li osservo da una finestra del primo piano mentre percorrono il passaggio verso la porta a vetri dell’entrata, entrando e uscendo soli o a piccoli gruppi, certi discorrendo, altri dirigendosi verso il bar. A colpo d’occhio appare subito che ai due indirizzi della danza, classico e contemporaneo, corrispondono anche per ciò che riguarda l’aspetto due differenti mentalità, che si riconoscono non solo quando indossano la divisa, ma anche nelle vesti di tutti i giorni. Di queste due correnti di pensiero, una tende alla sublimazione e scivola quindi nella conformazione verso un modello che è fatto di armoniosità e accuratezza nei dettagli, mentre l’altra esclude l’idealizzazione e pretende la molteplicità di soluzioni, di forma e di colore, comprendendo anche il disarmonico. In apparenza, questa seconda risulta più favorevole all’emergere dell’individualità, e la prima meno; dico in apparenza perché attraverso la mentalità che richiede l’omologazione verso un modello di ballerina già adulta ad ogni età risaltano ugualmente e forse ancora meglio la peculiarità del singolo, per quanto riguarda le scelte estetiche – che sono comunque un riflesso del carattere.
E’ difficile non affezionarsi, specialmente agli allievi ed allieve più giovani: perché anche il pianista stabilisce con loro un rapporto di amicizia, stima e talvolta complicità. E’ naturale per me sentire affetto nei loro confronti, e in alcuni casi una speciale sintonia di carattere o una particolare empatia. Percepisco sempre se apprezzano la musica che suono per loro, anche quando sono nei posti alla sbarra più lontani da me. E ci sorridiamo in modo amichevole o ci scambiamo eloquenti occhiate quando si accostano al pianoforte prima di iniziare un passo in diagonale.
Affacciata a quella finestra, penso. Penso che vorrei restare sempre qui, non perché coltivi l’illusione che si possano realizzare qui tutte le mie aspirazioni professionali, né che questo rappresenti un luogo di lavoro ideale (ma esisterà, poi?), ma perché sento che è il mio posto. Forse invece sono di passaggio anch’io, chissà. Ma potendo scegliere di fermarmi, mi fermerei qui.
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